Notorius – L’amante perduta

(Notorius)

Regia di Alfred Hitchcock

con Ingrid Bergman (Alicia Huberman), Cary Grant (Devlin), Claude Rains (Alex Sebastian), Louis Calhern (Paul Prescott), Leopoldine Konstantin (Mrs. Sebastian), Reinhold Schunzel (dottor Anderson), Moroni Olsen (Walter Beardsley), Ivan Triesault (Eric Mathis), Alex Minotis (Joseph il maggiordomo), Wally Brown (Mr. Hopkins), Ricardo Costa (Dottor Barbosa).

PAESE: USA 1946
GENERE: Thriller sentimentale
DURATA: 101’

Dopo che il padre, spia dei tedeschi, è stato condannato a 20 anni di carcere, la giovane di dubbia moralità Alicia Huberman è contattata dai servizi segreti che le chiedono di andare in Brasile per avvicinare un suo vecchio spasimante, Alex Sebastian, anch’egli in combutta col nemico. La copertura funziona così bene che Sebastian chiede ad Alicia di sposarlo, ma lei intanto si è innamorata, ricambiata, dell’agente che l’ha ingaggiata…

Nono film americano di Hitchcock, il secondo con Grant (dopo Il sospetto) e il secondo con la Bergman (dopo Io ti salverò), basato su una sceneggiatura di Ben Hecht a sua volta ispirata a un vecchio racconto (non citato nei credits) di John Taintor Foote dal titolo The song of the Dragon. Secondo molti è uno dei migliori Hitch di sempre. Vi convivono in maniera insuperata melò e thriller, e raramente è stato raccontato in maniera così emozionante il conflitto tra amore e dovere. Nonostante l’interessante lavoro compiuto sui personaggi maschili – un buono antipatico e supponente e un cattivo molto umano, in grado di suscitare la pietas di chi guarda – a rimanere impresse sono le due caratterizzazioni femminili, la Alicia della Bergman e la madre tirannica della Konstantin. La prima appare ancora oggi come un personaggio femminile di rara modernità, soprattutto se confrontato con le donne hollywoodiane dell’epoca, spesso utili soltanto a sottolineare le grandi qualità dei maschi cui stavano accanto: Alicia è invece una donna forte e artefice del proprio destino, vero fulcro dell’azione e unico personaggio ad acquistare nel finale una statura tragica. In che modo? Anteponendo in maniera assolutamente consapevole il bene della nazione al proprio.

La seconda è anch’essa un esempio di forza, ma votata al male: vive col figlio un rapporto edipico perverso, lo tiranneggia continuamente, è gelosa delle sue conquiste, anche se alla fine è l’unica che fiuta l’imbroglio di Alicia. A dar loro verità due attrici in stato di grazia che incarnano due diversi stili recitativi, uno più realistico e introspettivo (la Bergman) e l’altro più impostato e controllato (la Konstantin, con una lunga carriera teatrale), entrambi funzionali alle molte sfaccettature dei due ruoli. La scena in cui la seconda, dopo aver scoperto l’inganno della nuora, si alza dal letto e si accende una sigaretta, è una pennellata geniale e modernissima che oggi definiremmo pulpPur senza cessioni alla commedia (solitamente tipiche nel cinema di Hitch), il film possiede un forte sotto testo ironico incarnato dal tema dell’alcol (e del bere, e del bere molto), e vanta un’attenzione maniacale agli oggetti, spesso addirittura “ingranditi” per apparire meglio dentro le inquadrature ed essere utilizzati in maniera simbolica (il caffè, le bottiglie, le chiavi).

