Small Town Crime

(Small Town Crime)

Regia di Eshom e Ian Nelms

con John Hawkes (Mike Kendall), Anthony Anderson (Teddy Banks), Octavia Spencer (Kelly Banks), Robert Forster (Steve Yendel), Clifton Collins Jr. (Mood), Jeremy Ratchford (il sicario grasso), James Lafferty (il sicario alto e magro), Micheal Vartan (Crawford), Daniel Sunjata (Whitman), Stefanie Scott (Ivy).

PAESE: USA 2017
GENERE: Noir
DURATA: 92′

In una cittadina di provincia l’ex poliziotto alcolizzato Mike Kendall trova una ragazza morente a bordo strada e la porta in ospedale. Quando scopre che la poveretta non ce l’ha fatta, comincia ad indagare per conto suo e scopre una fitta rete di intrighi e ricatti.

Scritto e diretto dai fratelli Nelms, un noir vecchio stile in cui gli stereotipi del genere – un good bad guy come protagonista, un plot intriso di sesso e violenza, il concetto di redenzione, quello di giustizia “morale” – sono riletti con ironia e originalità, a cominciare dalla figura del protagonista: tutt’altro che cool o prestante, il Mike di Hawkes (straordinario) è un personaggio sconfitto su (quasi) tutti i livelli che cerca di riscattarsi con una buona azione ma sembra sempre destinato a perdere. Regia classica ma raffinata, scrittura pregevole, ritmo lento ma senza cali di tensione. Film anomalo perché rinuncia quasi totalmente alle scene madri per concentrarsi sui dettagli. Più che cinematografici, comunque, i modelli dei Nelms sembrerebbero letterari (storia, personaggi, ambientazione e riflessioni ricordano molto i romanzi su Hap & Leonard dello scrittore texano Joe R. Lansdale) o pittorici (molte inquadrature sembrano uscite dai quadri di Edward Hopper). Impagabili i personaggi di contorno, tra i quali spiccano due sicari “camp” che paiono usciti direttamente da Twin Peaks. Girato per DirecTV, servizio on demand americano. Bello.

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Padroni di casa

Regia di Edoardo Gabbriellini

con Valerio Mastandrea (Cosimo), Elio Germano (Elia), Gianni Morandi (Fausto Mieli), Valeria Bruni Tedeschi (Monia Mieli), Francesca Rabbi (Adriana), Mauro Marchese (Calzolari), Lorenzo Rivola (Davide), Alina Gulyalyeva (Alina).

PAESE: Italia 2012
GENERE: Drammatico
DURATA: 86′

I fratelli romani Cosimo ed Elia, piastrellisti, accettano un lavoro sull’appennino tosco-emiliano a casa del cantante Fausto Mieli, da qualche anno lontano dalle scene per prendersi cura della moglie malata. Mentre l’ex divo prepara il concertone che potrebbe riportarlo alla ribalta, gli abitanti del paesino diventano sempre più ostili nei confronti di Cosimo ed Elia, rei di aver visto qualcosa che non dovevano vedere…

Opera seconda di Gabbriellini, ex attore (è l’indimenticato protagonista di Ovosodo di Virzì), che l’ha anche scritto con Francesco Cenni, Michele Pellegrini e lo stesso Mastandrea. Film anomalo, difficilmente inquadrabile, ha nel retroterra Twin Peaks, Peckinpah e Un tranquillo weekend di paura, ma anche un certo cinema indipendente americano di fine millennio. A Gabbriellini il merito di aver trasportato questi modelli illustri nella sonnacchiosa provincia italica per raccontarne il mutamento: da ultimo baluardo di quiete e genuinità a calderone di conflitti inesplosi e violenza. Alla fine la sceneggiatura perde qualche colpo, ma il film è apprezzabile per lo stile sobrio e contemplativo, per la capacità, soprattutto nella prima ora, di creare un’atmosfera inquietante senza mostrare nulla di pauroso, per l’abilità – rara nel cinema italiano odierno – di frullare i generi con disinvoltura. Ottimo quartetto di attori tra i quali spicca un Morandi raramente così sgradevole che un po’ fa sé stesso e un po’ fa il suo opposto. Musiche di Stefano Pilia e Gabriele Roberto, mentre le canzoni che canta Mieli/Morandi sono opera di Cesare Cremonini. Troppo anticonvenzionale e pessimista per avere successo.

