Il ponte delle spie

(Bridge of Spies)bridge-of-spies-il-ponte-delle-spie-news-gate-steven-spielberg

Regia di Steven Spielberg

con Tom Hanks (James Donovan), Mark Rylance (Rudolf Abel), Amy Ryan (Mary McKenna Donovan), Alan Alda (Thomas Watters), Austin Stowell (Francis Gary Powers), Scott Sheperd (agente Hoffman), Jesse Plemons (Murphy), Will Rogers (Frederick Pryor), Sebastian Koch (avvocato Vogel).

PAESE: USA 2015
GENERE: Spionaggio
DURATA: 142′

Durante la Guerra Fredda, lo stimato avvocato americano Jim Donovan è incaricato di difendere in tribunale una spia russa. Lo fa così bene da attirarsi l’odio dell’opinione pubblica. Quando un pilota americano è catturato in Russia e si paventa uno scambio di prigionieri, sarà proprio lui a partire per la Germania Est con il compito di occuparsi della faccenda…

Scritto da Matt Charman, Joel ed Ethan Coen e basato su una vicenda realmente accaduta, è un affascinante film di spionaggio che parte come un elogio alla giustizia e diventa una riflessione politica all’ombra del muro di Berlino. La trama potrebbe essere quella di un thriller hitchcockiano, ma nonostante i molti echi del cinema di una volta (soprattutto noir) Spielberg si tiene lontano dai clichè del thriller e concepisce una suspense lenta, riflessiva come il suo incorruttibile protagonista, eroe d’altri tempi che potrebbe essere uscito da un film di Clint Eastwood. Ci si chiede spesso cosa significhi difendere un criminale dichiarato: qui ci si domanda cosa significhi difendere un nemico “ideologico”. Film non soltanto bello da vedere, ma anche da sentire (perfetti i dialoghi). Se da un lato Spielberg cede ad un fastidioso americocentrismo (possibile che i russi debbano sempre essere cattivi e torturatori come i soldati delle SS?), dall’altro non risparmia frecciate a mamma America (“anche noi facciamo un po’ la commedia”, dice Sullivan rispetto alle mosse della CIA) e a chi OGGI parla di costruire muri. Anche per questo, soprattutto per questo, è un film molto, molto attuale. Come nel precedente Lincoln, si utilizza il piano sequenza per entrare lentamente DENTRO i personaggi. Una buona dose di ironia e gli ottimi contributi tecnici fanno il resto. Le ultime due inquadrature sono allo stesso tempo geniali e terribili, ed in esse si cela il senso di tutto il film. Grande Hanks e grandissimo Rylance, premiato con l’Oscar. Da vedere.

Voto

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Lincoln

(Lincoln)lincoln

Regia di Steven Spielberg

con Daniel Day-Lewis (Abraham Lincoln), Sally Field (Mary Todd Lincoln), Tommy Lee Jones (Thaddeus Stevens), Joseph Gordon-Levitt (Robert Todd Lincoln), David Strathairn (William H. Seward), Hal Holbrook (Francis Preston Blair), Michael Stuhlbarg (George Yeaman), Jared Harris (Ulysses S. Grant), James Spader (William N. Bilbo), Jackie Earle Haley (Alexander Stephens), John Hawkes (Robert Latham), Lee Pace (Fernando Wood).

PAESE: USA, India 2012
GENERE: Storico
DURATA: 150′

Da gennaio ad aprile 1865, gli ultimi quattro mesi di vita di Abraham Lincoln, 16esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Si raccontano i suoi sforzi sovrumani per ratificare il XIII emendamento della costituzione, quello che di fatto rendeva illegale la schiavitù dei neri.