Poche sequenze, ma quasi tutte da scuola del cinema. Le più note: il bacio in albergo, il più lungo della storia del cinema fino a quel momento (girato con molti stacchi – di labbra e di montaggio – per evitare la censura); il movimento di macchina sulla scalinata, nel quale attraverso l’uso della gru Hitch parte dalla totalità della stanza e arriva alla mano della Bergman che contiene la chiave (il macguffin) che ha sottratto al marito; il montaggio alternato del ricevimento che mostra Devlin e Alicia indagare in cantina mentre lo champagne al party diminuisce pericolosamente (se il maggiordomo dovrà scendere a prenderne dell’altro scoprirà i due); la scena in cui Sebastian va a dormire notando l’assenza della chiave, seguita dal risveglio in cui scopre che è di nuovo al suo posto e, dunque, che Alicia lo ha ingannato; il finale con Devlin e Alicia che scendono le scale (rievocando il movimento della gru) seguito da una memorabile, ultima inquadratura che mostra i due innamorati fuggire e Sebastian andare incontro al suo destino. Le ultime tre sono ancora oggi dei capolavori insuperati di creazione della suspense. Memorabile fotografia di Ted Tetzlaff che agisce sui volti e sulle silhouette dei personaggi per evocarne il potere allegorico. Tra i fotografi di scena spunta il nome del grande Robert Capa. Hitch appare fugacemente tra gli invitati al ricevimento. Il titolo originale – notorius significa noto in maniera negativa – si riferisce probabilmente al burrascoso passato di Alicia. Due candidature agli Oscar, entrambe meritatissime: miglior attore non protagonista a Rains e miglior sceneggiatura non originale a Hecht. Grande successo di pubblico e di critica, uno dei più grandi del regista.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Sentimentale, Genere Spionaggio, Genere Thriller | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Vita privata di Sherlock Holmes

(The Private Life of Sherlock Holmes)

Regia di Billy Wilder

con Robert Stephens (Sherlock Holmes), Colin Blakely (John Watson), Geneviève Page (Gabrielle Valladon), Christopher Lee (Mycroft Holmes), Irene Handl (Mrs. Hudson), Clive Revill (Rogozhin), Tamara Tumanova (Petrova), Stanley Holloway (capo becchino), Mollie Maureen (Regina Vittoria).

PAESE: Gran Bretagna 1970
GENERE: Giallo
DURATA: 125′

In un vecchio baule vengono ritrovati alcuni appunti del dottor Watson, mai pubblicati e riguardanti per lo più le (dis)avventure di Holmes col gentilsesso. Come quella volta in cui, dopo aver declinato l’offerta di matrimonio di una ballerina del balletto russo fingendosi omosessuale (e fidanzato proprio con Watson, con grande disappunto di quest’ultimo), Holmes si ritrovò per casa una bella smemorata che finì per trascinarlo in un complotto spionistico nel quale era coinvolto anche suo fratello Mycroft…

Chi pensa che quella di Guy Ritchie del 2009 sia la versione del personaggio più distante dalla mitologia cinematografica “classica” non ha probabilmente mai visto quella di Wilder, ispirata ai personaggi di Conan Doyle ma basata su una storia originale scritta dal regista col fidato I.A.L. Diamond. Pur lasciando che lo spirito della commedia brillante irrompa nelle strutture del giallo (soprattutto nel personaggio di Watson), il film è uno dei meno allegri e più funerei del regista, crepuscolare e malinconico come il suo protagonista, addirittura privo di qualsiasi catarsi o vittoria finale. E decadente, nel senso di incline al decadentismo: sia nella costruzione del personaggio principale che negli spunti storici (i servizi segreti britannici stanno lavorando per fermare un eventuale guerra coi tedeschi) si scorge infatti un diffuso sentimento di precarietà, che anticipa un imminente nuovo capitolo della storia europea (il film è ambientato appena quindici anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale). Alcuni lo considerano un film poco wilderiano, se non altro per l’ambientazione inedita e per la scelta di misurarsi con un personaggio scritto da altri, ma se si scava in profondità è facile accorgersi che umanizzando e smitizzando il personaggio di Holmes (per la prima volta in un film si fa esplicito riferimento all’uso di cocaina e ad una sua presunta omosessualità) il regista scelga ancora una volta di riflettere sulla solitudine umana, tema ricorrente che attraversa tutta la sua filmografia. Comincia con uno dei pezzi più esilaranti di tutto il cinema di Wilder (la proposta di matrimonio) e finisce con uno dei più amari e silenziosi. Stephens, tra i pochissimi interpreti di Holmes ad averlo portato in scena soltanto una volta, dà al personaggio una credibilità e uno spessore psicologico rari, proiettandovi, forse, più d’un elemento autobiografico (durante la lavorazione del film l’attore, ai tempi sposato con Maggie Smith, tentò il suicidio). Ottima prova anche del sottovalutato Blakely. Inizialmente il film durava quasi tre ore, ma dopo le prime disastrose proiezioni il regista – che comunque dichiarò sempre di amarlo molto – fu costretto a ridurlo alla durata attuale. Dalla sceneggiatura del film venne tratto un omonimo romanzo scritto da Michael e Mollie Hardwick.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia, Genere Giallo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Non per soldi… ma per denaro