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Tutta la vita davanti

Regia di Paolo Virzì

con Isabella Ragonese (Marta), Valerio Mastandrea (Giorgio Conforti), Sabrina Ferilli (Daniela), Micaela Ramazzotti (Sonia), Massimo Ghini (Claudio), Elio Germano (Lucio 2), Valentina Carnelutti (Maria Chiara), Tatiana Farnese (signora Franca), Edoardo Gabbriellini (Roberto), Giulia Salerno (Lara), Caterina Guzzanti (Fabiana), Paola Tiziana Cruciani (madre di Sonia), Pierpaolo Benigni (Matteo), Lele Vannoli (assistente di Claudio).

PAESE: Italia 2008
GENERE: Grottesco
DURATA: 117’

Laureata in filosofia con tanto di laude e abbraccio accademico, la giovane Marta trova lavoro nel call center di una grossa azienda della periferia romana. Presa in simpatia dalla sua responsabile e attratta da un nostalgico sindacalista della CGIL, si accontenta senza farsi troppe domande. Fino a quando?

Dal romanzo Il mondo deve sapere di Michela Murgia, adattato da Virzì con Francesco Bruni, uno riuscito, intelligente, inquietante spaccato della società italiana odierna governata da precariato subdolo, carrierismo selvaggio, disumanizzazione del lavoro, imbambolamento generale. In maniera diversa ai film precedenti Virzì opta per uno stile grottesco ed esasperato che ben si adatta a questi tempi grotteschi ed esasperati. Caricaturale? Esagerato? Sicuramente, ma non così lontano dalla tragica realtà: cosa siamo disposti a fare, oramai, pur di lavorare? Intelligente, a questo proposito, il parallelismo con il mito della caverna di Platone, prontamente citato da Marta: siamo così anestetizzati da Grandi fratelli vari e così disillusi dal mondo del lavoro da esserci dimenticati che si potrebbe anche vivere – e lavorare – in maniera diversa. Stile originale, inserti musicali geniali, molte cose da dire. E un finale a dir poco mostruoso, forse il più pessimista mai girato dal regista. Magnifica la Ragonese, ma ottima anche la Ferilli nel ruolo della spietata responsabile dell’ufficio. L’unico sottotono è Ghini, nonostante un personaggio parecchio emblematico. Da vedere.

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La felicità è un sistema complesso

Regia di Gianni Zanasi

con Valerio Mastandrea (Enrico Giusti), Hadas Yaron (Achinoam), Giuseppe Battiston (Carlo Bernini), Filippo De Carli (Filippo Lievi), Camilla Martini (Camilla), Maurizio Donadoni (zio Umberto), Teco Celio (padre di Carlo Bernini), Daniele De Angelis (Nicola Giusti), Maurizio Lastrico (Ivano).

PAESE: Italia 2015
GENERE: Commedia drammatica
DURATA: 117′

Il lavoro di Enrico Giusti consiste nel convincere giovani imprenditori disinteressati alle sorti delle loro aziende a vendere. Due incontri inaspettati – la ex fidanzata israeliana del fratello e una coppia di giovanissimi fratelli orfani che dovrebbe “fregare” – lo portano a rivedere la natura del suo lavoro.

Scritto con Lorenzo Favella e Michele Pellegrini, è l’atteso ritorno al cinema del bravo Zanasi ben sette anni dopo il pregevolissimo Non pensarci, interpretato dai medesimi Mastandrea e Battiston. Il risultato è meno felice: tra i pochi registi italiani a credere ancora nel potere delle immagini (si veda il lungo passo inerente alla morte dei Lievi), Zanasi alterna trovate visive ottime (il piano sequenza iniziale, il “volo” sul letto) ad altre o poco cinematografiche o quantomeno discutibili (i passi al ralenti girati con stile da videoclip), e nonostante le buone intenzioni non riesce a rendere interessanti i personaggi e coinvolgenti le loro avventure. La “conversione” di Enrico è raccontata in maniera non banale, ma il film lascia poco. Bravissima la Yaron, di una naturalezza rara. Girato a Trento, Riva del Garda, in Valsugana e in Toscana. In colonna sonora si fa notare la canzonetta Torta di noi di Niccolò Contessa.

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The Place

Regia di Paolo Genovese

con Valerio Mastandrea (L’uomo), Marco Giallini (Ettore, il poliziotto), Alba Rohrwacher (suor Chiara), Sabrina Ferilli (Angela), Vinicio Marchioni (Gigi), Vittoria Puccini (Azzurra), Rocco Papaleo (Odoacre, il meccanico), Silvio Muccino (Alex), Alessandro Borghi (Fulvio), Silvia D’Amico (Martina), Giulia Lazzarini (Marcella).

PAESE: Italia 2017
GENERE: Grottesco
DURATA: 105′

In un bar (The Place) un misterioso uomo senza nome, seduto sempre allo stesso tavolino, incontra diverse persone, ognuna con un desiderio da esaudire. In cambio pretende lo svolgimento di un compito preciso, spesso ai limiti della legalità.

Scritto da Genovese con Isabella Aguilar, è l’adattamento cinematografico della serie statunitense The Booth at The End, due stagioni trasmesse da FX nel 2010. Anche qui ci si domanda qual è il prezzo che ogni uomo è disposto a pagare per esaudire i propri desideri, e anche qui lo si fa attraverso il misterioso personaggio principale, una sorta di demiurgo condannato a gestire le vite altrui. Dio o Mefistofele? Buono o malvagio? Conosce i destini di tutti o tira a indovinare? A chi gli da del mostro risponde che lui li nutre, i mostri, che è un po’ come dire che la malvagità come la bontà sono già dentro di noi, e non abbiamo bisogno né di Dio né di Satana per farle uscire. L’unica chiave di lettura possibile se si vuol dargli un senso è probabilmente quella fantastica: l’uomo lavora per qualcuno di molto più in alto di lui (ecco perché è stufo di farlo, ecco perché sorride quando qualcuno rinuncia ad un compito “negativo”, o soffre quando apprende particolari tragici). Oppure, molto più semplicemente, egli esiste perché esiste il male.

Lo stile di Genovese può anche apparire irritante (ma perché tutti quei raccordi sull’asse, tutte quelle inquadrature? Un film minimale non dovrebbe avere una regia minimale?), e tante volte è forte l’impressione di un esercizio di stile tirato per le lunghe in cui il regista ha buttato dentro tutto ciò che di filosofico gli veniva in mente, ma è indubbio che la pellicola lasci qualcosa e sproni al dibattito, come del resto già accadeva col precedente Perfetti sconosciuti. Che era (quasi) interamente ambientato in un appartamento, mentre The Place è tutto girato dentro un bar, e più o meno negli stessi 4/5 metri quadri; come dire che non c’è bisogno di chissà quali ambientazioni per raccontare quello che siamo. Straordinario Mastandrea, praticamente SEMPRE in scena e capace di dare al suo personaggio mille sfaccettature senza mai rivelare nulla. È sicuramente un film furbo e talvolta pretestuoso, ma fategli (e fatevi) un favore: giudicatelo dopo averci dormito su, o comunque lasciatelo decantare per qualche ora. Belle canzoni interpretate da Marianne Mirage e scritte con gli STAG. Molte candidature ai David ma nessuna vittoria.

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Le streghe di Salem

(The Lords of Salem)

Regia di Rob Zombie

con Sheri Moon Zombie (Heidi Hawthorne), Bruce Davison (Francis Matthias), Jeff Daniel Phillips (Herman Whitey Salvator), Judy Geeson (Lacy Doyle), Ken Foree (Herman Jackson), Patricia Quinn (Megan), Dee Wallace (Sonny), Meg Foster (Margaret Morgan), Maria Conchita Alonso (Alice Matthias), Andrew Pine (reverendo Hawthorne).

PAESE: USA, Canada, Gran Bretagna 2012
GENERE: Horror
DURATA: 101′

A Salem (Ohio) la Disc-Jokey Heidi riceve in dono un misterioso vinile contenente una nenia inquietante. Da quel momento inizia ad avere una serie di incubi che la allontanano sempre più dalla realtà…

Liberamente ispirato ad una leggenda americana del XVII secolo, è il sesto film scritto e diretto dal cantante metal Rob Zombie (vero nome Robert Bartleh Cummings), che mette la sordina allo stile frenetico e sovreccitato delle opere precedenti e gira il suo film più stilisticamente sobrio e allo stesso tempo più astratto: l’idea è quella di fare un cinema sensoriale in stile Kubrick (prontamente citato) in cui le situazioni e gli incubi demoniaci della protagonista contano più della storia e dei personaggi. La prima parte è angosciosa ed efficace, e vanta una manciata di buoni momenti che non si scordano; poi si perde in un delirio di immagini kitsch, luci e suoni disturbanti che sembrano voler sopperire al problema di fondo, ovvero l’incapacità del regista di rappresentare le proprie visioni estreme e personali senza perdere di vista il flusso del racconto. E alla fine si rischia persino il ridicolo involontario: insomma, più che impauriti si esce dalla sala frastornati e pure un po’ annoiati. Come sempre il regista rispolvera una serie di vecchie glorie del cinema horror di un tempo: oltre al solito Sid Haig, già visto ne La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo dello stesso zombie, vi appaiono Patricia Quinn (le celeberrime labbra di The Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman), Meg Foster (Essi vivono di John Carpenter), Michael Berryman (Le colline hanno gli occhi di Wes Craven), Dee Wallace (L’ululato di Joe Dante) e il mitico Ken Foree (Zombi di George Romero). La Moon, moglie del regista, non è così male come hanno scritto in molti. Anzi, riesce persino a dare spessore a un personaggio che in sede di scrittura proprio non ne ha. Basso budget (1,5 milioni di dollari) ma usato bene. Preziosa la fotografia desaturata e granulosa di Brandon Trost, particolarmente efficace nelle ambientazioni notturne e nel dare al film un’atmosfera opprimente e sospesa. Inquietante e disturbante, ma non del tutto riuscito.

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Mio cugino Vincenzo

(My Cousin Vinny)

Regia di Jonathan Lynn

con Joe Pesci (Vincenzo Gambini), Marisa Tomei (Mona Lisa Vito), Ralph Macchio (Billy Gambini), Mitchell Whitfield (Stan Rothenstein), Fred Gwynne (Giudice Haller), Bruce McGill (Sceriffo Farley), Lane Smith (Jim Trotter III), Austin Pendleton (John Gibbons).

PAESE: USA 1992
GENERE: Commedia
DURATA: 120′

Mentre attraversano l’Alabama due amici vengono accusati di aver ucciso il cassiere di un emporio. Sbattuti in cella, rischiano la pena capitale. In loro soccorso arriva il cugino di uno di loro, avvocatucolo italo americano che non ha mai affrontato un processo. Aiutato dalla bella fidanzata, esperta di motori, riuscirà inaspettatamente a scagionare i due giovani.

Scritta da Dale Launer, una godibile commedia che richiede una certa sospensione dell’incredulità (quale corte potrebbe credere che Vincenzo è davvero un avvocato di valore) ma che, presa dal verso giusto, diverte e coinvolge. La trovata di partenza non ha forse carburante per reggere due ore di film, ma la pellicola vanta una spassosa, brillante sceneggiatura e una serie di ottimi duetti tra Pesci, ben doppiato da Leo Gullotta e lasciato a briglia sciolta, e la Tomei, premiata con un inaspettato (ma meritato) Oscar alla miglior attrice non protagonista e alle prese con un personaggio memorabile che sembra banale ma banale non è. Quando c’è in scena lei il film decolla, e non è azzardato dire che ruba spesso la scena alla sua ben più navigata controparte maschile. Grande successo di pubblico.

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