Scritto da Tony Kushner basandosi sul romanzo Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln di Doris Kearns Goodwin, è un potente, emblematico, non agiografico ritratto di uno dei presidenti più amati della storia degli Stati Uniti. È la cronistoria di un trionfo della democrazia orchestrato da un uomo che, a ben vedere, non aveva nulla di democratico. Spielberg non dubita mai della bontà d’animo del suo Lincoln ma pone domande scomode: se il fine è sacrosanto come può essere il riconoscimento dell’uguaglianza tra gli uomini, si può affermare che esso giustifica i mezzi? A giudicarlo a posteriori, a guardare la Storia con la S maiuscola, a ben analizzare i traguardi ottenuti grazie a quella legge, chiaramente si. Ma per i contemporanei? In fin dei conti il presidente, per ottenere i voti necessari al passaggio dell’emendamento, fa esattamente ciò che fanno i politici odierni. Corrompe, promette cariche, addirittura mente: nega che il sud abbia mandato dei delegati per siglare la pace in quanto sa bene che, se il cessate il fuoco arrivasse PRIMA del voto sull’emendamento, esso non passerebbe (a molti politici non interessavano realmente i diritti dei neri, ma votarono si perchè l’approvazione del XIII avrebbe concluso la guerra). Per una cosa simile, oggi, gli avversari chiederebbero l’impeachment. Raramente il concetto di dialettica politica era stato raccontato così bene, raramente pubblico e privato si erano intersecati in maniera così significativa all’interno di un bio-pic (il punto più alto di questo rapporto è probabilmente la sequenza in montaggio alternato tra la votazione e il momento di gioco col figlio). Ma Spielberg azzecca anche un arguto e non facile parallelismo, quello tra politica e cinema: Lincoln usa sempre la storia (“una volta vidi un uomo che…”) per spiegare i concetti e farli arrivare a tutti, che è poi esattamente quello che fa Spielberg, quello che fa un regista. Senza nasconderne gli squilibri fisici – la camminata sconnessa, l’ingobbimento dettato dalla grande altezza (1 metro e 93) – Day-Lewis dona al suo Lincoln una grazia rara, quasi poetica. Le immancabili sbavature retoriche sono riscattate da un’innegabile lucidità di giudizio e da uno stile registico di alto livello. Come sempre nel cinema di Spielberg, fondamentale l’apporto dei (fidati) collaboratori: Janusz Kaminski (fotografia), Michael Kahn (montaggio), John Williams (musiche), Joanna Johnston (costumi), Rick Carter (scenografie), quest’ultimo premiato con l’Oscar insieme a Day-Lewis. Bellissimo il personaggio interpretato da Lee Jones. Da vedere.

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L’ultimo dei Mohicani

(The Last of the Mohicans)the-last-of-the-mohicans-poster

Regia di Michael Mann

con Daniel Day-Lewis (Nathaniel “Occhio di Falco”), Madeleine Stowe (Cora Munro), Russell Means (Chingachgook), Eric Schweig (Uncas), Jodhi May (Alice Munro), Wes Studi (Magua), Steven Waddington (Maggiore Duncan Heyward), Maurice Roeves (Colonnello Munro), Patrice Chéreau (Generale Montcalm).

PAESE: USA 1992
GENERE: Avventura
DURATA: 117′

1757, Nord America. Durante la guerra tra inglesi e francesi per il controllo dei territori indiani, tre Mohawk accettano di scortare ad un forte le figlie di un generale inglese. Uno di loro s’innamora, ricambiato, di una delle due, ma intanto i francesi sono oramai alle porte e bisogna fuggire…

Dal romanzo (1826) di James Fenimore Cooper, adattato dal regista con Cristopher Crowe. Sei anni dopo le sperimentazioni e le frantumazioni post-moderne di Manhunter (1986), Mann gira il suo film più classico e lineare, un “pre-western” di ampio respiro che è anche un ottimo esempio di cinema epico-avventuroso come non se ne fa più. È l’unico film di Mann ambientato lontano dalla metropoli, quello in cui maggiormente si irridono la guerra e i riti militari, l’unico basato su un personaggio che non fa altro che correre, contro i nemici ma soprattutto contro il tempo: a breve quelli come lui non esisteranno più. Molti i temi tipici del cinema di Mann: l’elogio al professionismo, la propensione per personaggi dalla forte fibra morale, i ritratti di donne forti e artefici del proprio destino. Lo stile personalissimo del regista – che alterna disinvoltamente battaglie perfettamente coreografate e momenti sospesi di straziante lirismo – è imprescindibile dalla fotografia di Dante Spinotti e dalle musiche (immortale il tema del film) di Trevor Jones e Randy Edelman. Il generale francese è interpretato dal regista Patrice Chéreau. Gli ultimi venti minuti, in cui per diverse ragioni smette di essere un film “classico”, sono un pezzo di grande, grandissimo cinema. Oscar per il miglior sonoro (ovvero – incredibile! – NON alle musiche). Da vedere.

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Automata

(Autómata)automata

Regia di Gabe Ibáňez

con Antonio Banderas (Jacq Vaucan), Dylan McDermott (Sean Wallace), Robert Forster (Robert Bold), Melanie Griffith (Susan Dupré), Brigitte Hjort Sørensen (Rachel Vaucan), Tim McInnerny (Vernon Conway), Andy Nyman (Ellis), David Ryall (Dominic Hawk), Christa Campbell (Tech).