(The Fortune Cookie)

Regia di Billy Wilder

con Jack Lemmon (Harry Hinkle), Walter Matthau (Willie Gingrich), Ronald Rich (Bum Bum Jackson), Judi West (Sandy Hinkle), Cliff Osmond (Chester Purkey), Lurene Tuttle (Mrs. Hinkle), Harry Holcombe (O’Brien), Ann Shoemaker (Veronica Hinkle).

PAESE: USA 1966
GENERE: Commedia
DURATA: 125′

Mentre sta filmando una partita di football americano, il mite cameraman Harry Hinkle viene travolto in maniera involontaria dal giocatore di colore Bum Bum Jackson. Nonostante una prognosi di lieve entità, il cognato – avvocato imbroglione – lo spinge a fingersi paralizzato per estorcere denaro all’assicurazione. Quando l’amata ex moglie torna da lui Harry si convince che l’inganno è cosa buona e giusta, ma non ha fatto i conti con Bum Bum che, sentendosi tremendamente in colpa per l’accaduto, rischia di compromettersi la carriera dandosi all’alcol…

Scritta dal solito I.A.L. Diamond, una delle commedie più cupe e politiche di Wilder, un vero e proprio apologo sull’avidità umana che non disdegna molte frecciate all’american way of life. Diviso in 16 piccoli capitoli che sono 16 operette morali, il film riflette sui meccanismi che regolano il potere economico partendo dall’ultimo poveraccio della scala gerarchica (l’avvocato di Matthau, memorabile azzeccagarbugli) fino ad arrivare al grande capo (il trio di assicuratori che non vuole pagare l’indennità di Harry). Si ride, certo, ma si ride amaro. La ex moglie di Harry (l’esordiente ma molto brava West) è probabilmente il personaggio femminile più sgradevole dell’intera filmografia del regista, sempre attento ad alternare in maniera credibile tenerezza e crudeltà, dramma e commedia (nera), umanesimo e cinico pessimismo. Regia da scuola del cinema, elegante e  simbolica, ben sostenuta dalla straordinaria fotografia in bianco e nero del grande Joseph LaShelle. Come spesso accade nei film di Wilder, il racconto è portato così bene che le due ore volano senza che ci si accorga del tempo che passa. Ottime prove di Lemmon e Matthau (quest’ultimo premiato con l’Oscar), nella prima di molte collaborazioni. Musiche di Cole Porter con André Previn. Tutt’altro che un Wilder minore.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Baciami, stupido

(Kiss me, stupid)

Regia di Billy Wilder

con Kim Novak (Polly), Dean Martin (Dino), Ray Walston (Orville J. Spooner), Felicia Farr (Zelda Spooner), Cliff Osmond (Barney Millsap), Barbara Pepper (Big Bertha), Skip Ward (il lattaio), John Fiedler (reverendo Carruthers), Dora Merande (la madre di Zelda), Howard McNear (il padre di Zelda), Alice Pearce (signora Mulligan).

