X-Files – Stagione 11

(X-Files)

Regia di registi vari

con David Duchovny (Fox Mulder), Gillian Anderson (Dana Scully), Mitch Pileggi (Walter Skinner), William B. Davis (l’uomo che fuma), Annabeth Gish (Monica Reyes), Dean Haglund (Richard “Ringo” Langly), Joel McHale (Tad O’Malley).

PAESE: USA 2018
GENERE: Fantascienza Horror
DURATA: 45′ (episodio)

Due anni dopo la stagione 10 (sei episodi in onda nel 2016) il creatore del franchise Chris Carter e la Fox tornano con una inaspettata stagione 11 di ben 10 episodi. Come già accadeva nella 10, ci si ritrova davanti ad un godibilissimo compendio di ciò che vedemmo nelle nove stagioni precedenti: ci sono gli episodi mitologici, legati al complotto alieno e al figlio perduto di Mulder e Scully (1, 5, 10); ci sono i cosiddetti “casi della settimana”, autoconclusi e dedicati al mostro di turno (2, 3, 6, 7, 8, 9); infine non manca l’episodio comico che si diverte a mettere in parodia i clichè della serie (il 4, veramente molto divertente). Il tutto condito da uno sguardo spesso dissacrante che non teme di misurarsi con temi attuali: si parla del rapporto sempre più malato e inconsapevole che abbiamo coi social (l’episodio 2, davvero inquietante) e con la tecnologia (il 7, quasi totalmente muto, assolutamente geniale), si riflette sul fenomeno del complottismo (ma sappiamo ancora distignuere il vero dal falso?), si racconta la difficile situazione politica USA (parecchie sono le frecciate sull’America tendente a destra di Trump). Certo, l’idea di rispolverare personaggi che non hanno più nulla da dire (esatto, c’è anche il vostro tabagista preferito) rimane abbastanza deprecabile, e alcuni episodi (come l’ultimo, che dovrebbe spiegare undici stagioni) sono alquanto frettolosi e non proprio illuminanti, ma nonostante gli anni X-Files resta ancora una serie superiore alla media. Bei dialoghi, tante idee (irresistibili i molti rimandi meta-narrativi) e una coppia di attori/personaggi ancora credibili e affiatati che non nascondono le proprie debolezze (anche anagrafiche: che effetto Mulder che si infila gli occhiali da vista per leggere!). Il finale col botto chiama un’altra stagione, ma la Anderson ha più volte dichiarato che l’undicesima stagione per lei sarebbe stata l’ultima, ed è davvero difficile immaginare tutto questo senza di lei. Imperdibile, ovviamente.

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Io sono Tempesta

Regia di Daniele Luchetti

con Marco Giallini (Numa Tempesta), Elio Germano (Bruno), Eleonora Danco (Angela), Marcello Fonte (Il Greco), Francesco Gheghi (Nicola), Franco Boccuccia (Boccuccia).

PAESE: Italia 2018
GENERE: Commedia
DURATA: 97′

Imprenditore senza scrupoli, Numa Tempesta deve scontare una vecchia condanna per evasione fiscale facendo volontariato in un centro per senzatetto. Riuscirà a cambiare? O forse cambieranno le persone che incontrerà?

Scritta da Luchetti con Sandro Petraglia e Giulia Calenda, una commedia di costume retta soprattutto dagli attori. La riflessione sulla società italiana corrotta e arrivista è abbastanza all’acqua di rose e non mancano gli stereotipi, ma il film va controcorrente nel rinunciare al lieto fine con redenzione del “cattivo” che tanto piace alla commedia italica di oggi. Certo, avere a disposizione due pezzi da novanta come Giallini e Germano e tirare fuori un filmetto così sa di compitino svolto senza troppo impegno, ma alla fine della fiera l’intrattenimento è assicurato. Menzione speciale alla semisconosciuta Danco (suo il personaggio più realistico e meno caricaturale) e al giovanissimo Gheghi.

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Mary Shelley – Un amore immortale

(Mary Shelley)

Regia di Haifaa al-Mansour

con Elle Fanning (Mary Shelley), Douglas Booth (Percy Bysshe Shelley), Tom Sturridge (Lord Byron), Bel Powley (Claire Clairmont), Stephen Dillane (William Goldwin), Ben Hardy (John Polidori), Maisie Williams (Isabel Baxter), Joanne Froggat (Mary Jane Clairmont).

PAESE: USA, Gran Bretagna, Lussembrugo 2018
GENERE: Biografico
DURATA: 120’

Breve stralcio dalla vita di Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft (1797 – 1851), figlia di una filosofa femminista e di un politico e scrittore. Dall’incontro/innamoramento con il poeta Percy Shelley alla fuga da Londra, fino ad arrivare al soggiorno svizzero a casa di Lord Byron in cui concepirà il capolavoro per cui verrà ricordata, Frankenstein (o il moderno Prometeo).

Haifaa al-Mansour, che lo ha scritto (in maniera parecchio fedele agli eventi) con Emma Jensen, è la prima regista donna dell’Arabia Saudita: questo fa presupporre che la scelta di girare un film sulla Shelley, tra le prime a battersi per i diritti delle donne, non sia affatto casuale. Ha il merito di far conoscere la travagliat(issim)a vita della Shelley e di sottolinearne la combattività rispetto alla vita e ad un mondo – quello della letteratura – popolato di soli uomini, Ma anche quello, non scontato, di ribadire l’importanza del romanzo, considerato uno dei primi grandi capolavori moderni. Nonostante gli intenti è tuttavia un film ben fatto ma patinato, didattico, senza un vero stile e con almeno una terribile scelta di cast (l’insulso Booth, sorta di Robert Pattinson – e ce ne voleva – dei poveracci). Ottima invece la Fanning. Carino ma dimenticabile.

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Black Panther

(Black Panther)

Regia di Ryan Coogler

con Chadwick Boseman (T’Challa/Pantera Nera), Michael B. Jordan (Erik Killmonger), Lupita Nyong’o (Nakia), Danai Gurira (Okoye), Andy Serkis (Ulysses Klaue), Martin Freeman (Everett Ross), Daniel Kaluuya (W’Kabi), Letitia Wright (Shuri), Forest Whitaker (Zuri), Angela Bassett (Ramonda), Winston Duke (M’Baku).

PAESE: USA 2018
GENERE: Fantastico
DURATA: 134’

Divenuto re del Wakanda dopo la morte del padre, T’Challa deve affrontare un misterioso guerriero che ambisce al suo trono. Scoprirà inquietanti verità sul passato della sua famiglia e dovrà lottare per evitare che il regno cada nella mani sbagliate…

Scritto dal regista con Joe Robert Cole, è il diciottesimo film del cosiddetto Marvel Cinematic Universe, girato subito prima dell’imponente Infinity War (nel quale torneranno T’Challa e compagni). È anche uno dei più riusciti ed uno dei più anomali: il cast è composto quasi interamente da attori afroamericani, e le fonti di ispirazione del regista e degli sceneggiatori sembrano essere – molto strano per un blockbuster di supereroi – i film della black exploitation anni ’70 (per le coreografie dei combattimenti, per le gerarchie dei personaggi, per le ambientazioni); vi sono poche battute ma parecchie riflessioni su temi caldi come il razzismo, il razzismo al rovescio, il degrado urbano, la disattenzione politica sulle minoranze etniche. E il finale in cui il re auspica più ponti e meno barriere è una riuscita e nemmeno troppo velata frecciata all’America di Trump. Straordinaria la rappresentazione del Wakanda, regno ancorato all’antica cultura africana ma capace di enormi progressi tecnologici (“la magia non c’entra nulla”, dice Shuri all’agente Ross, “è solo scienza”). Memorabile interpretazione di Serkis, in una delle sue rare apparizioni in carne ed ossa e non con la tecnica del motion capture. Godibile anche la colonna sonora, perfettamente in tema.

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I segreti di Wind River

(Wind River)

Regia di Taylor Sheridan

con Jeremy Renner (Cory Lambert), Elizabeth Olsen (Jane Banner), Graham Greene (Ben Shoyo), Hugh Dillon (Curtis), Gil Birmingham (Martin Hanson), Kelsey Show (Natalie Hanson), Martin Sensmeier (Chip Hanson), Althea Sam (Annie Hanson), Joe Bernthal (Matt Rayburn).

PAESE: USA, Gran Bretagna, Canada 2017
GENERE: Thriller
DURATA: 107′

Riserva indiana di Wind River, Wyoming. Il cacciatore di predatori Cory Lambert trova nella neve il cadavere di una giovane ragazza indiana. Dalla città arriva ad indagare la giovane agente federale Jane Banner. Insieme scopriranno parecchio marciume sotto la neve.

Terzo e ultimo capitolo della trilogia sulla frontiera ideata dallo sceneggiatore Sheridan, che passa dietro la macchina da presa dopo aver curato le sceneggiature dei primi due capitoli, Sicario di Denis Villeneuve e Hell or High Water di David Mackenzie. Il tema principale è ancora una volta quello della bestialità umana. Dall’assolato e afoso Messico si passa ad un’altra frontiera, quella – glaciale ed innevata, ma altrettanto desolata – che separa il mondo dei visi pallidi dalle riserve dei nativi, abitanti scomodi (perché vittime del grande peccato originale americano, ovvero lo sterminio) e troppo spesso dimenticati. Dai fratelli Coen, autori di quel capolavoro su neve che è Fargo, Sheridan prende lo sconsolato racconto sulla banalità/stupidità del male ma rifiuta qualsiasi ironia e opta per un tragico pessimismo che, nel finale, nasconde un lucido messaggio politico: dopo averlo massacrato fisicamente, l’uomo bianco continua a massacrare il nativo a livello sociale, fingendo che non esista. Non mancano gli stereotipi, soprattutto nella scrittura dei due personaggi principali e in alcuni dialoghi, ma il film coinvolge e spiazza grazie a una regia di rara eleganza e a una manciata di trovate a dir poco geniali (una su tutte, il flashback che dipana la matassa del giallo – un vero fulmine a ciel sereno). Preziosa la fotografia di Ben Richardson, azzeccate le musiche di Nick Cave con Warren Ellis. Bravo Renner, finalmente protagonista.

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Made in Italy

Regia di Luciano Ligabue

con Stefano Accorsi (Riko), Kasia Smutniak (Sara), Fausto Maria Sciarappa (Carnevale), Tobia De Angelis (Pietro), Walter Leonardi (Max), Sara Magalotti (Carla), Lorenzo Pedrotti (Mattia), Ettore Nicoletti (Crotti).

PAESE: Italia 2018
GENERE: Drammatico
DURATA: 104′

Il cinquantenne Riko, operaio in una ditta di insaccati, compagno di Sara dalla quale ha avuto un figlio che sta per iniziare l’università, inizia a domandarsi se davvero quella che sta vivendo è la vita che sognava da ragazzo. Il tradimento di Sara, alcune grane lavorative ed un fatto tragico sembrano minare le sue certezze…

Terzo film del cantautore emiliano, tratto da un suo concept album omonimo uscito nel 2016. Racconta la frustrazione di questi tempi nostri in cui tutto è precario, dal lavoro ai sentimenti. Una delle canzoni dell’album (e della colonna sonora) recita ho fatto in tempo ad avere un futuro che non fosse soltanto per me; forse è tutto qui il senso del film, in cui Riko pare domandarsi sconsolato: se non ci arrivo io alla pensione, come farà ad arrivarci mio figlio? È forse il suo film più autobiografico: Ligabue ha dichiarato che se non avesse fatto il cantante la storia di Riko avrebbe potuto tranquillamente essere la sua. Non mancano stanchi stereotipi, eccessive sottolineature, clichè telefonati, ma come i due film precedenti si fa notare per onestà e sincerità. E per la capacità, sempre più rara nel panorama del cinema italiano odierno, di riflettere sulla società senza scadere nel populismo e nella demagogia. Accorsi, che ritrova il rocker di Coreggio vent’anni dopo il mitico Radiofreccia, riesce a dare a Riko uno spessore tragico senza mai rinnegarne lo status di uomo qualunque, ma tutto il cast è ben scelto e ben diretto. Ottima l’ambientazione, ancora una volta quella provincia dolce che cantava Guccini, non a caso maestro del Liga.

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It (Miniserie Televisiva)

(It)

Regia di Tommy Lee Wallace

con Tim Curry (Pennywise), Richard Thomas, Jonathan Brandis (William Denbrough da adulto/William Denbrough da ragazzo), John Ritter, Brandon Crane (Benjamin Hanscom), Annette O’Toole, Emily Perkins (Beverly Marsh), Dennis Christopher, Adam Faraizl (Eddie Kaspbrak), Harry Anderson, Seth Green (Richie Tozier), Tim Reid, Marlon Taylor (Mike Hanlon), Richard Masur, Ben Heller (Stan Uris), Michael Cole, Jarred Blancard (Henry Bowers).

PAESE: USA, Canada 1990
GENERE: Horror
DURATA: 187′

1960. La sonnacchiosa quotidianità dell’immaginaria Derry, nel Maine, è sconvolta da una serie di terribili omicidi. Un gruppo di amici dodicenni (il club dei perdenti) scopre che il colpevole è il clown Pennywise, incarnazione del Male assoluto che ha il potere di materializzare le paure di chi lo incontra. Uniti lo scovano, lo affrontano e lo annientano. Ma lo avranno sconfitto per davvero? Nel dubbio si promettono che, dovesse tornare, lo affronteranno di nuovo. Trent’anni dopo una scia di delitti rivela che il mostro è nuovamente uscito dalla sua tana…

Tratta da quello che molti considerano il romanzo capolavoro di Stephen King, è una miniserie in due parti che andò in onda su ABC il 18 e il 20 novembre del 1990. Ebbe grande successo di pubblico, ma non è un granché. I temi cari allo scrittore – come il bisogno di soffermarsi sul passato e sui traumi infantili per capire il presente, o l’idea del sonno della provincia che genera mostri – sono banalizzati, mentre le emozioni che si respiravano lungo le 1300 pagine del libro sono lontane. Wallace, già montatore e scenografo per Carpenter, sembra ispirarsi allo stile del regista di Halloween ma non ne possiede né l’estro immaginifico né tanto meno il talento visionario. Il budget relativamente basso (che costrinse a suggerire il gore senza mai davvero mostrarlo) e le tante scelte produttive imposte dall’alto (come le immense sforbiciate in merito alle – parecchie – incursioni sessuali del romanzo), comunque, non lo hanno aiutato. La prima parte (quella quasi interamente ambientata negli anni ’60) è di gran lunga migliore della seconda, e il merito è anche di una squadra di giovani attori di gran lunga superiori ai loro corrispettivi adulti. Girato in 4:3, fu convertito in 16:9 per la versione DVD. Si lascia guardare e qualche brivido resiste, ma è inferiore sia al romanzo sia all’ottima trasposizione del 2017.

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