Identità

(Identity)

Regia di James Mangold

con John Cusack (Ed), Ray Liotta (Rhodes), Amanda Peet (Paris), John Hawkes (Larry), Alfred Molina (Dr. Malick), Clea DuVall (Ginny), John C. McGinley (George York), Pruitt Taylor Vince (Malcolm Rivers), Rebecca DeMornay (Caroline Suzanne), William Lee Scott (Lou), Jake Busey (Robert Maine), Bret Loehr (Timmy York), Leila Kenzle (Alice York), Holmes Osborne (Giudice Taylor).

PAESE: USA 2003
GENERE: Horror
DURATA: 91′

Come spesso accade al cinema, tutto avviene durante una notte buia e tempestosa. Mentre il caso di un assassino schizofrenico condannato a morte viene riaperto in fretta e furia, diversi personaggi si ritrovano prigionieri del maltempo in uno scalcagnato e sperduto motel. Iniziano a morire uno per uno. Chi è l’assassino?

Il quinto film di Mangold inizia come una sorta di Psyco 2.0 (con tanto di motel isolato, temporale epocale e biondina in fuga dopo aver sottratto una grossa somma), si tramuta – una volta appurato che l’albergatore non è un omicida (forse) – in una versione attualizzata di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie per poi finire, inaspettatamente, con un clamoroso colpo di scena (anzi due) che spinge a ripensare tutto ciò che si credeva di sapere fino a quel momento. Scritto in maniera impeccabile da Michael Cooney – che potrebbe essersi ispirato alla vicenda (incredibile quanto VERA) di Billy Milligan – e diretto con solidità dal bravo Mangold, è un notevole thriller a suspense che regala ben più d’un sussulto. Tensione palpabile, atmosfera suggestiva (perfetta la piovosa e notturna fotografia di Phedon Papamichael) e grandi prove degli attori che sanno essere ambigui e inquietanti al punto giusto. Labirintico, imprevedibile, da vedere.

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Giulia non esce la sera

Regia di Giuseppe Piccioni

con Valerio Mastandrea (Guido Montani), Valeria Golino (Giulia), Sonia Bergamasco (Benedetta Montani), Domiziana Cardinali (Costanza Montani), Jacopo Domenicucci (Filippo), Chiara Nicola (Viola), Sara Tosti (Sofia), Jacopo Maria Bicocchi (Enrico Giussi), Fabio Camilli (Eugenio), Paolo Sassanelli (Bruno), Sasa Vulicevic (padre Rosario), Piera Degli Esposti (Attilia).

PAESE: Italia 2009
GENERE: Drammatico
DURATA: 105′

In una piscina coperta breve incontro tra Guido, scrittore sposato con figlia, svogliato e candidato a un premio importante, e Giulia, che non esce la sera perché è in semilibertà vigilata e, dopo il lavoro, torna a dormire in carcere…

Ottavo film di Piccioni, che l’ha anche scritto con Federica Pontremoli. Un melodramma da camera (o da piscina) che racconta due tipi di infelicità, quella di chi non agisce mai (lui) e quella di chi, agendo, sbaglia irrimediabilmente (lei). Chi dei due è più colpevole? (Sempre ammesso che un colpevole ci sia). Ciò che è certo è che entrambi sono in fuga: dal mondo e da loro stessi. Troppo programmatico, il film arriva al dunque prendendo la strada più facile, ovvero quella della tragedia; tuttavia si fa apprezzare per la sensibilità, il rispetto per i personaggi, la totale assenza di enfasi oratoria. Ed è tra i pochi a raccontare attraverso le immagini la difficile arte della scrittura. Eccezionale duetto di attori (Mastandrea volutamente monocorde e passivo, Golino fragile e sofferta) che diventa trio con la Bergamasco, semplicemente perfetta nel ruolo della moglie insicura. Regia originale ben sostenuta dalla fotografia del grande Luca Bigazzi e dalle musiche originali composte ed eseguite dai Baustelle. Quattro nomination ai David ma nemmeno un premio.

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Anche libero va bene

Regia di Kim Rossi Stuart

con Alessandro Morace (Tommaso Benetti), Kim Rossi Stuart (Renato Benetti), Barbora Bobulova (Stefania Benetti), Marta Nobili (Viola Benetti).

PAESE: Italia, Slovacchia 2005
GENERE: Drammatico
DURATA: 108′

Tommaso, 11 anni, vive in un quartiere popolare con la sorella Viola, poco più grande, e col padre Renato, operatore cinematografico che si sta mettendo in proprio. Nonostante le esplosioni di rabbia di quest’ultimo, eterno immaturo scontento e frustrato, il trio è unito e, in qualche modo, sereno. L’improvviso ritorno a casa della mamma Stefania, perennemente in fuga da tutto e da tutti, mina gli equilibri tra famigliari…

Notevole esordio registico di Rossi Stuart, anche sceneggiatore con Linda Ferri, Federico Starnone e Francesco Giammusso. Ben si inserisce nella tradizione italiana dei film sull’infanzia, ma forse il modello di riferimento è francese: come I 400 colpi di Truffaut, racconta le difficoltà comunicative tra il mondo dei bambini e il mondo degli adulti sottolineando quanto la solitudine – fisica, affettiva, sociale – dei primi sia quasi sempre causata dall’immaturità dei secondi. È Tommaso il vero adulto, ed è lui che alla fine accetta il padre perdonandolo non tanto per quello che fa, ma per quello che è (e non è). Ognuno si porta dietro il proprio bagaglio di dolore, ed è solo aprendolo e guardandoci dentro che si resta in piedi. È forse proprio questo il senso dell’ultima inquadratura in cui Tommy si abbandona ad un pianto disperato, sull’autobus, dopo aver aperto la lettera della madre. Rossi Stuart regista è abile a raccontare questa infanzia difficile in maniera iperrealistica e, soprattutto, senza mai scivolare nel piagnucoloso o nell’enfasi oratoria, mentre Rossi Stuart interprete si rivela assai coraggioso a rinunciare alla propria immagine di bello immergendosi in un personaggio sgradevole e complesso che si arrabbia con la bava alla bocca, scoreggia, addirittura bestemmia, salvo poi diventare un agnellino che farebbe qualsiasi cosa per i suoi figli. Questo padre così snaturato è condannabile? Probabilmente sì, ma almeno lui c’è. All’atmosfera di realismo che si respira per tutto il film contibuiscono non poco le performance degli attori, specialmente quella del giovanissimo Morace che, diretto benissimo, ruba la scena a tutti soltanto con uno sguardo. Il suo continuo vagabondare sul tetto del palazzo è una delle trovate più efficaci del film: lassù, come nella vita di tutti i giorni, si scopre vivo sfidando la paura di cadere, guardandola in faccia senza timore. Titolo geniale e coerente col senso del film, belle musiche della Banda Osiris. Un David di Donatello e un Nastro D’Argento a Rossi Stuart, entrambi per il miglior regista esordiente. Un film difficile ma importante.

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Quella casa nel bosco

(The Cabin in the Woods)

Regia di Drew Goddard

con Kristen Connolly (Dana), Chris Hemsworth (Curt), Anna Hutchison (Jules), Fran Kranz (Marty), Jesse Williams (Holden), Richard Jenkins (Gary Sitterson), Bradley Whitford (Steve Hadley), Brian J. White (Daniel Truman), Amy Acker (Wendy Lin), Tim De Zarn (Mordecai), Sigourney Weaver (la direttrice).

PAESE: USA 2012
GENERE: Horror
DURATA: 95′

Due tecnici di un misterioso impianto si stanno preparando per un’operazione sconosciuta. Nel frattempo, cinque amici universitari partono con un camper alla volta di una casa in montagna. E mentre strani accadimenti minano la spensieratezza dei ragazzi, i tecnici li osservano con uno scopo preciso…

Esordio di Goddard, già sceneggiatore di Cloverfield e della serie televisiva cult Buffy – L’ammazzavampiri, creata da Joss Whedon che qui ha curato lo script. Un anomalo, delirante, godibile film di paura che si innalza dalla media dei tanti teen-horror visti negli anni (quelli con protagonisti giovani disinibiti che vanno in vacanza per divertirsi ma finiscono per morire male) grazie ad un interessante discorso meta-testuale: senza rinunciare al gore più estremo, Goddard omaggia e irride gli stereotipi del genere (che va da Non aprire quella porta a Scream, passando per Nightmare) riflettendo su quanto, pur triti e ritriti, continuino a funzionare e, soprattutto, a vendere. Genialata o scherzo tirato per le lunghe? Decidete voi: indubbiamente è un horror diverso dagli altri. La prima parte è la più riuscita: misteriosa, coinvolgente, pure divertente. Poi si perde in effettacci e castronerie, peraltro tipici del cinema che vuole sbeffeggiare.  Jenkins e Whitford ci regalano due personaggi sull’orlo del grottesco ma parecchio riusciti. Girato nel 2010 ma rimasto per due anni in stallo a causa di problemi legati alla distribuzione.

 

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L’evocazione – The conjuring

(The Conjuring)

Regia di James Wan

con Vera Farmiga (Lorraine Warren), Patrick Wilson (Ed Warren), Lili Taylor (Carolyn Perron), Ron Livingston (Roger Perron), Mackenzie Foy (Cynthia Perron), Joey King (Christine Perron), Shannon Kook (Drew Thomas), Shanley Caswell (Andrea Perron), Hayley McFarland (Nancy Perron), Kyla Deaver (April Perron), Sterling Jerins (Judy Warren).

PAESE: USA 2013
GENERE: Horror
DURATA: 112′

New England, 1971. La famiglia Perron – padre, madre e cinque figlie – si trasferisce in campagna in una bella casa con giardino. Infestata da un’oscura presenza. Per risolvere il “problema”, contattano i coniugi Ed e Lorraine Warren, esperti cacciatori di demoni…

Scritto dai gemelli Chad e Carey Hayes, ispirandosi ai fatti riportati da una coppia di ricercatori del paranormale realmente esistita (la stessa Lorraine fa un fugace cameo nel film), è un solido horror di fantasmi e demoni che non aggiunge molto al genere ma che coinvolge grazie ad una galleria di personaggi – i Warren, ma anche la famiglia Perron – decisamente particolari. Senza effettacci e senza cadute nel trucido, ma anzi con una tenerezza e un tatto rari, si ispira nello stile al cinema horror degli anni ’70 (zoom, piani sequenza vorticosi, orrore più suggerito che mostrato) non disdegnando tuttavia momenti di paura decisamente originali. Certo, sospendere l’incredulità è d’obbligo: ma una volta accettate le premesse, il film fila liscio senza intoppi fino a un inaspettato lieto (?) fine. Le avventure paranormali dei Warren avevano già ispirato Amityville (1979) e The Haunting in Connecticut (2009).

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Halloween²

(Halloween²)

Regia di David Gordon Green

con Jamie Lee Curtis (Laurie Strode), Judy Greer (Karen Nelson), Andi Matichak (Allyson Nelson), Will Patton (Frank Hawkins), Haluk Bilginer (Dottor Ranbir Sartain), Jefferson Hall (Aaron Korey), Rhian Rees (Dana Haines), Virginia Gardner (Vicky), Omar Dorsey (sceriffo Barker), Toby Huss (Ray Nelson).

PAESE: USA 2018
GENERE: Horror
DURATA: 106′

Quarant’anni dopo gli eventi narrati in Halloween – La notte delle streghe, Laurie Strode è ancora ossessionata da Michael Myers: vive asserragliata in una casa-bunker, si addestra giornalmente a combattere ed è così paranoica che la figlia Karen ha smesso di frequentarla. Mentre viene spostato da un istituto ad un altro, Michael evade e torna ad Haddonfield per finire ciò che aveva iniziato…

La sceneggiatura di Danny McBride, Jeff Fradley e del regista ignora le vicende dei seguiti precedenti (ben otto, dal 1981 al 2002) e dei due reboot (usciti nel 2007 e nel 2009, per la regia di Rob Zombie) e va a collegarsi direttamente al capostipite di Carpenter del 1978. Una scelta resa esplicita fin da subito: in una delle prime scene, un amico di Allyson chiede se è vero che Michael era fratello di Laurie (come si diceva in uno dei seguiti); “no, è una balla che la gente ha messo in giro”, risponde lei. La gente sono tutti i registi che ci sono stati tra Carpenter e Green, e le cui opere, ora, non vanno nemmeno prese in considerazione. Ma Green, fortunatamente, ha in mente Carpenter anche per quanto riguarda lo stile: ricostruisce in modo geniale molte inquadrature del capostipite, talvolta riproponendole rovesciate (come il campo/controcampo dal balcone); cita – o omaggia? – il maestro con vorticosi piani-sequenza (memorabile quello che riprende l’arrivo di Michael in città); invece che creare lo spavento puntando tutto sul montaggio, come fanno molti horror odierni, sfrutta con inventiva lo spazio del fotogramma. La parte centrale è identica a quella di mille altri horror, ma la prima mezz’ora e gli ultimi quindici minuti sono decisamente superiori alla media. Carpenter produce e, col figlio Cody, si occupa di rivisitare il celeberrimo tema musicale. Michael Myers è interpretato da due attori diversi, uno per la parte recitativa (Nick Castle, che lo interpretava già nell’originale) e uno per la parte acrobatica (James Jude Courtney, stuntman). Sempre grande la Curtis, brizzolata ma agguerrita come non mai.

 

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Tron: Legacy

(Tron: Legacy)

Regia di Joseph Kosinski

con Jeff Bridges (Kevin Flynn/CLU), Garrett Hedlund (Sam Flynn), Olivia Wilde (Quorra), Bruce Boxleitner (Alan Bradley), James Frain (Jarvis), Beau Garrett (Jem), Michael Sheen (Castor/Zuse), Anis Cheurfa (Rinzler), Cillian Murphy (Edward Dillinger Jr.).

PAESE: USA 2010
GENERE: Fantascienza
DURATA: 127′

Qualche anno dopo essere diventato presidente dell’azienda informatica EMCOM, Flynn è scomparso nel nulla. Vent’anni dopo suo figlio Sam, ormai quasi trentenne, entra suo malgrado nel mondo virtuale dove scopre che CLU, il software alterego del padre, ha creato un regno dispotico in cui i programmi sono soggiogati al suo potere…

Scritto da Edward Kitsis e Adam Horowitz, è il seguito di Tron (1982) di Steven Lisberger, noto per essere stato il primo film ad affrontare il tema della realtà virtuale facendo massiccio uso della computer grafica. Grazie allo sviluppo tecnologico degli ultimi trent’anni il film è appagante sul piano visivo: molte trovate, ottimi effetti e un design retrò che richiama, con le opportune riletture, quello del capostipite. A livello narrativo, invece, davvero nulla di nuovo, e la colpa è di una sceneggiatura inerte, priva di ironia e difficile da seguire per chi non ha visto il primo. Bridges appare nuovamente nei panni di Flynn e del suo alter ego CLU (per interpretare quest’ultimo, il suo volto è stato ringiovanito in digitale e “proiettato” sul corpo di un altro attore), mentre Boxleitner è ancora una volta Alan/Tron. Penoso il giovane Hedlund, che si limita ad ammiccare alla macchina da presa senza riuscire ad essere minimamente simpatico. Il rapporto dell’immagine passa spesso da 2,35:1 a 1,43:1 perché alcune sequenze (quelle col secondo rapporto) sono girate in IMAX 3D. Notevole colonna sonora del celebre duo di musica elettronica Daft Punk, che appare anche in un cameo. Produce, come nel 1982, Walt Disney Pictures.

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