PAESE: USA 1964
GENERE: Commedia
DURATA: 125′

Quando il noto cantante e tombeur de femmes Dino si ferma a Climax, Nevada, per fare il pieno alla sua auto, il compositore Orville J. Spooner, in combutta con l’amico paroliere Barney, lo costringe a restare affinché ascolti la sua musica e gli dia un’occasione. Deciso ad ospitarlo a casa sua, Orville non ha però pensato che Dino vorrà insidiargli la bella moglie Zelda, della quale peraltro è gelosissimo. Cacciata di casa la poveretta con un pretesto, si fa recapitare la prostituta Polly affinchè si finga sua moglie e dia a Dino tutto ciò che vuole. Ma quando quest’ultimo inizia ad andarci giù pesante, Orville ha un sussulto di dignità.

Tratto da L’ora della fantasia (1944) di Anna Bonacci, adattato da I.A.L. Diamond, uno dei film meno capiti di Wilder, forse perché tra i primi – e tra i pochi – prodotti hollywoodiani che non soltanto porta in scena il tradimento, ma che addirittura non fa nulla per condannarlo (alla fine tutti tradiscono tutti, eppure nel farlo tutti ci guadagnano qualcosa). In realtà si tratta di una delle sue opere più geniali e dissacranti, nella quale l’archetipica struttura della commedia degli equivoci serve ad indagare le magagne della società USA, sempre più misogina e maschilista. Come già accadeva con Marilyn in Quando la moglie è in vacanza (1955), la presenza del divo – in questo caso Martin – serve a Wilder per irridere la mentalità del maschio medio, sempre pronto a giudicare e a negare fiducia alla propria consorte salvo poi essere il primo a tradire (ma soltanto se la cosa gli conviene, come in questo caso). E infatti gli unici personaggi positivi sono le due donne, distantissime a livello socio-culturale eppure accomunate da sentimenti di sincerità e solidarietà che palesemente mancano al trio di maschietti. Anche le uniche che il regista guarda con rispetto e ammirazione, mentre ai maschi è riservata una massiccia dose di beffarda ironia (il terrore più grande di Orville era che la moglie lo tradisse, e alla fine questo accade proprio a causa della sua futile pantomima studiata per impedirlo).

Grande performance della Novak e coraggiosa quella di Martin, alle prese con un ruolo denso di riferimenti autobiografici ma quasi tutti virati in negativo. Audacissima per i tempi la scena in cui dopo aver sfilato le scarpe alla Novak le riempie di Chianti e beve: pura rappresentazione simbolica del feticismo, mai vista in un film hollywoodiano. Il riconoscimento finale che Dino tributa a Orville e Barney potrebbe sembrare una redenzione in extremis del personaggio, ma non è difficile accorgersi che si tratta solo dell’ennesimo stratagemma wilderiano per irridere i personaggi, così inebetiti dall’aver raggiunto il successo da non accorgersi di aver perso la dignità. L’essenzialità spaziale di Wilder raggiunge qui livelli estremi: se si tolgono alcune brevissime parentesi “esterne” (la veranda dei genitori di Zelda, il Bar dell’Ombelico, la roulotte di Polly), il film è quasi tutto ambientato in un appartamento, anzi, in una stanza. Stranamente, non una stanza di città ma di provincia. Dopo l’exploit cromatico in Technicolor di Irma la dolce (1963), Wilder torna ad un raffinatissimo ed espressivo bianco e nero (fotografia di Joseph LaShelle) che qua e là diventa poesia. Musiche dei fratelli Gershwin, di Beethoven, Mozart e del solito André Previn. Imperdibile.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il tesoro della Sierra Madre

(The Treasure of the Sierra Madre)

Regia di John Huston

con Humphrey Bogart (Fred C. Dobbs), Walter Huston (Howard), Tim Holt (Bob Curtin), Bruce Bennett (Jim Cody), Barton MacLane (Pat McCormick), Alfonso Bedoya (Cappello d’oro), Arturo Soto Rangel (Presidente), Manuel Dondé (El Jefe), José Torvay (Pablo), Margarito Luna (Pancho).

