Sabotage

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Regia di David Ayer

con Arnold Schwarzenegger (John “Breacher” Wharton), Sam Worthington (Monster), Olivia Williams (Caroline Brentwood), Terrence Howard (Sugar), Joe Manganiello (Grinder), Josh Holloway (Neck), Mireille Enos (Lizzy), Max Martini (Pyro), Harold Perrineau (Jackson).

PAESE: USA 2014
GENERE: Azione
DURATA: 109′

Gruppo di agenti della DEA, durante una missione speciale, ruba denaro alla gente sbagliata. I membri della squadra cominciano a morire ad uno ad uno, e nei modi più atroci. Che ci sia un legame tra le due cose?

Scritto da Skip Woods, il quarto film di Schwarzy dopo la fine del mandato (da gennaio 2011 non è più governatore della California ed è tornato a fare l’attore – che fortuna) è uno dei suoi film più inutili e pacchiani. La filmografia del culturista austriaco è piena di film mediocri, ma nessuno è così brutto e, peggio ancora, così noioso. Poche scene d’azione e tutte terribili, inutili incursioni nel più becero splatter, uno stile da spot pubblicitario pro repubblicani che fa venire i nervi e una totale incapacità di coinvolgere o far appassionare lo spettatore. Schwarzy, ridicolo per la convinzione che mette in un personaggio scritto coi piedi, dimostra dieci anni in più di quelli che ha, e l’impressione è quella che gli abbiano tirato talmente la faccia che le orecchie si tocchino sulla nuca. Imbarazzo puro. Sugli altri – incluso Worthington, che dopo Avatar doveva diventare il nuovo Matt Damon e qui invece pare Platinette – non sprechiamo nemmeno una parola. Regia inesistente, sceneggiatura scritta su un post it.

Voto

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Mulholland Drive

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Regia di David Lynch

con Naomi Watts (Betty), Laura Helena Harring (Rita), Justin Theroux (Adam Kesher), Ann Miller (“Coco” Lenoix), Mark Pellegrino (Joe), Lori Heuring (Lorraine Kesher), Monty Montgomery (il cowboy), Angelo Badalamenti (Luigi Castigliane), Dan Hedaya (Vincenzo Castigliane), Robert Forster (detective McKnight), Brent Briscoe (detective Domgaard), Chad Everett (Jimmy “Woody” Katz).

PAESE: USA, Francia 2001
GENERE: Thriller
DURATA: 146′

Hollywood 2000. In seguito a un incidente stradale su Mulholland Drive, la bruna Rita perde la memoria e si rifugia in una casa apparentemente deserta. Qui incontra la bionda Betty, nipote della proprietaria, a L. A. per provare a fare l’attrice. In un crescendo di situazioni surreali e apparentemente incomprensibili, le due donne cercano di scoprire il segreto dell’identità di Rita.

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E poi strade che si perdono nel buio, atmosfere morbose e sensuali, nani e donne mostruose, tende rosse, mondi paralleli, scatole blu che, aperte, fanno ricominciare la storia da capo; in poche parole, una summa della poetica lynchiana. Quindi, da non perdere. Concepito come episodio pilota di una serie TV che l’ABC ha prima commissionato e poi rifiutato (la trama, secondo i produttori, era troppo “complicata”) e completato nel 2001 grazie all’interessamento (e ai soldi) dei francesi di Studio Canal, il nono film di Lynch è generalmente considerato il suo capolavoro, “quello che resterà”. Difficile pensarla diversamente. Lo spunto è più o meno lo stesso di Strade perdute (1997), ma stavolta l’armonia tra le parti e il tutto è totale, e si finisce per ritrovarsi dentro ad una delle esperienze cinematografiche più originali e conturbanti degli anni 2000. Un (infernale) viaggio nel subconscio umano orchestrato questa volta con una lucidità ammirevole, surreale e grottesco quanto si vuole – c’è addirittura spazio per la farsa tragicomica, come dimostra l’impagabile siparietto del killer sbadato – ma straordinariamente controllato, imperniato su uno stile sempre riconoscibilissimo ma, rispetto al passato, meno prigioniero di se stesso, più libero. Labirintico e geniale, angoscioso e terribile ma anche imbevuto di nerissimo umorismo, è, nella prima ora e mezza, uno strepitoso, enigmatico thriller d’atmosfera alla Twin Peaks in cui anche la suspense è costruita in modo originale e lontano dai cliché: a essere terrificanti non sono i mostri, ma l’attesa di essi, il modo in cui essi vengono in qualche modo annunciati (a questo proposito, davvero inquietanti e riuscite la sequenza dell’uomo sfigurato dietro il fast food e quella, da panico puro, del ritrovamento del cadavere in un residence che pare uscito da Tolkien).

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Velatamente e quasi mai ricordato come tale, è anche uno dei film più feroci verso lo star system hollywoodiano: lasciata in disparte la (apparentemente) sonnacchiosa provincia USA, Lynch approda nella città degli angeli per fare il suo film sul cinema definitivo, un Viale del Tramonto 2.0 che riprende il parallelismo tra cinema/sogno e vita/realtà (strepitosa a riguardo la sequenza al Teatro Silencio, in cui ci viene spiegato che, nel cinema come nella vita, “tutto è registrato”, dunque finto anche quando emozionante) e lo scaraventa in un mondo mostruoso e incomprensibile, in cui anche bene e male sono concetti astratti e in cui la mente umana si rivela in tutta la sua spaventosa potenza. Magnifica per quantità e qualità di toni l’ interpretazione della Watts, ma perfetti anche i contributi tecnici, tutti affidati ad abituali collaboratori del regista: Peter Deming (fotografia), Mary Sweeney (montaggio), Angelo Badalamenti (musiche). Come spesso accade coi film di Lynch, lo scarso successo di pubblico non gli ha impedito di diventare un cult assoluto. Mulholland Drive è una strada che, in novanta minuti, porta dal deserto all’oceano.

Voto

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Notturno Bus

Regia di Davide Marengolocandina

con Valerio Mastandrea (Franz), Giovanna Mezzogiorno (Leila Ronchi), Francesco Pannofino (Garofano), Roberto Citran (Diolaiti), Ennio Fantastichini (Carlo Mattera), Mario Rivera (Titti), Paolo Calabresi (Paolo), Alice Palazzi (la figlia di Garofano), Iaia Forte (Micia), Ivan Franek (Andrea), Marcello Mazzarella (Sandro), Antonio Catania (Bergamini).

PAESE: Italia 2007
GENERE: Noir
DURATA: 104’

Autista d’autobus di notte, eternamente single e col vizietto del gioco, Francesco detto Franz salva suo malgrado la ladra Leila, in fuga dopo l’ennesimo furto. Peccato che tra gli oggetti rubati vi sia anche un prezioso microchip che sembra fare gola a molti…

Tratta dall’omonimo romanzo di Giampiero Rigosi, che l’ha adatto per lo schermo con Fabio Bonifacci, è una godibilissima commedia thriller che diverte e tiene col fiato sospeso. Marengo, all’esordio nel lungometraggio, tiene presente la lezione di Tarantino e si diverte a scimmiottare modelli più o meno illustri (Tutto in una notte di Landis, Fuori Orario di Scorsese, ma anche un certo Truffaut). La riuscita componente noir (quasi inesistente nel panorama del cinema italiano), la ghiotta galleria di personaggi secondari, la capacità di alternare in maniera disinvolta risate e violenza efferata, sono elementi che ne fanno un film superiore alla media. Qualche passo un po’ meccanico non ne scalfisce la grinta. Bravissimi e molto ben diretti gli attori, sinuosa la notturna fotografia di Arnaldo Catinati. In colonna sonora due bei brani di Daniele Silvestri, La paranza e Mi persi. Costato 3,5 milioni di euro, ne ha incassato a malapena uno. Ingiustamente.

Voto

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The Zero Theorem – Tutto è Vanità

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Regia di Terry Gilliam

con Christoph Waltz (Qohen Leth), Mélanie Thierry (Bainsley), David Thewlis (Joby), Lucas Hedges (Bob), Matt Damon (La direzione), Tilda Swinton (dott Shrink-Rom), Sanjeev Bhaskar (dottore), Peter Stormare (dottore), Ben Whishaw (dottore).

