The Divergent Series: Insurgent

(The Divergent Series: Insurgent)insurg

Regia di Robert Schwentke

con Shailene Woodley (Beatrice “Tris” Prior), Theo James (Tobias “Quattro” Eaton), Ansel Elgort (Caleb Prior), Kate Winslet (Jeanine Matthews), Naomi Watts (Evelyn Johnson), Maggie Q. (Tori Wu), Mekhi Phifer (Mac), Ashley Judd (Natalie Prior), Jai Courtney (Eric), Ray Stevenson (Marcus), Zoë Kravitz (Christina), Miles Teller (Peter), Octavia Spencer (Johanna).

PAESE: USA 2015
GENERE: Fantascienza
DURATA: 119’

Dopo aver sventato il colpo di stato ordito dalla perfida Jeanine, Tris e Quattro si danno alla fuga nei boschi intorno alla città. Con l’aiuto degli Eslcusi (coloro che non fanno parte di alcuna fazione) e dei Candidi, gli intrepidi rimasti cercano di guidare l’insurrezione, ma Tris deve fare i conti con una misteriosa scatola in possesso di Jeanine che solo lei è in grado di aprire…

Scritto da Brian Duffield e Akiva Goldsman, è il secondo capitolo tratto dalla trilogia letteraria di Veronica Roth (classe 1988). Leggermente migliore del primo, se non altro perchè si smette di fare l’occhiolino esclusivamente al pubblico degli adolescenti e si cerca qualche spunto un pò più profondo. Tutto è telefonato e non c’è una sola trovata originale, ma almeno ha ritmo. E alla fine, in qualche modo, si è coinvolti e si teme per la salute dei propri beniamini innamorati. La Winslet sarà pure brava ma il suo è un cattivo così banale e incoerente che fa rabbia, la Woodley tratteggia con maggiore consapevolezza (di sè e del ruolo) la sua eroina, James ce la mette tutta per dimostrare che non è solo bello. Allegiant, il terzo ed ultimo capitolo, sarà per le solite ragioni di mercato diviso in due parti (2016 e 2017).

Voto

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Minority Report

(Minority Report)minority-report-2002

Regia di Steven Spielberg

con Tom Cruise (John Anderton), Colin Farrell (Detective Danny Witwer), Max von Sydow (Lamar Burgess), Kathryn Morris (Lara Anderton), Samantha Morton (Agatha), Peter Stormare (Solomon), Tim Blake Nelson (Gideon), Lois Smith (Iris Hineman), Neal McDonough (Fletcher), Patrick Kilpatrick (Knott), Mike Binder (Leo Crow).

PAESE: USA 2002
GENERE: Fantascienza
DURATA: 146′

Washington, 2054. Da sei anni la città non registra alcun omicidio grazie al sistema della precrimine: tre sensitivi, immersi in un liquido amniotico e soprannominati Dashiell, Arthur e Agatha (come Hammett, Conan Doyle e Christie), prevedono gli eventi delittuosi attraverso delle visioni. Il detective John Anderton è incaricato di interpretarle e di arrestare il futuro omicida prima che il fatto avvenga. Ma cosa accade se i precog (questo il nome dato ai veggenti) indicano come prossimo omicida proprio Anderton, e come vittima un tizio che egli non conosce?

Sceneggiato da Scott Frank e Jon Cohen prendendo spunto dall’omonimo racconto breve di Philip K. Dick (del quale in realtà, tolta l’idea di base, resta molto poco). Dal punto di vista fantascientifico è un pastiche un po’ pacchiano tipicamente anni duemila (con ologrammi, jetpack e auto/supposte), ma come giallo funziona e avvince fino alla fine. Il tema dell’autenticità delle immagini in un mondo in cui esse proliferano ovunque è soltanto sfiorato, e il finale elogio alla famiglia può anche risultare stucchevole, ma come ogni film di Spielberg si fa apprezzare per il gran ritmo e per un eccezionale senso del racconto. Merito anche di una schiera di invidiabili collaboratori: Michael Kahn (montaggio), John Williams (musiche), Janusz Kaminski (fotografia). Cruise invece è sempre il solito Cruise.

Voto

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Ma che bella sorpresa

Regia di Alessandro Genovesi

con Claudio Bisio (Guido), Frank Matano (Paolo), Valentina Lodovini (Giada), Chiara Baschetti (Silvia), Renato Pozzetto (Giovanni), Ornella Vanoni (Carla), Galatea Ranzi (Psichiatra), Franco Pinelli (Osvaldo), Anna Ammirati (Anna).