PAESE: USA 1948
GENERE: Avventura
DURATA: 121’

Messico, 1925. Due americani senza un soldo si alleano con un vecchio minatore e partono per le montagne in cerca dell’oro. Fanno fortuna, ma l’avidità li porterà alla rovina.

Dal romanzo omonimo (1927) del misterioso B. Traven (scrittore del quale ancora oggi non si conosce l’identità), adattato dallo stesso Huston, uno dei più potenti film sull’avidità umana mai partoriti da Hollywood, secondo molti il capolavoro del regista. Prende gli stereotipi del cinema avventuroso e li vira in negativo, raccontando un’ascesa (quella verso le montagne) che è di fatto una discesa negli abissi dell’animo umano. A rendere indimenticabile questo viaggio sono, ex aequo, tre fattori fondamentali: la regia di Huston, essenziale, elegante, capace di sfruttare al meglio i luoghi “reali” in cui si muove fu uno dei primi film americani ad essere girato quasi totalmente fuori dagli States); la sceneggiatura, verosimile eppure potentemente allegorica; la gigantesca prova di Bogart, in uno dei personaggi più negativi ed amorali della propria carriera, archetipo di molti personaggi analoghi venuti dopo (il più recente è probabilmente il Petroliere di Paul Thomas Anderson). Belle musiche di Max Steiner. Tre premi Oscar, tutti in famiglia: film e sceneggiatura a Huston, attore non protagonista al padre Walter. Il regista appare all’inizio nei panni del ricco signore in bianco che fa l’elemosina a Bogart. Film modernissimo, fonte di ispirazione per molti grandi registi venuti dopo, da vedere.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Avventura | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il magnifico scherzo

(Monkey Business²)

Regia di Howard Hawks

con Cary Grant (Barnaby Fulton), Ginger Rogers (Edwina Fulton), Charles Coburn (Mr. Oxly), Marilyn Monroe (Lois Laurel), Hugh Marlowe (Hank Entwhistle), Kathleen Freeman (Mrs. Brannigan), Harry Carey Jr. (un giornalista), Henri Letondal (Dr. Jerome Kitzel), George Winslow (il bambino al parco).

PAESE: USA 1952
GENERE: Commedia
DURATA: 97′

Uno scimpanzè da laboratorio scopre per caso una formula chimica che fa regredire alla giovinezza. L’elisir è assunto, più o meno inconsapevolmente, dal professor Barnaby e dalla moglie Edwina. Guai a catena.

Nonostante l’apporto di tre mostri sacri in sceneggiatura – I.A.L. Diamond, Ben Hecht e Charles Lederer – il terzo film di Hawks con Grant è uno dei suoi meno riusciti. Non mancano le battute e le trovate esilaranti, e l’idea di fondo è tutt’altro che superficiale (basta poco per sgretolare le nostre convenzioni sociali e tornare al “selvaggio” spirito che conoscemmo in giovinezza), ma il film sembra non decollare mai davvero, e alla fine l’impressione – condivisa dallo stesso Hawks – è quella di uno scherzo tirato troppo per le lunghe. Inoltre, la Rogers insistette affinché lo script venisse pesantemente modificato (l’originale prevedeva la regressione del solo Barnaby), finendo col rendere il suo personaggio particolarmente sgradevole e lontano dalle sue corde. Va comunque detto che nel 1952 girare una screwball comedy (genere tipico degli anni trenta) era una scelta quantomeno rischiosa. Gustoso l’incipit meta-cinematografico, in cui la voce dello stesso Hawks chiede a Grant di aspettare di entrare in scena fino alla fine dei titoli di testa (“non ancora, Cary!”) e notevole la presenza di Marilyn, in uno dei suoi primi ruoli importanti. Insieme a Hawks e agli attori Coburn e Winslow prenderà parte l’anno seguente al più noto Gli uomini preferiscono le bionde, film che la consacrerà definitivamente nell’Olimpo del divismo hollywoodiano. Da ricordare la scena in cui Grant e un gruppo di bambini travestiti da indiani progettano di fare lo scalpo alla Rogers.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Irma la dolce

(Irma La Douce)

Regia di Billy Wilder

con Jack Lemmon (Nestor Patou), Shirley MacLaine (Irma), Lou Jacobi (Moustache), Bruce Yarnell (Ippolito il bue), Grace Lee Whitney (Kiki la cosacca), Joan Shawlee (Annie l’amazzone), Diki Lerner (Jo Jo), Herschel Bernardi (ispettore Lefevre), Howard McNear (il concierge).

PAESE: USA 1963
GENERE: Commedia
DURATA: 147′

Assegnato al quartiere parigino di Les Halles, Nestor, giovane e ingenuo poliziotto, si convince di poter fermare il viavai di prostitute e loro clienti. Sbattuto fuori dalla polizia (anche perché il capo ispettore è uno dei migliori fruitori del servizio), si innamora della prostituta Irma e, per averla tutta per sé, si traveste da facoltoso business man inglese e diventa il suo unico cliente. Quando c’è il rischio che Irma si innamori dell’inglese, Nestor lo uccide…e finisce in prigione.

Tratta dall’omonimo musical francese del 1956 (musiche di Marguerite Monnot e libretto di Alexandre Breffort), adattato dal solito I.A.L. Diamond, è una delle ultime grandi commedie brillanti hollywoodiane, nella quale Wilder riversa quasi tutto il suo repertorio filmico fatto di scambi di persona e travestimenti, incursioni nel grottesco e gag di gusto slapstick, amori apparentemente impossibili e critica al perbenismo borghese. Certo il film è molto lungo e, a conti fatti, non propone nulla di davvero nuovo, ma basterebbero gli ultimi 40′ – un folle quanto irresistibile crescendo di eventi comici sempre più assurdi, fino all’inevitabile lieto fine – per ammirare ancora una volta il modo di fare cinema di questo grande cineasta, che oltretutto ritrova qui la deliziosa coppia Lemmon/MacLaine che già aveva reso grande il precedente (e pluri-premiato) L’appartamento (1960). Grazie al lavoro scenografico del veterano Alexandre Trauner, che ricostruì Les Halles in studio con una cura maniacale, e alla poetica e saturata fotografia in Technicolor dell’esperto Joseph LaShelle, il film è sicuramente uno dei più colorati e visivamente sbarazzini di Wilder. Memorabile il personaggio del barista Moustache, che quasi in ogni scena rivela improbabili dettagli sul suo passato. Nei panni di un marinaio con la radiolina si scorge un giovanissimo James Caan.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Arianna

(Love in the Afternoon)

Regia di Billy Wilder

con Audrey Hepburn (Ariane Chavasse), Gary Cooper (Frank Flannagan), Maurice Chevalier (Claude Chavasse), John McGiver (Monsieur X), Van Doude (Michel), Lise Bourdin (Madame X), Olga Valéry (la padrona del cane al Ritz).

PAESE: USA 1957
GENERE: Commedia sentimentale
DURATA: 130′

A Parigi, la figlia di un investigatore privato specializzato in scappatelle extra-coniugali sventa l’assassinio di un ricchissimo playboy ad opera di un marito tradito. Innamoratasi del furbone, lo conquista facendogli credere di essere come lui…

Primo incontro tra Wilder e lo sceneggiatore I.A.L. Diamond, alle prese con una commedia romantica ambientata nella città romantica per antonomasia in cui il regista ritrova la Hepburn dopo il memorabile Sabrina (1954). Sarà forse anche un Wilder meno cattivo e più zuccheroso del solito, ma il racconto è portato con tale grazie che alla fine risulta comunque godibile. Ancora una volta il regista si conferma uno dei migliori quando si tratta di alternare dramma e commedia, comicità surreale e accurato studio dei sentimenti umani. Memorabile la trovata del quartetto tsigano che segue Frank ovunque facendo da colonna sonora ad ogni momento della sua vita, e da antologia la sequenza in cui i cinque (i quattro musicisti + Frank) si risvegliano dopo una colossale sbornia e ricominciano la tiritera come se nulla fosse accaduto. L’essenzialità spaziale di Wilder raggiunge qui livelli estremi: se si toglie qualche brevissima parentesi “esterna” (il teatro, il lago, il conservatorio, la stazione), il film è tutto ambientato in due sole location, l’appartamento dei Chavasse e la stanza d’albergo di Flannagan. Ottime prove dei due protagonisti (28 anni di differenza), ma il personaggio migliore – e quello coi dialoghi più divertenti – è senza dubbio il padre detective di Chevalier. Bella colonna musicale del solito Franz Waxman e ottima fotografia di William Mellor, che si diverte a giocare coi chiaroscuri sul volto di Cooper, forse per mitigarne i segni dell’età. Nel 1961 il film fu inspiegabilmente ridistribuito nelle sale in una versione rimontata e sforbiciata di 5′, intitolata Fascination come il brano che gli tsigani suonano per introdurre le avventure galanti di Flannagan (in realtà si tratta di un vecchio e dimenticato pezzo italiano dal titolo Malombra, composto da Fermo Dante Marchetti).

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia, Genere Sentimentale | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Sabrina

(Sabrina)

Regia di Billy Wilder

con Audrey Hepburn (Sabrina Fairchild), Humphrey Bogart (Linus Larrabee), William Holden (David Larrabee), Walter Hampden (Oliver Larrabee), Martha Hyer (Elizabeth Tyson), John Williams (Thomas Fairchild), Joan Vohs (Gretchen Van Horn), Marcel Dalio (Barone St. Fontanel), Nella Walker (Maude Larrabee), Francis X. Bushman (signor Tyson), Ellen Corby (Signorina McCardle).

PAESE: USA 1954
GENERE: Commedia
DURATA: 113′

Figlia dell’autista dei Larrabee, una famiglia miliardaria di Long Island, Sabrina ama segretamente il secondogenito David, dongiovanni perdigiorno, che nemmeno la prende in considerazione. Il padre la spedisce a Parigi per due anni per farle passare la cotta e per farle fare nuove esperienze. Diventata un’elegante e giovane donna, torna a casa e mette subito in subbuglio i sensi di David che però sta per sposarsi con la figlia di un industriale che dovrebbe fare affari proprio coi Larrabee. Per evitare che il matrimonio e l’affare vadano in fumo, il primogenito Linus, gran lavoratore, cerca di far innamorare Sabrina di lui, cosa che gli riesce, ma si ritrova cotto pure lui…

Dal lavoro teatrale Sabrina Fair di Samuel A. Taylor, che curò anche l’adattamento con il regista e Ernest Lehman, una delle commedie più note ed apprezzate della storia del cinema e senza dubbio uno dei migliori film di Wilder. Alcuni la ritengono una commedia wilderiana meno cattiva di altre, eppure lo spirito dissacratorio del regista si rivela in ben più d’una scena (“la vita è come una limousine”, dice il padre di Sabrina parlando di classi sociali, “c’è chi siede davanti e chi siede dietro. E in mezzo c’è un vetro a separarli”), sostenuto da una scrittura veloce e frizzante che sa rendere fortemente simbolico ogni personaggio e di far appassionare anche lo spettatore meno sentimentale. Senza dimenticare che, dopo così tanti anni, fa ancora davvero molto ridere: dialoghi memorabili e per nulla datati, molte trovate impagabili (le prove di Linus con la lastra di plastica, i dolori di David dopo aver schiacciato i bicchieri col sedere) e una squadra di attori raramente così bravi, primo fra tutti un Bogart meraviglioso nonostante si sentisse troppo vecchio e fuori parte (il ruolo era stato scritto per Cary Grant) e avesse rapporti tesi coi colleghi, soprattutto con la Hepburn. Le scene con protagonista Hampden (il capofamiglia Larrabee) sono tutte quante da antologia. Raro caso di commedia hollywoodiana in cui alla fine gli innamorati non hanno il benestare delle rispettive famiglie, e raro film in cui Bogart non accende nemmeno una sigaretta. Oscar ai costumi di Edith Head, che si avvalse della collaborazione di Givenchy (che vestirà la Hepburn anche nel successivo Colazione da Tiffany). Poetica fotografia di Charles Lang, funzionali musiche di Frederick Hollander. Una delle più grandi commedie americane di tutti i tempi, imperdibile. Un remake nel 1995 con la regia di Sydney Pollack.