PAESE: Spagna 2014
GENERE: Fantascienza
DURATA: 109′

Nel 2044, mentre la Terra va incontro ad un’implacabile desertificazione, i robot Pilgrim 7000 svolgono i lavori che gli esseri umani non vogliono più fare. Sono regolati da due protocolli: non possono nuocere agli uomini e non possono auto-modificarsi. Il detective assicurativo Jacq Vaucan, stipendiato dalla società che possiede il monopolio per la costruzione degli automi, scopre che alcuni di loro stanno imparando ad ripararsi in autonomia e, dunque, infrangendo il secondo protocollo…

Terzo film dello spagnolo Ibáňez, il primo distribuito su scala internazionale. I modelli sono illustri – il design della città e le atmosfere arrivano da Blade Runner, gli spunti filosofici e le leggi della robotica (qui chiamate protocolli) dalla letteratura di Asimov – ma il regista e i suoi sceneggiatori Igor Legarreta e Javier Sanchez Donate riescono nell’intento di dire qualcos(in)a di nuovo sul tema delle intelligenze artificiali. Lo fanno rifiutando i canoni del cinema di genere (ad esempio nell’andatura) e optando per uno stile sommesso e anti-spettacolare ma ricercato, capace di immagini tanto belle quanto emblematiche. Ottima la fotografia di Alejandro Martinez, che immerge il tutto in un grigiore fortemente simbolico, e ottimo il commento musicale curato da Zacarias M. de la Riva. Tolto il sottofinale action e il finale un po’ troppo criptico, il film convince e coinvolge e s’innalza dalla media dei prodotti coevi. Bella prova di Banderas, imbarazzante quella della ex moglie Melanie Griffith palesemente vittima di un’atroce chirurgia plastica. È sua la voce del robot Cleo, mentre quella di Blue è nientemeno che di Javier Bardem. Un piccolo film di sci-fi diverso dal solito, da recuperare.

Voto

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Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re

(The Lord of the Rings: The Return of the King)il-signore-degli-anelli-il-ritorno-del-re

Regia di Peter Jackson

con Viggo Mortensen (Aragorn), Elijah Wood (Frodo Baggins), Ian McKellen (Gandalf), Liv Tyler (Arwen), Sean Astin (Samwise Gamgee), Billy Boyd (Pipino), Dominic Monaghan (Merry), Orlando Bloom (Legolas), John Rhys-Davies (Gimli), Bernard Hill (Theoden), David Wenham (Faramir), Miranda Otto (Eowyn), John Noble (Detenhor), Brad Dourif (Grima Vermilinguo), Karl Urban (Eomer), Christopher Lee (Saruman), Cate Blanchett (Galadriel), Hugo Weaving (Elrond), Andy Serkis (Gollum).

PAESE: Nuova Zelanda, USA 2003
GENERE: Fantastico
DURATA: 201’ (263′)

Sconfitto Saruman, Gandalf, Aragorn, Legolas e Gimli si separano ancora una volta: il primo, accompagnato da Pipino, raggiunge la città umana di Minas Tirith per convincere l’ottuso reggente Denethor a combattere; gli altri tre tornano a Rohan per organizzare la lotta ma sono costretti a riprartire per cercare alleati. Intanto Frodo e Sam, sempre scortati dall’infido Gollum, devono attraversare le distese infuocate di Mordor per raggiungere il monte Fato e distruggere l’anello…

Scritto ancora da Jackson con la moglie Filippa Boyens e con Fran Wlash, è il terzo ed ultimo capitolo della saga tratta dai libri di J. R. R. Tolkien. Trionfo di un genere filmico – quello epico/avventuroso – che prima del 2001 pareva definitivamente scomparso e trionfo di un’idea di cinema come “maestosa macchina racconta-miti che sa rendere visivamente possibile ciò che fino a qualche anno fa poteva essere solo sognato o raccontato a parole”. Tuttavia, nel trionfo di questa idea si cela già il suo crepuscolo: nessun altro regista di blockbuster multimiliardari, ad oggi, ha potuto godere della libertà produttiva e creativa che ha avuto Jackson per questa trilogia. Troppo rischioso. Pur non distanziandosi mai veramente dalle logiche del genere cui appartiene la sua creatura, Jackson riesce nella difficile impresa di fare cinema orgogliosamente, esageratamente epico (nel senso “antico” del termine) senza tuttavia mai rinunciare all’approfondimento psicologico dei personaggi. Ma c’è anche grande abilità nel coordinare il (vastissimo) materiale narrativo. La battaglia finale a Minas Tirith (che dura circa 90′) è qualcosa di incredibile per maestosità visiva, potenza drammaturgica, sublime sapienza registica. La versione estesa del film dura 4 ore e 23 minuti, ma non c’è spazio per mezzo sbadiglio. Detiene due record: i titoli di coda più lunghi della storia (22′, ma va detto che Jackson ha un po’ fatto il furbo scrivendo i nomi di TUTTI i membri dei più noti fans club dedicati a Il signore degli anelli) e il maggior numero di premi Oscar vinti (11, a pari merito con Ben Hur e Titanic: film, regia, sceneggiatura, scenografia, costumi, trucco, montaggio, sonoro, effetti speciali, colonna sonora (ad Howard Shore), canzone (Into the West, cantata da Annie Lennox su testo della Walsh e musica di Shore). Con un miliardo e cento milioni di dollari di incasso, è anche il capitolo più redditizio della saga. Da vedere.

Voto

 

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Il Signore degli Anelli – Le due torri

(The Lord of the Rings: The Two Towers)le-due-torri-poster02

Regia di Peter Jackson

con Viggo Mortensen (Aragorn), Elijah Wood (Frodo Baggins), Ian McKellen (Gandalf), Liv Tyler (Arwen), Sean Astin (Samwise Gamgee), Billy Boyd (Pipino), Dominic Monaghan (Merry), Orlando Bloom (Legolas), John Rhys-Davies (Gimli), Bernard Hill (Theoden), David Wenham (Faramir), Miranda Otto (Eowyn), Brad Dourif (Grima Vermilinguo), Karl Urban (Eomer), Christopher Lee (Saruman), Cate Blanchett (Galadriel), Hugo Weaving (Elrond), Andy Serkis (Gollum).

PAESE: Nuova Zelanda, USA 2002
GENERE: Fantastico
DURATA: 179’ (235′)

Sciolta la compagnia dell’anello, i personaggi prendono strade diverse. Frodo, Sam e l’infido Gollum continuano a marciare verso il Monte Fato, ma vengono catturati da Faramir che vuole usare il potere dell’anello per difendere una delle ultime roccaforti degli uomini; Merry e Pipino, ben protetti da Barbalbero, si dirigono al consiglio degli Ent per capire se anche gli alberi umanoidi prenderanno parte alla lotta contro Sauron; Aragorn, Legolas e Gimli, accompagnati da un redivivo Gandalf, aiutano il popolo di Rohan ad organizzare la battaglia contro gli orchi Uruk-Hai creati da Saruman.

Tratto dalla seconda parte del romanzo omonimo di J. R. R. Tolkien, sempre adattato per lo schermo da Jackson con la moglie Fran Walsh e con Philippa Boyens. Complice la separazione dei personaggi principali, si sviluppano diverse sottotrame e si introducono diversi nuovi personaggi. A livello di trama non succede granchè, ma si consolidano le relazioni tra personaggi e si approfondiscono le loro psicologie, si racconta la loro maturazione dinnanzi all’avvento di una guerra totale e si sottolinea l’importanza di schierarsi. Il registro si mantiene epico-avventuroso, ma le atmosfere si fanno più dark (la prima ora è praticamente horror) e le battaglie acquistano un peso visivo ed emotivo notevole. Quella finale tra il popolo di Rohan e gli Uruk Hai, pur molto “americanizzata” (Gimli e Legolas si fanno le battutine sui nemici uccisi in stile buddy movie), è qualcosa che non si scorda. E sopperisce al fatto che non sia per niente facile seguire le vicende, soprattutto per chi non conosce a menadito i libri. Come sempre esistono diverse versioni per montaggio e durata, da quella cinematografica (179′) a quella della versione Blu Ray (235′). Due Oscar, montaggio sonoro ed effetti speciali. Un unico rimpianto: rispetto al primo ci sono molti meno scenari “reali” e molti più “green screen”. Qualcuno lo ha definito “la più costosa scena di raccordo mai girata” (in quanto non fa altro che collegare la partenza di Frodo alla battaglia finale), e in effetti non è una definizione poi così sbagliata. Ma da lì ad annoiarsi di strada ce n’è parecchia. Seguito da Il ritorno del Re.

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Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello

(The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring)lord_of_the_rings-the_fellowship_of_the_ring

Regia di Peter Jackson

con Elijah Wood (Frodo Baggins), Ian McKellen (Gandalf), Viggo Mortensen (Aragorn), Liv Tyler (Arwen), Sean Astin (Samwise Gamgee), Billy Boyd (Pipino), Dominic Monaghan (Merry), Orlando Bloom (Legolas), John Rhys-Davies (Gimli), Sean Bean (Boromir), Christopher Lee (Saruman), Cate Blanchett (Galadriel), Ian Holm (Bilbo Baggins), Hugo Weaving (Elrond), Andy Serkis (Gollum).

PAESE: Nuova Zelanda, USA 2001
GENERE: Fantastico
DURATA: 178’ (228′)

In un luogo e in un tempo imprecisati, il malvagio Sauron forgia una serie di anelli dotati di straordinari poteri e li affida alle diverse specie presenti nel suo mondo. Ne costruisce anche uno diverso, potentissimo, che dona un potere pressochè sterminato ma spinge il portatore verso gli abissi del male. Migliaia di anni dopo, l’anello passa dal vecchio hobbit Bilbo – che non ne conosce minimamente il valore – al nipote Frodo. Nel passaggio la sua forza negativa si risveglia. E mentre l’occhio di Sauron mette insieme un esercito per riottenere il prezioso oggetto, Frodo capisce che l’unico modo per garantire la pace è distruggerlo per sempre. Nel viaggio verso il monte Fato – luogo in cui venne forgiato l’anello, e la cui lava è l’unica cosa che possa distruggerlo – Frodo è scortato dal saggio stregone Gandalf, dall’elfo Legolas, dal nano Gimli, dagli uomini Aragorn e Gimli e dagli Hobbit Sam, Merry e Pipino…

fellowship-of-the-ring-1024x579Tratto dalla prima parte del romanzo omonimo di John Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973), adattato per lo schermo da Jackson con la moglie Fran Walsh e con Philippa Boyens, è il capitolo primo di una delle trilogie più note e redditizie della storia del cinema. Quella del regista neozelandese non è mai parsa un’impresa facile, soprattutto perchè Tolkien non aveva soltanto scritto una storia “universale” e adatta a svariate letture (l’anello e il modo diverso in cui ogni personaggio vi si pone possono farsi metafora di qualsiasi cosa), bensì aveva creato da zero un mondo, e di ogni popolo appartenente a quel mondo aveva minuziosamente raccontato peculiarità, usi, lingua, leggende. Per vincere questa sfida Jackson ha speso sette anni di preparazione, due anni di riprese, 110 milioni di dollari di budget, ha lavorato con una troupe di 2000 elementi e con qualcosa come 20 mila comparse, ovvero uno sforzo produttivo senza precedenti che ha portato ad un risultato unico, la cui imponenza (produttiva, visiva, tematica) ricorda quella dei grandi kolossal del cinema muto. La regia di Jackson sarà pure smaccatamente hollywoodiana, ma quanti registi di oggi, hollywoodiani o meno, saprebbero fare un cinema così meravigliosamente epico in ogni singola scena? Quanti riuscirebbero a fare un film di quattro ore così godibile e ritmato? Quanti, avendo a disposizione gli effetti speciali più mirabolanti della storia del cinema (almeno fino a quel momento), riuscirebbero nell’ardua impresa di farli rendere al massimo facendoli SEMPRE e comunque sottostare alla storia?

the-lord-of-the-rings-the-fellowship-of-the-ring-3Una regia è attenta ed inventiva anche nelle piccole cose, come ad esempio nel far apparire più piccoli degli altri gli Hobbit e il nano Gimli (solo nei campi lunghi e lunghissimi i personaggi sono riproporzionati con l’uso del digitale o sostituiti da attori/bambini: nella maggior parte delle inquadrature è “solo” notevole abilità registica). Ad una prima parte descrittiva – la migliore – se ne contrappone una seconda decisamente più dinamica, in cui Jackson frulla con sagacia cent’anni di cinema epico-avventuroso. Girato interamente in Nuova Zelanda e in meravigliosi esterni “veri”, il film prende dall’inizio alla fine e scalda il cuore filosofeggiando in maniera genuina. Cinema nazional-popolare? Può darsi, ma chi gliene fa una colpa dimentica che già il libro era tale ed aspirava proprio a quello status. È anche una gustosa parata di ottimi attori e bei personaggi. Andy Serkis interpreta, attraverso la tecnica della performance capture, il celeberrimo Gollum. 870 milioni di dollari d’incasso e 4 oscar meritatissimi: fotografia ad Andrew Lesnie, trucco, colonna sonora ad Howard Shore ed effetti speciali alla Weta Digital, fondata dallo stesso Jackson. Diverse le versioni reperibili, da quella cinematografica presente nelle prime edizioni DVD (durata: 178 minuti) alla più recente versione estesa del Blu Ray (228 minuti). Da non perdere. Seguito da Le due torri (2002) e Il ritorno del Re (2004).

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