Frequency – Il futuro è in ascolto

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Regia di Gregory Hoblit

con Dennis Quaid (Frank Sullivan), Jim Caviezel (John Sullivan), Elizabeth Mitchell (Julia Sullivan), Andre Braugher (Satch DeLeon), Noah Emmerich (Gordo Hersch), Shawn Doyle (Jack Shepard), Melissa Errico (Samantha Thomas).

PAESE: USA 2000
GENERE: Fantascienza Thriller
DURATA: 118′

Il poliziotto John Sullivan trova una vecchia radio e si ritrova a parlare col padre Frank, pompiere morto trent’anni prima. Com’è possibile? Semplice, il primo si trova nel 1999, l’altro nel 1969. Quindi, Frank non è ancora morto. John può quindi ancora salvarlo?

Scritto da Toby Hemmerich, un Ritorno al futuro in chiave poliziesco-drammatica che mescola abilmente registri diversi (melodrammatico, giallo, poliziesco, thriller, fantascientifico) e si fa notare per la ricchezza delle trovate e dei colpi di scena, per la creazione di un’efficace suspense, per la capacità di inventarsi personaggi non solo interessanti ma anche credibili. Film fantastico senza effetti speciali che coinvolge grazie ad una regia di primissima qualità, elegante ed abilissima nell’orchestrare il montaggio alternato (non tra due spazi, bensì tra due epoche). È anche il racconto di un bel rapporto padre/figlio e, più o meno velatamente, uno dei tanti film sulla “seconda occasione”. Il punto di vista, certo, rimane molto yankee (i protagonisti sono un vigile del fuoco e un poliziotto), ma raramente scivola nella retorica. Ottima ricostruzione d’epoca, illuminata dalla pregevole fotografia di Alar Kivilo. Davvero un buon film.

Voto

 

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Bird Box

(Bird Box)

Regia di Susanne Bier

con Sandra Bullock (Malorie Hayes), Trevante Rhodes (Tom), John Malkovich (Douglas), Julian Edwards (Boy), Vivien Lyra Blair (Girl), Sarah Paulson (Jessica), Jacki Weaver (Cheryl), Rosa Salazar (Lucy), Danielle Macdonald (Olympia), Lil Rel Howery (Charlie), Tom Hollander (Gary), Pruitt Taylor Vince (Rick), Parminder Nagra (Dottoressa Lapham).

PAESE: USA 2018
GENERE: Horror
DURATA: 124′

Cinque anni dopo un misterioso fenomeno che ha spinto al suicidio gran parte dell’umanità, la grintosa Malorie decide di portare i suoi due bambini in quella che dovrebbe essere una zona sicura. Tuttavia, il viaggio dovrà essere percorso senza mai togliersi una benda dagli occhi: il virus si trasmette infatti attraverso la vista…

Prodotto da Netflix, è l’adattamento di un romanzo (2014) di Josh Malerman che deve molto a un bel film di M. Night Shyamalan del 2008, E venne il giorno, col quale condivide l’idea di partenza e parecchie trovate (il vento, la fuga in campagna, l’immunizzazione di alcuni soggetti). Gli si può rimproverare ciò che si vuole – inverosimiglianze narrative, struttura tutto sommato convenzionale, “utilizzo” dei bambini per coinvolgere facilmente lo spettatore – ma è davvero difficile non apprezzare questo film che coinvolge, spiazza, turba, angoscia. E tiene incollati per più di due ore senza il minimo cedimento, grazie soprattutto alla solida prova della Bullock e alla regia della Bier che avanza con disinvoltura tra due linee narrative che si ricongiungono soltanto nell’ultima mezz’ora. Mirabile anche il sottotesto filosofico: per difendersi dal male è necessario rinunciare al senso che più contraddistingue questi tempi nostri legati all’immagine, ovvero la vista. Interessante, anche se meno originale, il discorso sulla maternità. Scritto da Eric Heisserer (Arrival). Godibile il personaggissimo di Malkovich.

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Aprile

Regia di Nanni Moretti

con Nanni Moretti, Silvia Nono, Silvio Orlando, Pietro Moretti, Agata Apicella Moretti, Renato de Maria, Angelo Barbagallo, Daniele Luchetti, Nicola Piepoli, Corrado Stajano, Pietro Moretti.