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il Mundial dimenticato

Regia di Lorenzo Garzella, Filippo Macelloni

PAESE: Italia, Argentina 2011
GENERE: Documentario
DURATA: 95′

Sottotitolo: la vera incredibile storia dei Mondiali di Patagonia 1942. Nel 1942 la FIFA cancella i mondiali di calcio, già coppa Rimet, a causa della guerra. Il conte Otz, eccentrico milionario, li organizza di tasca sua nella Patagonia argentina. Alcuni aneddoti: 1) ad arbitrare le partite venne chiamato il figlio del bandito Butch Cassidy, che diresse le gare con la pistola in tasca (e talvolta la estrasse); 2) la nazionale italiana, quasi interamente formata da immigrati anarchici o esuli antifascisti che lavoravano come operai alla costruzione di una diga lì vicino, fu sconfitta in semifinale dalla rappresentanza della Germania nazista, che schierò il fortissimo bomber Klaus Kramer, centravanti occhialuto, e la spuntò grazie a due rigori palesemente inventati; 3) in finale la squadra dei Mapuche, gli aborigeni cileni e argentini, veri e propri funamboli del pallone, riuscirono nonostante le scorrettezze – e grazie alle parate del portiere Nahuelfuta, che ipnotizzava gli avversari col suo sguardo magnetico – a battere i tedeschi che, per la vergogna, negarono di aver preso parte al torneo; 4) durante la finale, un’alluvione distrusse lo stadio e uccise, tra gli altri, il cineoperatore Guillermo Sandrini, che sperimentò per l’evento innovative tecniche di ripresa da lui stesso inventate, segretamente innamorato della figlia di Otz, fotografa dilettante, ex fidanzata di Kramer che, al termine del Mundial, sparì proprio con Nahuelfuta. Il film comincia quando, negli anni novanta, alcuni scavi archeologici riportano alla luce lo scheletro di Sandrini, ancora abbracciato alla sua cinepresa. Il giornalista sportivo Sergio Levinsky indaga. Una storia folle e improbabile, eppure incredibilmente divertente e coinvolgente. E fasulla.

Ma raccontata in maniera (quasi) sempre credibile. Quello di Garzella e Macelloni – che si sono ispirati al racconto Il figlio di Butch Cassidy di Osvaldo Soriano – è infatti uno straordinario mockumentary (finto documentario) basato su una leggenda che non possiede alcun fondamento di verità. Ma assemblato e pensato per lasciare allo spettatore il compito di stabilire dov’è il confine fra la memoria e la leggenda, fra la realtà e l’invenzione (L. Garzella). La prova della validità del prodotto è che stabilirlo è davvero molto, molto difficile. Ma oltre che per la realizzazione, il film si fa apprezzare anche per essere uno spassionato e romantico omaggio al giuoco del calcio, quello vero, quello di una volta, ancora lontano dai soldi e dal “sistema”. Tra gli altri vi compaiono, nel ruolo di sè stessi, Roberto Baggio, Gary Lineker, Jorge Valdano, Darwin Pastorin. Divertente, emozionante, imperdibile. Anche per i non appassionati della pelota. “Non è una commedia, non è un finto documentario e tanto meno un documentario vero. È un sogno, il sogno di un calcio diverso” (F. Garzetti).

Pubblicato in 2000 - oggi, Genere Documentario | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento