Deadpool 2

(Deadpool 2)

Regia di David Leitch

con Ryan Reynolds (Wade Wilson/Deadpool), Josh Brolin (Cable), Morena Baccarin (Vanessa Carlysle), Julian Dennison (Russell Collins/Firefist), Zazie Beetz (Domino), T.J. Miller (Weasel), Brianna Hildebrand (Testata Mutante Negasonica), Jack Kesy (Black Tom Cassidy).

PAESE: USA 2018
GENERE: Grottesco
DURATA: 119’

Diventato sicario a pagamento – ma uccide solo i cattivi, o almeno è quello che sostiene lui – Deadpool, alias Wade Wilson, sta per avere un figlio con l’adorata Vanessa. Un’inaspettata tragedia lo porta tuttavia a riavvicinarsi agli X-Men e ad un ragazzino mutante e cicciotello che controlla il fuoco. Intanto, dal futuro arriva il misterioso Cable in cerca di vendetta…

Secondo capitolo della saga fortemente voluta dallo stesso Reynolds, non a caso anche produttore e co-sceneggiatore con Rhett Reese e Paul Wernick. Deadpool è un supereroe particolare perché a) parla in maniera volgarissima b) non lesina sulla violenza, anche esagerata c) sa di essere un fumetto (nei fumetti) e il personaggio di un film (nei film), cosa che gli permette di rompere la quarta parete (dialoga spesso col pubblico, fa battute su sé stesso e su altri film, anche provenienti dai franchise concorrenti come la DC). Le trovate meta-narrative sono meno geniali che nel primo e la sceneggiatura ha alcuni passi un po’ meccanici (e il fatto che il protagonista lo affermi più volte fa ridere ma non la migliora), eppure il divertimento è assicurato e, come ci si aspetta, assai politicamente scorretto e fuori dai canoni. Il fuoco delle gag è ininterrotto, e anche se non tutte funzionano (soprattutto quelle verbali, ma è pur vero che alcune era difficilmente traducibili dall’inglese) si esce dalla sala decisamente sazi. Almeno due sequenze impagabili: il lancio in paracadute e le tre mini-scene durante i titoli di coda. Dopo essere stato il cattivissimo Thanos in Avengers: Infinity War, Brolin ci regala un altro villain riuscito. Divertente, fulmineo cameo di Brad Pitt.

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Avengers: Infinity War

(Avengers: Infinity War)

Regia di Anthony e Joe Russo

con Robert Downey Jr. (Tony Stark/Iron Man), Chris Evans (Steve Rogers/Captain America), Josh Brolin (Thanos), Chris Hemsworth (Thor), Mark Ruffalo (Bruce Banner), Scarlett Johansson (Natasha Romanoff), Benedict Cumberbatch (Dr. Strange), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff), Don Cheadle (Rhodey), Chadwick Boseman (T’Challa), Paul Bettany (Visione), Tom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Chris Pratt (Quill), Zoe Saldana (Gamora), Dave Bautista (Drax), Pom Klementieff (Mantis), Karen Gillan (Nebula), Peter Dinklage (Eitri),  William Hurt (Ross), Sebastian Stan (Bucky Barnes), Anthony Mackie (Falcon), Danai Gurira (Okoye), Benicio Del Toro (Collezionista), Gwyneth Paltrow (Pepper Potts), Benedict Wong (Wong), Idris Elba (Heimdall), Tom Hiddleston (Loki).

PAESE: USA 2018
GENERE: Fantascienza
DURATA: 149’

Il cattivissimo Thanos sta cercando le sei gemme dell’infinito per poter assumere il controllo dell’universo. Manda così i suoi galoppini sulla Terra per prendere la gemma in possesso di Strange, ma quest’ultimo, insieme a Iron Man e Spider-Man, da loro del filo da torcere e si intrufola su una delle loro navi. I Guardiani della Galassia intercettano il ferito Thor, bisognoso di una nuova arma dopo aver perso il suo martello, mentre sulla Terra Captain America, la Vedova Nera, Bruce e altri cercano di proteggere Visione, che porta in fronte un’altra gemma mancante…

Operazione senza precedenti, voluta e costruita di film in film dai Marvel Studios (proprietà Disney), in cui praticamente TUTTI i personaggi (e gli attori) visti nelle pellicole precedenti si ritrovano nello stesso universo uniti contro un potentissimo nemico comune. L’operazione era rischiosa, se non altro perchè si rischiava a) di girare un’ennesima parata di star fine a sè stessa, b) ammucchiare personaggi a caso senza una vera logica narrativa. Il risultato invece è assolutamente positivo. Merito della sceneggiatura di Christopher Markus e Stephen McFeely, capace di orchestrare con precisione – e con una certa credibilità – l’infinità di personaggi, trame, sottotrame, situazioni. Ma anche di non rinunciare mai a ritmo e ironia, le due caratteristiche imprescindibili del franchise. E’ infatti il film della saga più divertente, ritmato e, allo stesso tempo,il  più funereo e senza speranza. Ma, non temete, arriverà la seconda parte a rimettere a posto – speriamo – le cose. Hitchcock diceva sempre che se azzecchi il cattivo avrai azzeccato il film, ed ecco un altro punto a favore della pellicola: Thanos è un villain riuscito perchè non privo di una certa, contorta umanità e di una sorta di malato codice d’onore. Un plauso alla regia dei fratelli Russo e alle musiche, più azzeccate che mai, del mitico Alan Silvestri. Non perdete – c’è da dirlo? – la consueta scena dopo i titoli di coda. Film di puro intrattenimento? Sicuramente, ma capace di puntare all’epica come pochi e di coinvolgere come non mai. Assolutamente da vedere.

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Loro 1

Regia di Paolo Sorrentino

con Toni Servillo (Silvio Berlusconi), Elena Sofia Ricci (Veronica Lario), Riccardo Scamarcio (Sergio Morra), Kasia Smutniak (Kira), Euridice Axen (Tamara), Fabrizio Bentivoglio (Santino), Roberto De Francesco (Fabrizio Sala), Dario Cantarelli (Paolo Spagnolo), Giovanni Esposito (Mariano Apicella), Ugo Pagliai (Mike Bongiorno), Ricky Memphis (Riccardo Pasta).

PAESE: Italia 2018
GENERE: Drammatico
DURATA: 104′

L’affarista Sergio Morra si costruisce un esercito di belle figliole disposte a tutto e, a suon di feste e cocaina, cerca di entrare nel lucroso giro d’affari di Silvio Berlusconi, che nella sua villa in Sardegna cerca di rappacificarsi con una scorbutica, disillusa Veronica Lario…

Primo capitolo di un dittico dedicato a una delle più emblematiche figure che hanno attraversato – e plasmato – la società italiana degli ultimi vent’anni. Anche questa prima parte è geometricamente divisa in due: i primi 50′ sono interamente dedicati a Marra (alter ego di Gian Paolo Tarantini, ma i nomi sono quasi tutti cambiati per evitare querele) e alla descrizione del mondo delle Escort di lusso che gravitano attorno alla politica, gli ultimi ’40 raccontano invece uno stralcio di vita della famiglia Berlusconi in vacanza. Accolto male un po’ dappertutto, è probabilmente il film più brutto di Sorrentino. Ma davvero avevamo bisogno di un’ora di dialoghi da soap opera, scene senza senso (ma girate bene, per carità!), squarci di imbarazzante ridicolo involontario e metafore scorreggione (la prima scena, quella della pecora) per portare avanti la tesi che la politica italiana è piena di coca e mignotte e che noi italiani siamo dei pecoroni? Nello scoprire l’acqua calda, Sorrentino fa sbadigliare e venire il nervoso. Invece che aspirare alla metafora – come aveva fatto con Il Divo, tutt’oggi il suo film migliore – lascia che il significante schiacci il significato e gira il suo film più noioso e piatto, meno simbolico e meno allegorico. Anche intellettualmente stupido: preso dalla smania di fare l’autore, inebriato dal suo stesso stile, concentrato a fare il Kubrick de noantri, Sorrentino non si accorge – o forse sì, ed è peggio – che per raccontare lo sfruttamento del corpo femminile tipico del berlusconismo non fa che mostrare copule, tette, culi, ovvero: sfrutta il corpo femminile per venderci un prodotto (in questo caso il suo cinema) esattamente come lo ha fatto il berlusconismo. La scena della festa, spartiacque tra le due parti, è emblematica a riguardo: con uno stile compiaciuto da pornosoft alla Tinto Brass e un montaggio convulso da spot del Campari, gira un terrificante delirio post-moderno che dovrebbe raccontare lo squallore e invece, pieno di chiappe e baci lesbo in piscina, finisce per solleticare le patte maschili come una qualunque puntata del bagaglino. Anche le trovate riuscite (come l’immondizia volante che diventa pasticche di ecstasy) finiscono per passare in secondo piano e restare nella sfera del virtuosismo fine a sè stesso. La seconda parte è leggermente superiore, e il merito è soprattutto dell’entrata in scena di Servillo: non molto somigliante a Berlusconi a livello fisico, gli è tuttavia identico nelle espressioni facciali, nel modo di parlare, nel modo di camminare. Un’ennesima trasformazione che gli fa onore. Anche i dialoghi migliorano leggermente, riuscendo quantomeno a diventare evocativi nel descrivere il personaggio. Attendiamo ora la seconda parte, sperando che sia migliore della prima e che dia un senso a molte delle castronerie improponibili viste qui.

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Nessuno mi può giudicare

Regia di Massimiliano Bruno

con Paola Cortellesi (Alice Bottini), Raoul Bova (Giulio), Rocco Papaleo (Lionello Frustace), Valerio Aprea (Biagio), Anna Foglietta (Eva), Caterina Guzzanti (Sofia), Massimiliano Bruno (Francesco Graziani), Giovanni Bruno (Filippo), Hassani Shapi (Aziz), Lillo (Enzo), Lucia Ocone (Tiziana), Dario Cassini (Pietro), Michela Andreozzi (amica di Alice).

PAESE: Italia 2011
GENERE: Commedia
DURATA: 94′

Quando il marito imprenditore muore e le lascia soltanto debiti, la viziata, arrogante, boriosa Alice è costretta, per non perdere l’affidamento del figlio, a racimolare una grossa somma di denaro che le permetta di saldare i conti entro un mese. Aiutata dall’esperta Eva, si improvvisa escort di lusso. Intanto però fa amicizia coi nuovi vicini (quartiere Quarticciolo, a Roma), tra i quali c’è anche il bel Giulio che gestisce un Internet Point lì vicino…

Esordio di Bruno, anche sceneggiatore con Edoardo Falcone (da un soggetto di Fausto Brizzi). Tipica commediola italica scontata dall’inizio alla fine che vanta, tuttavia, una serie di battute davvero divertenti che la salvano dalla disfatta. Il personaggio più riuscito è il portiere borgataro di Papaleo, razzista e destrorso che alla fine si innamora di una senegalese e si ritrova con un figlio omosessuale. È lui quello con le battute migliori, ed è grazie a lui se il film riesce in qualche graffio satirico sull’attualità italiana. Più della Cortellesi, che pare in grado solo di fare le boccacce, e di Bova, tutto sguardi ammiccanti, colpisce l’ottima Foglietta. La petulante – e inutile – voce fuori campo del narratore è del mitico Valerio Mastandrea, che alla fine appare in un cameo. Colonna sonora strapiena di Hit nostrane, tra le quali spicca quella che dà il titolo al film cantata dalla Cortellesi. Nastro d’argento alla migliore commedia e David di Donatello alla Cortellesi come miglior attrice. Film carinetto, ma dimenticabile.

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Lucky

(Lucky)

Regia di John Carroll Lynch

con Harry Dean Stanton (Lucky), Ron Livingston (Bobby Lawrence), Ed Begley Jr. (Dr. Christian Kneedler), David Lynch (Howard), Tom Skerritt (Fred), Beth Grant (Elaine), James Darren (Paulie), Barry Shabaka Henley (Joe), Yvonne Huff (Loretta).

PAESE: USA 2017
GENERE: Drammatico
DURATA: 88′

Ateo, solitario, metodico e cinico come ogni vecchio saggio, tabagista, amante dei cruciverba e dello yoga, il 90enne Lucky vive con tranquillità la propria vecchiaia in un sonnacchioso paesino di frontiera. La mattina fa colazione in un bar, il pomeriggio guarda Chi vuol essere milionario in TV, la sera va a bersi un cocktail in un pub frequentato sempre dalle stesse persone, tra le quali il suo amico Howard che ha per migliore amica una tartaruga che si chiama Roosevelt. Va in crisi quando, dopo un malore, si accorge che un giorno toccherà anche a lui morire.

Scritto da Logan Sparks e Drago Sumonja, è l’esordio registico dell’attore Lynch, faccia incontrata in molte serie TV e in una manciata di film che non si scordano (Fargo, Zodiac). È un film crepuscolare sulla vecchiaia basato su un paradosso: ha la struttura del romanzo di formazione ma ha come protagonista un 90enne che, proprio in virtù della sua età, dovrebbe essere abbastanza formato. È il ritratto autobiografico (e spesso meta-narrativo) di uno dei più grandi attori “non protagonisti” dell’immaginario western moderno, ma anche e soprattutto dell’uomo che ci stava dietro: come Lucky, anche Stanton (1926 – 2017) nacque nel Kentucky, combatté durante la seconda guerra mondiale, non si sposò e non ebbe figli, fu anche musicista e non smise mai di fumare un pacchetto al giorno. E fu l’attore feticcio dell’altro Lynch, quel David che qui appare come attore alle prese con un personaggio molto lynchiano e che girò nel 1999 un film molto simile a questo (e in cui, guarda caso, c’era proprio Harry Dean Stanton), lo straordinario Una storia vera. Memorabile l’incontro con il marine, in cui Stanton e Skerritt si ritrovano nella stessa inquadratura 39 anni dopo Alien e, con un fugace dialogo, riassumono forse il senso del film; memorabile la scena accompagnata da un significativo, struggente pezzo di Johnny Cash, I see a Darkness; memorabile la prova di HDS, che non teme di interpretare sé stesso ben sapendo di essere quasi al capolinea e di mostrare alla macchina da presa il proprio corpo raggrinzito e segnato. Film controcorrente perché lento, senza fretta, privo di eventi drammatici, di personaggi davvero negativi, di tensione, di scene madri, ma pieno di piccoli grandi momenti. Bellissimi dialoghi, bellissimi personaggi, bellissima l’inquadratura finale: il più bel saluto che Stanton, all’ultima prova prima della morte, potesse lasciarci. Tenero, divertente, persino commovente. Un gioiellino che, non a caso, ha emozionato la platea del Festival di Locarno.

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Suburbicon

(Suburbicon)

Regia di George Clooney

con Matt Damon (Gardner Lodge), Julianne Moore (Rose/Margaret), Oscar Isaac (Bud Cooper), Noah Jupe (Nicky Lodge), Glenn Fleshler (Ira Sloan), Alex Hassell (Louis), Gary Basaraba (zio Mitch), Jack Conley (capitano Hightower), Megan Ferguson (June).

PAESE: USA, Gran Bretagna 2017
GENERE: Noir
DURATA: 105′

1959. Nella città-modello di Suburbicon si trasferisce, accompagnata dallo sdegno di molti abitanti, la prima famiglia di colore. Nella casa accanto, abitata dalla famiglia Lodge, avviene una terribile tragedia: alcuni malviventi uccidono la povera Rose, già su una sedia a rotelle dopo un brutto incidente d’auto. Si pensa ad una rapina finita male, ma ben presto il piccolo Nicky, figlio di Rose, scopre una terribile verità…

Clooney e il fido Grant Heslov adattatano una vecchia sceneggiatura di Joel e Ethan Coen scritta subito dopo il loro esordio Blood Simple – Sangue Facile (1986). Molti i temi che riportano a quel film e al cinema dei Coen in generale: la banalità/stupidità del male, l’imbecillità del crimine (che non paga, ma uccide), l’avidità umana, il destino beffardo, il delitto che genera una spirale incontrollata di violenza. Cui s’aggiunge, più attuale che mai, quello del razzismo: i tranquilli, perfettissimi abitanti di Suburbicon si scagliano contro la famiglia di colore senza accorgersi che il male è nella casa accanto, nel salotto di chi è in tutto e per tutto (anche nel colore della pelle) identico a loro. Ed ecco che, dal 1959 del film, non è difficile ritrovarsi nell’America di oggi che addita gli stranieri come nemici e rifiuta di vedere il nemico che ha in casa e essa stessa ha contribuito a creare. Clooney, regista di trasparente classicità, parte in commedia (nerissima) e finisce in tragedia con un film che spiazza, turba, sconvolge. Tutto questo senza rinunciare ad una tagliente, geniale ironia che evita le battutone da applausi ma arriva spesso al bersaglio. Crudele, pessimista, ma non priva di speranza: non a caso, l’unico personaggio positivo – oltre alla famiglia di colore – è un bambino. Molte le azzeccate citazioni dal noir del passato, da Hitchcock (l’assassino perbene, i capelli tinti, il latte) a Wilder (il discorso sull’indennità, il coinvolgimento dell’investigatore). Cast straordinario diretto benissimo nel quale, oltre a un Damon sotto le righe e ad una Moore sopra, spicca il giovanissimo Jupe. Memorabile lavoro del direttore della fotografia Robert Elswit, che di giorno illumina i quartieri di Suburbicon come se fossero cartoline e di notte lavora sui forti contrasti creando, soprattutto in casa Lodge, un clima grottesco che da nell’onirico. Musiche del “coeniano” Alexandre Desplat. Insomma, Clooney regista vale parecchio, forse anche di più del Clooney attore. Lo scarso successo e il fatto che sia stato scandalosamente dimenticato ai premi Oscar indicano che non tutti la pensano così, ma è un insuccesso che gli fa onore. Presentato in concorso a Venezia. Consigliatissimo.

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Ready Player One

(Ready Player One)

Regia di Steven Spielberg

con Tye Sheridan (Wade Watts/Parzival), Olivia Cooke (Samantha Cook/Art3mis), Ben Mendelsohn (Nolan Sorrento), Simon Pegg (Ogden Morrow), Mark Rylance (James Halliday), T. J. Miller (i-Rok), Lena Waithe (Helen), Philip Zhao (Sho), Win Morisaki (Daito).

PAESE: USA 2018
GENERE: Fantastico
DURATA: 140′

2045. La Terra conosce un periodo di forte decadenza dettato da sovrappopolazione e inquinamento. L’unica via di fuga per i suoi abitanti, poveri o ricchi che siano, è il mondo virtuale di Oasis, in cui ognuno può diventare ciò che vuole e vivere avventure incredibili. Poco prima di morire, nel 2040, il creatore di Oasis James Halliday ha lanciato una sorta di caccia al tesoro che ha come premio il possesso dell’intera piattaforma. Alla vittoria finale si candida il giovane e povero Wade, che nel gioco si chiama Parzival. Dopo anni di tentativi falliti trova un prezioso e forse decisivo alleato nella bella Art3mis, ma deve fare i conti con una multinazionale che ambisce al medesimo premio per poter sfruttare Oasis secondo i propri loschi scopi…

Dal romanzo omonimo (2010) di Ernest Cline, anche sceneggiatore con Zak Penn. Anche Spielberg si unisce all’operazione nostalgia verso l’immaginario – cinematografico, letterario, ludico, persino musicale – degli anni ’80 che va tanto di moda oggi e che lui stesso, con altri nomi illustri (Zemeckis, Lucas, Dante), ha contribuito a creare. Il risultato è un divertente, vorticoso frullato di cultura pop in cui ogni scena, ogni dialogo, ogni trovata non è altro che la citazione, a volte gratuita a volte geniale, di qualcosa che appartiene al passato. Come molti altri film di Spielberg concepiti come puro intrattenimento è pieno di difetti: intreccio prevedibile, troppi deus ex machina, vagonate di clichè narrativi, messaggio accomodante (“giocate pure, bambini, ma senza esagerare che la vita non è nello schermo ma fuori”); detto questo, però, lo spettacolo è assolutamente garantito. Quelli che lo apprezzeranno maggiormente sono gli over 30 cresciuti a pane e Spielberg e Nintendo, ma anche coloro che non ne coglieranno i tantissimi rimandi metanarrativi (ovvero gli under 20 e gli over 45) usciranno dal cinema sazi e soddisfatti. Assolutamente da antologia l’incursione dei protagonisti DENTRO Shining di Kubrick, forse il più geniale omaggio che Spielberg abbia mai tributato al suo collega/amico. Godibile la colonna sonora che spazia dalle musiche originali (anche loro metanarrative) di Alan Silvestri a pezzoni rock perfetti per le atmosfere (Van Halen, Bruce Springsteen, Twisted Sister). A fronte di un budget non altissimo – 175 milioni di dollari – sarebbe interessante sapere quanto ha speso la Warner in diritti per poter inserire nel film tutte quelle marche, quelle canzoni e quei personaggi provenienti da altre case.

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