PAESE: Gran Bretagna 2013
GENERE: Grottesco
DURATA: 107’

In un futuro distopico caotico e governato dalla tecnologia l’hacker Qohen Leth attende da anni una telefonata che gli dica qual è il senso della vita. Quando gli viene affidato l’incarico di risolvere l’irrisolvibile e misterioso “teorema Zero”, conosce una strana ragazza che forse potrebbe dare una direzione alla sua vita.

Scritto da Pat Rushin, il tredicesimo film di Gilliam è figlio del suo capolavoro Brazil (1984), di cui riprende le riflessioni orwelliane, lo stile registico, il gusto visivo. Talvolta sembra insicuro sulla direzione da prendere, e certi passi sono davvero troppo criptici, ma il film è intrigante e divertente. Azzeccati gli spunti filosofici, non nuovi ma sinceri quelli sullo strapotere della tecnologia (cui si aggiunge l’elemento “social”) e godibile la comicità satireggiante e grottesca, da sempre elemento-chiave del cinema di Gilliam. Ottima prova di Waltz, rasato e passivo ai limiti della non presenza. Come sempre accade nei film di regista, c’è una ghiotta galleria di personaggi secondari. Fotografia di Nicola Percorini, musiche di George Fenton. In Italia è uscito soltanto nel 2016 e con un sottotitolo privo di senso. Da vedere.

Voto

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Suicide Squad

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Regia di David Ayer

con Will Smith (Deadshot), Margot Robbie (Harley Quinn), Jared Leto (Joker), Joel Kinnaman (Rick Flag), Viola Davis (Amanda Waller), Jai Courtney (Boomerang), Jay Hernandez (El Diablo), Adewale Akinnuoe-Agbaje (Killer Croc), Karen Fukuhara (Katana), Ike Barinholtz (Griggs), Scott Eastwood (tenente Edwards), Cara Delevingne (June Moone).

PAESE: USA 2016
GENERE: Fantastico
DURATA: 122’

Per garantire la sicurezza nazionale, il governo USA decide di formare una squadra di superuomini (e super donne) per spedirla ad affrontare le missioni più pericolose. Visto che però i supereroi buoni latitano si vanno a pescare i cattivissimi, quasi tutti acerrimi nemici di Batman, promettendo una riduzione della pena in cambio dei loro servigi…

Terza pellicola del DC Extendend Universe, che cerca – a dirla tutta abbastanza invano – di fare concorrenza allo strapotere cinematografico della concorrenza Marvel. Questa specie di sporca dozzina formata da superuomini invece che da soldati nasce nientemeno che nel 1959, anche se il soggetto del film è attribuito a John Ostrander, che reinventò la squadra suicida nel 1986. Nonostante il grande successo di pubblico, la critica mondiale lo ha demolito senza riserve, e in effetti i difetti non si contano. I più grossi: trama inerte e confusa, totale disinteresse per la logica narrativa, personaggi che appaiono e scompaiono in un attimo e senza alcuna ragione, stile registico puerile e una totale indecisione sullo stile da dare al franchise, cosa che invece la Marvel ha delineato da subito e che ora continua a portare avanti con ottimi risultati. E così si passa da una cupezza quasi “nolaniana” a siparietti da commediola frivola, da pipponi filosofici sul bene e sul male a tremende incursioni nella farsa. Tutto vero, tutto sacrosanto, ma, al di là di tutto, il film fa quello che ogni buon film dovrebbe fare: intrattenere, coinvolgere, divertire. Lo fa utilizzando le trovate più banali? Assolutamente, ma lo fa. E oggi, quando si parla di polpettoni supereroici, non è così scontato. Bravo Smith e brava la Robbie, che con la sua Harley Quinn ruba la scena a tutti. Il Joker di Leto non è così male come molti hanno scritto (soprattutto scomodando inutili paragoni con quello di Ledger) e, anzi, è tra i primi ad avvicinarsi al Joker “originale”, quello del fumetto. Colonna sonora ricca, piena di vecchie hit. Inspiegabile e imperdonabile l’assenza di alcune battute di pregio presenti invece nel trailer. E’ una cavolata? Assolutamente si. Ma lo spettacolo non manca. A voi la scelta.

Voto

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Star Trek Beyond

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Regia di Justin Lin

con Chris Pine (James T. Kirk), Zachary Quinto (Spock), Zoë Saldaňa (Nyota Uhura), Simon Pegg (Montgomery Scott), Karl Urban (Dottor Leonard “Bones” McCoy), Anton Yelchin (Pavel Chekov), John Cho (Hikaru Sulu), Idris Elba (Krall), Sofia Boutella (Jaylah), Joe Taslim (Manas), Lydia Wilson (Kalara), Shohreh Aghdashloo (Commodoro Paris), Deep Roy (Kinser).

PAESE: USA 2016
GENERE: Fantascienza
DURATA: 122’

La USS Enterprise raccoglie la richiesta di aiuto di una naufraga e finisce in trappola. L’artefice dell’inganno è il perfido Krall, che vive succhiando energia dagli umani. Quale sarà il suo intento? Perché è così interessato ad un apparentemente inutile manufatto in possesso della federazione?

Terzo capitolo del reboot targato Abrams, che stavolta lascia la regia a Justin Lin (già regista di diversi Fast & Furious). La formula non cambia: azione, ironia (merito anche dell’ingresso di Simon Pegg in sede di sceneggiatura, con Doug Jung), e uno spirito ottimista – tipico della saga ideata da Gene Roddenberry – che va controcorrente rispetto allo standard della sci-fi odierna. Rispetto ai precedenti più scene-americanata e meno scene madri (anche se almeno due, quella della caduta dell’Enterprise e quella dell’annientamento dello stormo di Krall attraverso una canzone dei Beastie Boys, non si scordano), ma il film è godibile e divertente dall’inizio alla fine, e si permette di esplicitare un discorso sui diritti civili e l’uguaglianza (un membro dell’equipaggio è dichiaratamente omosessuale) che Roddenberry poteva solo sfiorare. Dedicato alla memoria di Anton Yelchin, morto tragicamente a 27 anni a fine riprese, e a Leonard Nimoy.

Voto

La recensione di Star Trek Beyond nella rubrica LO SGUARDO ESTERNO.

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Ruby Sparks

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Regia di Jonathan Dayton e Valerie Faris

con Paul Dano (Calvin Weir-Fields), Zoe Kazan (Ruby Sparks), Chris Messina (Harry), Annette Bening (Gertrude), Antonio Banderas (Mort), Aasif Mandvi (Cyrus Modi), Steve Coogan (Langdon Tharp), Elliott Gould (Dr. Rosenthal), Deborah Ann Woll (Lila), Toni Trucks (Susie).

PAESE: USA 2006
GENERE: Commedia drammatica
DURATA: 101′

Il giovane Calvin Weir-Fields, scrittore che ha conosciuto il successo pubblicando il suo primo libro ad appena 19 anni, non riesce a trovare l’ispirazione per scrivere il secondo e dare così un senso alla propria esistenza. Un giorno comincia a scrivere di una certa Ruby, rossa simpatica e ingenua che abita i suoi sogni. Quando Ruby si materializza in casa sua, pronta a fare tutto ciò che egli scrive, la sua vita cambia radicalmente…

Commedia sentimentale in chiave fantastica, favola moderna sull’amore e riflessione sul parallelismo arte/vita, ma anche parabola sull’incapacità di accontentarsi ed essere felici con ciò che si ha. A volte è un po’ confuso sulla strada da prendere, ma l’acuto umorismo è spesso irresistibile, e la regia dei coniugi Dayton, già responsabili dell’ottimo Little Miss Sunshine, ha più d’un pregio: attenzione verso i personaggi, senso del racconto, capacità di creare deliziose atmosfere domestiche. Ma la vera forza del film è la Kazan, trentenne nipote del grande Elia, non solo bravissima e credibile interprete ma anche sceneggiatrice e autrice del soggetto. Con il bravo Dano, suo compagno anche nella vita, è la linfa vitale di questa commedia agrodolce e malinconica, intelligente e posata anche quando, come nella potentissima scena della “liberazione di Ruby”, si avventura negli abissi più oscuri della mente umana. Tra le riuscite figure di contorno spiccano la coppia New Age Benning- Banderas e il simpatico – e quasi paterno – cagnolino Scotty. Anomala colonna sonora che predilige vecchi pezzi in lingua francese.

Voto

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