PAESE: Italia 1998
GENERE: Grottesco
DURATA: 78’

Resoconto, tra il serio e il faceto, due anni di vita a casa Moretti, dal 28 aprile 1994 (primo governo Berlusconi) al 21 aprile 1996 (primo governo Prodi), passando per la nascita del figlio Pietro e l’incapacità di trovare nuovi spunti per continuare a fare cinema.

Ottavo film di Moretti, il secondo – dopo Caro diario (1993) – in cui rinuncia all’alterego Michele Apicella e interpreta direttamente sé stesso, alle prese con la sua stessa vita e col suo lavoro. Senza risparmiarsi: racconta, confermandoli, i vizi che da sempre gli rimproverano (egocentrismo, vena oratoria, eccessivi intellettualismi), mette in scena le ansie del diventare padre a 43 anni, ammette di aver attraversato periodi di crisi artistica che gli hanno precluso la realizzazione di parecchi film. La quarta parete è rotta in continuazione e nei modi più disparati: nell’azzerare lo stacco tra realtà e cinema, tra il Moretti reale e il Moretti del film; nel parlare direttamente con lo spettatore; nell’inserire un narratore “a posteriori” che dovrebbe essere esterno ma in realtà è interno alla scena. Un linguaggio libero dalle convenzioni che stupisce, diverte, fa riflettere. E ben racconta quanto, per Moretti, il cinema sia sempre più una sorta di terapia che riflettendo sull’IO finisce per riflettere sul NOI (inteso come la società in cui viviamo). Nella scena più nota del film – quella in cui Moretti, davanti alla TV, implora D’Alema di rispondere alle accuse di Berlusconi dicendo “qualcosa di sinistra” – c’è tutta la frustrazione di un elettorato di sinistra che, oltre a dover aver a che fare con un paese senza memoria che continua a fare gli stessi errori fidandosi del proto-fascista di turno, non riesce più a scorgere nella politica i valori che da sempre lo avevano rappresentato: la voglia impellente di agire, il desiderio di rinnovamento, l’umanità (memorabile, e sinceramente commovente, il passo girato sulla spiaggia di Brindisi cui il mare ha appena restituito parecchi cadaveri albanesi). Discutibili quanto impagabili le sfuriate su Heat – La sfida di Michael Mann (“un ladro ammazza trecento persone e poi va tranquillo a bere un caffè col poliziotto che lo insegue”) e Strange Days di Kathryn Bigelow (“una cazzata memorabile”). Gli mancano la poesia e la lucidità di Caro Diario, ma è un film imprescindibile se si vuol comprendere a fondo la poetica di Moretti. La seconda parte, più incentrata sulle gioie e i dolori della paternità, è meno riuscita della prima. La geniale trovata del “musical su un pasticciere trozkista nell’Italia degli anni ’50” era già stata citata in Caro Diario. Magnifiche musiche di Ludovico Einaudi.

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Caro diario

Regia di Nanni Moretti

con Nanni Moretti, Renato, Renato Carpentieri, Moni Ovadia, Antonio Neiwiller, Valerio Magrelli, Marco Paolini, Silvia Nono, Angelo Barbagallo, Jennifer Beals, Alexandre Rockwell, Carlo Mazzacurati.

PAESE: Italia 1993
GENERE: Commedia
DURATA: 100′

Tre episodi con protagonista lo stesso Moretti. Nel primo, In vespa, il regista gira per Roma col vespino e fa parecchi incontri bizzarri; nel secondo, Isole, cerca di fuggire dalla frenesia cittadina con un soggiorno sulle isole Eolie, ma tra bambini urlanti e un amico teledipendente la tranquillità tarda ad arrivare; nel terzo, Medici, rievoca l’odissea ospedaliera (durata un anno) conclusasi con la scoperta di un tumore.

Opera numero sette di Moretti, la prima in cui interpreta direttamente sé stesso senza la mediazione dell’alterego Michele Apicella, protagonista dei film precedenti. Secondo molti (Morandini, Mereghetti) è probabilmente il suo film più riuscito e maturo, quello che resterà. Ogni episodio e ogni scena in esso contenuta sono concepiti con un linguaggio filmico anti convenzionale e assolutamente “libero”, come se stessimo sfogliando le pagine di un diario. Il primo episodio ha un’atmosfera surreale che passa da scene molto divertenti (l’incursione sul palco dell’orchestra latino-americana, l’incontro con Jennifer Beals e Alxandre Rockwell) a passi struggenti che sfiorano la poesia (la gita sul litorale di Ostia dove fu ucciso Pasolini); nel secondo l’umorismo si fa grottesco nel raccontare una società mostruosa che non sa più ascoltare, imbambolata dalla TV e in mano a figli arroganti che comandano i genitori (per colpa dei genitori); il terzo è ancora ironico ma più realistico, ed è la fedele ricostruzione di un calvario ospedaliero vissuto davvero da Moretti che mescola filmati reali (la chemioterapia) e la ricostruzione di quei giorni bui, con uno sguardo cinico ma assolutamente tenero (la scena in spiaggia). È il suo film più autobiografico ma allo stesso tempo più universale: il suo tema latente, fil rouge dei tre episodi, è quello della solitudine di questi tempi nostri dettata dall’incomunicabilità (emblematico il passo in cui Moretti gioca a palla in un campetto deserto, con un’inquadratura a ritroso che ne rivela la solitudine). Straordinaria colonna sonora di Nicola Piovani. Il regista Mazzacurati è il critico che Moretti sfinisce leggendogli le sue stesse recensioni (a farne le spese Henry Pioggia di Sangue, Il pasto nudo e Cuore Selvaggio). La trovata del “musical su un pasticciere trozkista nell’Italia degli anni ’50” tornerà, adeguatamente approfondita, nel successivo Aprile. Premio per la miglior regia a Cannes.

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The Prestige

(The Prestige)

Regia di Christopher Nolan

con Hugh Jackman (Robert Angier), Christian Bale (Alfred Borden), Michael Caine (John Cutter), Scarlett Johansson (Olivia Wenscombe), David Bowie (Nikola Tesla), Andy Serkis (Alley), Rebecca Hall (Sarah), Piper Perabo (Julia McCullough), Roger Rees (Owens), Samantha Mahurin (Jess Borden).

PAESE: USA 2006
GENERE: Fantastico
DURATA: 130′

Nella Londra vittoriana, l’illusionista Alfred Borden è condannato a morte per l’omicidio del collega Robert Angier. Quali eventi hanno portato la loro rivalità artistica ad un epilogo così tragico?

Quinto film di Nolan, realizzato subito dopo il grande successo di Batman Begins (2005). Tratta da un romanzo di Christopher Priest, adattato dal regista con il fratello Jonathan, è un’opera personalissima e coinvolgente concepita come un complesso gioco di prestigio. Proprio come fa Borden con Angier, come fa l’illusionista con chi assiste al suo numero, Nolan spinge lo spettatore a guardare in una direzione – quella sbagliata – per poi sorprenderlo: la verità è spesso lì, a portata di occhio e di mano, ma l’illusionista Nolan è così bravo a velarla che non siamo disposti a vederla. E così siamo costretti ad aspettare il colpo di scena finale, elemento tipico del suo cinema (anche se stavolta sarebbe meglio dire I colpi di scena). Coi precedenti Following e Memento condivide la costruzione non lineare (mai perfetta e fascinosa come questa volta) e il tema fondante, quello dell’ossessione: entrambi i protagonisti sono ossessionati da qualcosa, ed è proprio la loro ossessione a renderli ciechi, distratti, insomma a precludergli una vista sgombera e, quindi, a far funzionare il trucco dell’altro. Ma ci sono anche, più lucide che mai, interessanti riflessioni sul mondo dello spettacolo, su ciò che l’artista è disposto a sacrificare per il successo, su quanto sia difficile eccellere in una società classista (il proletario Borden fa molta più fatica a trovare lavoro rispetto all’alto borghese Angier). Riuscita anche la componente fantastica, davvero inaspettata. Magnifico duetto di attori che diventa eccellente quartetto grazie agli ottimi Caine e Johansson. Completano il quadro David Bowie come Tesla e Serkis – il volto dietro a Gollum – come suo aiutante. Film che non sbaglia un colpo, imperdibile e indimenticabile.

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Insomnia

(Insomnia)

Regia di Christopher Nolan

con Al Pacino (Will Dormer), Robin Williams (Walter Finch), Hilary Swank (Ellie Burr), Martin Donovan (Hap Eckart), Maura Tierney (Rachel Clement), Nicky Katt (Fred Duggar), Jonathan Jackson (Randy Stetz), Paul Dooley (Charlie Nyback).

PAESE: USA 2002
GENERE: Thriller
DURATA: 118′

Due detective della polizia di Los Angeles vengono inviati in un paesino dell’Alaska per indagare sulla morte di una ragazza. Durante le indagini quello anziano, in affanno perché non riesce a dormire causa sole perenne, spara per sbaglio a quello giovane. L’assassino della ragazza, testimone dell’evento, lo ricatta.

Scritto da Hillary Seitz, è il remake americano di un film norvegese omonimo (1997) diretto da Erik Skjoldbjaerg. A differenza dei precedenti Following e Memento ha una struttura cronologicamente lineare e manca di un colpo di scena finale, ma è un film nolaniano al 100% per come cerca di raccontare la mente umana attraverso le immagini, per le riflessioni su temi come la verità e la colpa, per la capacità di evitare gli stereotipi senza rinunciare all’intrattenimento. La seconda parte perde qualche colpo a livello di tenuta narrativa e diventa inverosimile, ma il film tiene comunque incollati allo schermo per due ore. Meglio Pacino di Williams: il primo, alle prese con un personaggio di wellesiana memoria (avete presente L’infernale Quinlan?), è straordinario nel portare in scena il disfacimento fisico del suo protagonista, il secondo, pur coraggioso nell’accettare un ruolo negativo ben lontano dai suoi standard, risulta da subito spaesato. Notevole la fotografia del solito Wally Pfister.

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Memento

(Memento)

Regia di Christopher Nolan

con Guy Pearce (Leonard Shelby), Carrie-Anne Moss (Natalie), Joe Pantoliano (Teddy Gammell), Mark Boone Junior (Burt Hadley), Jorja Fox (Catheine Shelby), Stephen Tobolowsky (Sammy Jankis), Harriet Sansom Harris (Signora Jankis), Callum Keith Rennie (Dodd).

PAESE: USA 2000
GENERE: Thriller
DURATA: 113′

In seguito ad un incidente, l’investigatore assicurativo Leonard Shelby soffre di un disturbo che gli preclude la memoria a breve termine. Deciso a trovare l’uomo che ha violentato e ucciso sua moglie, ha congegnato un sofisticato mnemonico fatto di appunti, fotografie, addirittura tatuaggi. Ma ricostruire le cose non è semplice, e sembra che intorno tutti vogliano imbrogliarlo…

Fulminante esordio hollywoodiano di Nolan con un noir originale e labirintico, tratto da un racconto del fratello Jonathan dal titolo Memento Mori. Come il precedente Following, ma in maniera molto più riuscita e complessa, è un film narrato a ritroso che inizia dalla fine della vicenda e, con un montaggio complesso che vuol far provare allo spettatore il medesimo senso di spaesamento del protagonista (ogni dieci minuti il film torna indietro all’ultimo evento che Leonard è riuscito a ricordare, ergo ogni spezzone spiega ciò che si è visto nello spezzone precedente), viaggia verso l’inizio di tutto: ovvero, come si è arrivati alla scena che apre il film? Molti lo hanno accusato di virtuosismo fine a sé stesso, ma basterebbe soffermarsi sulle sfumature della vicenda umana del povero Jankis (in grado di sollevare questioni profonde su temi come il ricordo, il bisogno di sentirsi amati, quello di rielaborare il passato perché dia un senso al presente) per capire che, sotto la forma, ci sono anche dei contenuti, peraltro affatto banali. Tra i film più originali dei primi anni duemila.

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