PAESE: Italia 2015
GENERE: Commedia
DURATA: 91′

Professore di italiano milanese trapiantato a Napoli, il mite Guido viene lasciato dopo sette anni dalla fidanzata. Sull’orlo della depressione, incontra una vicina di casa focosa e se ne innamora ricambiato. Ma non sarà troppo perfetta per essere vera? Ispirato alla commedia brasiliana A Mulher Invisivel (letteralmente, “la donna invisibile”), diretta da Claudio Torres nel 2009, è il quarto film del milanese Genovesi, anche sceneggiatore con Giovanni Bognetti. Qualche gag riuscita non riesce a sollevare le sorti di questo filmetto sbagliato: sceneggiatura inerte, regia davvero troppo televisiva e turpi quanto inutili macchiettoni che mettono tristezza (Pozzetto, Vanoni, Ranzi). Le uniche note positive sono Matano e la Lodovini, entrambi usati poco e male. Si dimentica veloce.

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Chiamami col tuo nome

Regia di Luca Guadagnino

con Timothée Chalamet (Elio Perlman), Armie Hammer (Oliver), Michael Stuhlbarg (signor Perlman), Amira Casar (Annella Perlman), Esther Garrel (Marzia), Victoire Du Bois (Chiara), Vanda Capriolo (Mafalda), Antonio Rimoldi (Anchise).

PAESE: Italia, Francia, USA 2017
GENERE: Sentimentale
DURATA: 132′

1983, da qualche parte nel nord Italia. Il diciassettenne italoamericano Elio vive in una villa di campagna coi genitori. Quando suo padre, professore di archeologia, invita per l’estate lo studente americano Oliver, le certezze di Elio in fatto di amore – e soprattutto di sesso – sembrano crollare…

Dal romanzo omonimo di André Aciman, adattato da James Ivory che in un primo momento avrebbe anche dovuto dirigerlo. È un film innovativo perché racconta una storia d’amore omosessuale senza porre l’accento sull’omosessualità dei personaggi. L’obiettivo è raccontare quanto il primo, grande innamoramento sia in realtà un viaggio alla scoperta di sé stessi. Non un pamphlet sociologico sull’omosessualità, dunque, quanto un film di formazione delicato e sincero: il racconto della società rispetto all’omosessualità– una carta che si sarebbe potuta giocare facilmente, vista anche l’ambientazione temporale (il 1983 dell’evasione di Licio Gelli e del governo pentapartitico di Craxi) – lascia il posto ad una narrazione intimista che rifiuta le scene madri e avanza per piccole cose. Zero stereotipi (nei personaggi come nelle strutture narrative), zero cessioni modaiole, zero eventi tragici a risolvere il racconto (oramai elemento tipico del melodramma italico). Guadagnino privilegia i silenzi e gli sguardi piuttosto che le parole, e opta per un realismo minimale che non esita a finire nell’onirico, nel simbolico, come dimostrano la straordinaria sequenza in piazza che fa svoltare il film (risolta da Guadagnino con un piano-sequenza che richiama Renoir e Welles, suoi maestri dichiarati) o i continui rimandi all’arte classica (e alla società classica). E che dire di come rende i luoghi veri e propri personaggi con qualcosa da dire? È un qualcosa che il cinema italiano, eccezion fatta per qualche nome (Sorrentino) sembra aver dimenticato. Notevole anche la scelta di girare su pellicola, dando al film un tocco nostalgico che ben riflette la dimensione sospesa e artefatta delle vicende narrate. Straordinario il giovanissimo Chalamet (l’ultima inquadratura è uno struggente poema simbolico e visivo che funziona anche grazie al suo talento) e da pelle d’oca il discorso finale di Stuhlbarg, che racchiude il senso di tutto il film. Colonna sonora impeccabile. Ben quattro candidature all’Oscar, caso raro per un film italiano (di solito candidati nella categoria miglior film straniero): film, attore, sceneggiatura non originale, canzone (Mystery of Love di Sufjan Stevens).

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Eyes Wide Shut

(Eyes Wide Shut)

Regia di Stanley Kubrick

con Tom Cruise (William Harford), Nicole Kidman (Alice Harford), Sydney Pollack (Victor Ziegler), Marie Richardson (Marion), Rade Serbedzija (Milich), Todd Field (Nick Nightingale), Vinessa Shaw (Domino), Sky Du Mont (Sandor Szavost), Leelee Sobieski (la figlia di Milich), Julienne Davis (Amanda Curran), Alan Cumming (l’albergatore).

PAESE: GB 1999
GENERE: Drammatico
DURATA: 153′

Medico affermato e gallerista d’arte, sposati e con figlia, fanno parte della buona borghesia newyorkese. Quando, dopo una festa da amici, lei gli confessa di aver fantasticato su un giovane marinaio incontrato in vacanza anni prima, lui crolla: quella stessa notte, dopo aver rifiutato le avances della figlia di un suo paziente deceduto e non essere riuscito a concludere con una giovane prostituta, si intrufola ad una festa in maschera che si rivelerà un’orgia…

Dal racconto ((1926) Doppio sogno di Arthur Schnitzel, adattato piuttosto fedelmente da Frederic Raphael col regista. L’azione viene spostata dalla Vienna vittoriana alla New York odierna, ricostruita quasi interamente in studio a Londra. È probabilmente il film di Kubrick più politico, più ferocemente anti-borghese. Un apologo sulla bestialità del potere e su una società maschilista in cui le donne sono soltanto corpi da sottomettere. Non solo. Raccontando il contrasto (?) tra vita e sogno si domanda cos’è, davvero, il tradimento: chi, tra Alice e Bill, è maggiormente condannabile? Lei che ha sognato di tradirlo e arriva ad ammettere che per seguire il marinaio avrebbe mandato all’aria il suo matrimonio o lui che cerca di tradirla per “vendetta” ma non ci riesce per cause che non dipendono dalla sua volontà? È il sogno prodotto della vita (il tradimento di Alice) o è la vita prodotto del sogno (quello di Bill)? L’assonanza con Arancia meccanica – la seconda parte è speculare alla prima – non è soltanto strutturale, bensì anche tematica: quali sono i limiti della morale? È giusto che li decida la società o è giusto che lo decidiamo da soli? Lo sguardo di Kubrick è sempre più distaccato, privo di morbosità (il sesso è sempre qualcosa di meccanico, mai davvero erotico), e lo stile elegante e sinuoso avvolge il film in una patina sospesa che lo rende spesso onirico nonostante il ricercato iperrealismo. E’ un giallo senza soluzione, ma in alcuni passi la suspense è davvero palpabile; è il film dei Kubrick più compresso nel tempo (le vicende narrate si svolgono nell’arco di appena tre giorni) con il tempo più dilatato.

Cruise pare come sempre inebetito, ma mai come questa volta la sua recitazione è funzionale alla crisi d’identità dell’americano medio (Harford mostra continuamente il tesserino, come se temesse di essere scambiato per qualcun altro o di non essere preso sul serio). Film di grande fascino, dunque, ma imperfetto: troppe volte la trama avanza grazie ai deus ex machina, il montaggio non sempre è preciso come d’abitudine, alcune scene sono prolisse e ripetitive, certe scelte (come quella di raccontare il portiere di Cumming come una checca isterica) disctubili. Colpe un tempo attribuite al fatto che Kubrick non poté terminare il film (morì nel sonno quattro mesi prima che uscisse). In realtà Steven Spielberg, amico di Kubrick chiamato dalla produzione a finire il lavoro, ha recentemente affermato di aver soltanto completato il montaggio sonoro. Si dice che il giorno prima di morire Kubrick confessò al suo biografo Michael Ciment che considerava Eyes Wide Shut il miglior film che avesse mai fatto. Leon Vitali e Emilio D’Alessandro, collaboratori abituali di Kubrick, interpretano rispettivamente l’officiante in rosso e l’edicolante. Memorabile come sempre l’uso della musica classica in colonna sonora. Ultimo film della coppia Cruise-Kidman prima del divorzio. Il titolo significa qualcosa come “occhi spalancati chiusi”, e nasconde la chiave di lettura del film e, forse, del cinema di Kubrick in generale: per capire le cose occorre guardare meglio ciò che normalmente non si vede, ciò che solitamente è al buio. Da vedere, ma non è un film per tutti.

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Lolita

(Lolita)

Regia di Stanley Kubrick

con James Mason (Humbert Humbert), Sue Lyon (Lolita Haze), Shelley Winters (Charlotte Haze), Peter Sellers (Clare Quilty), Gary Cockrell (Dick Schiller), Jerry Stovin (John Farlow), Diana Decker (Jean Farlow), Lois Maxwell (Lore).

PAESE: USA 1962
GENERE: Drammatico
DURATA: 153′

Cosa spinge – nel celebre incipit – il mite professore Humbert Humbert a uccidere a revolverate il commediografo Clare Quilty? Per scoprirlo si deve tornare indietro di quattro anni, al momento in cui Humbert si innamora della quattordicenne Lolita e, per stare con lei, sposa sua madre Charlotte. Quando quest’ultima muore in un tragico incidente il professore si convince di avere la giovane tutta per sé, ma anche Guity si rivelerà pericolosamente attratto da lei…

Dal romanzo scandalo (1955) di Vladimir Nabokov, che curò anche l’adattamento insieme al regista. Come molti film di Kubrick successivi è la storia di un’ossessione che spinge alla follia. Humbert non sembra nemmeno accorgersi che le azioni di cui si macchia – omicidio, incesto, pedofilia, circonvenzione di minore – sono gravi: è come instupidito dalla vanità, dal desiderio, ma anche e soprattutto da una società perbenista che fa finta di niente e ammette il male solo quando le si para davanti in maniera esplicita (emblematico l’intervento della vicina, preoccupata soltanto che la lite tra Humbert e Lolita possa disturbare i propri commensali – tra i quali c’è, ovviamente, un ecclesiastico). Kubrick, grazie anche alla presenza di Sellers (imposto dalla produzione ma perfetto per il ruolo), trasforma il romanzo in una black comedy cinica su un’umanità reietta e fallita che non merita in alcun modo di essere salvata. Nonostante non si veda nulla di scabroso rimane un film decisamente audace per l’epoca, anche e soprattutto perché Kubrick, impugnato il fioretto dell’ironia, riesce a mandare a segno i suoi colpi senza mai dire o mostrare niente. Non solo. Attraverso una perfetta padronanza del piano sequenza e della profondità di campo costruisce sinuosi movimenti di macchina che, senza l’ausilio del montaggio (ma spesso interrompendo coraggiosamente la quarta parete), risolvono molti snodi drammaturgici in pochi secondi e senza il minimo stacco. Memorabile – e decisamente anti hollywoodiano – è anche l’uso delle ellissi, sempre posizionate dove meno ci si aspetta (il matrimonio con Charlotte, la sistemazione presso la nuova cittadina). Il simbolico pastiche scenografico – che qui contraddistingue la casa di Quilty, colma di oggetti e stampe, ma anche quella di Charlotte – diverrà una costante del cinema kubrickiano a venire. Celeberrimi gli audaci i titoli di testa, con l’anziana mano di Mason che mette lo smalto al piccolo, giovane piede della Lyon, e oramai mitica la prima apparizione di Lolita che prende il sole con occhialoni, cappello e bikini. Grande Mason in uno dei ruoli in assoluto più sgradevoli della sua carriera.

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Dal tramonto all’alba 3 – La figlia del boia

(From Dusk Till Dawn 3: The Hangman’s Daughter)from-dusk-till-dawn-3-the-hangmans-daughter-movie-poster-1999-1020210474

Regia di P. J. Pesce

con Marco Leonardi (Johnny Madrid), Michael Parks (Ambrose Bierce), Temuera Morrison (Mauricio, il boia), Rebecca Gayheart (Mary), Ara Celi (Esmeralda), Lennie Loftin (John), Sonia Braga (Quixtla), Orlando Jones (Ezra Taylor), Danny Trejo (Razor Charlie), Jordana Spiro (Catherine Reece).

PAESE: USA 2000
GENERE: Horror
DURATA: 94′

1913. Un gruppo di disparati personaggi – tra cui il bandito Johnny Madrid, lo scrittore Ambrose Pierce, la figlia del boia Esmeralda – si ritrovano a dover passare la notte in un locale nel bel mezzo del deserto. Non sanno che si tratta di un covo di vampiri intenzionati a divorarli…

Terzo (e speriamo ultimo) capitolo della saga, uscito a cavallo del secondo (1999). Nonostante l’ambientazione western la struttura è ricalcata su quella del primo, con la differenza che qui si raccontano le origini del personaggio di Santanico Pandemonio (la danzatrice vampira già interpretata da Salma Hayek ed emblema erotico del capostipite). Peccato che il risultato sia inferiore alle aspettative: poche idee sviluppate male, dialoghi imbarazzanti, scene senza senso (il tango virato in seppia?!?), attori (escluso Parks) di rara cagneria. I colori saturati fino all’esasperazione e i movimenti di macchina a schiaffo garantiscono un fastidioso effetto nausea, mentre le citazioni (atroci quelle da Taxi Driver e Il buono il brutto il cattivo) sono sempre gratuite e spesso buttate a caso. In confronto il secondo, già bruttino, pare un film di Bergman. Scritto da Alvaro Rodriguez, cugino di Robert. Da perdere con ostinazione.

Voto

Pubblicato in 1971 - 2000, 2000 - oggi, Genere Horror | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento