Three Kings

(Three Kings)

Regia di David O. Russell

con George Clooney (maggiore Archie Gates), Mark Wahlberg (sergente Troy Barlow), Ice Cube (Capo Elgin), Spike Jonze (Conrad Vig), Cliff Curtis (Amir Abdulah), Nora Dunn (Adriana Cruz), Jamie Kennedy (Walter Wogaman), Judy Greer (Cathy Daitch), Said Taghmaoui (capitano Said), Mykelti Williamson (Colonnello Horn), Holt McCallany (Van Meter).

PAESE: USA 1999
GENERE: Guerra
DURATA: 114’

Finita la Guerra del Golfo, quattro soldati americani trovano la mappa dei bunker in cui Saddam tiene l’oro sottratto al Kuwait. Inizialmente intenzionati a rubarlo, finiranno invece con l’aiutare i ribelli contro l’esercito del dittatore…

Il terzo film di Russell, anche sceneggiatore, è un war movie anomalo e sfacciato che mescola con disinvoltura commedia e scene violente, momenti leggeri e riflessioni profonde sul ruolo degli americani nel mondo (Bush sr. aveva incitato i ribelli a insorgere contro Saddam senza poi sostenerli militarmente e, anzi, lasciandoli al loro tragico destino). Il mito dell’eroismo americano non è intaccato, ma Russell si sforza ad assumere anche il punto di vista del nemico, e il suo è uno dei film più anti-militaristi e contro il potere (soprattutto politico) degli ultimi anni novanta. Regia figlia del post-modernismo (innesti onirici, montaggio convulso, inquadrature sghembe, fotografia iper-saturata) ma originale e incalzante, ottimi dialoghi, personaggi credibili. Belle musiche di Carter Burwell e fotografia spericolata di Newton Thomas Sigel. Gli attori – Clooney in testa – sono in parte e ben diretti. Il titolo originale significa “Re Magi”. Da vedere.

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La signora del venerdì

(His Girl Friday)

Regia di Howard Hawks

con Rosalind Russell (Hildegard “Hildy”, Johnson), Cary Grant (Walter Burns), Ralph Bellamy (Bruce Baldwin), Gene Lockhart (Sceriffo Peter B. Hartwell), Helen Mack (Molly Malloy), John Qualen (Earl Williams), Clarence Kolb (il sindaco), Porter Hall (Murphy), Ernest Truex (reporter), Alma Kruger (signora Baldwin).

PAESE: USA 1940
GENERE: Commedia
DURATA: 92’

Per trattenere la ex moglie giornalista che sta per sposarsi con un assicuratore e appendere la macchina da scrivere al chiodo, il caporedattore di un giornaletto di provincia la spedisce a intervistare un assassino condannato alla forca. Le cose si complicano quando il criminale evade prendendo in ostaggio proprio la donna…

Seconda versione cinematografica dalla commedia The Front Page (1928) di Ben Hecht e Charles MacArthur,  dopo quella di Lewis Milestone (1931) e prima di quella, decisamente più celebre, di Billy Wilder (1974) con Jack Lemmon e Walter Matthau. La sceneggiatura di Charles Lederer trasforma Hildy in una donna dando così il via a una screwball comedy in perfetto stile Hawks che ancora oggi colpisce per i dialoghi velocissimi e assai divertenti, per l’irriverente humor nero, per il sagace gioco dello scambio dei ruoli (la donna è forte e coscienziosa, gli uomini sono tutti pettegoli e primedonne), per l’intelligente satira di un mondo – quello del giornalismo – spietato e senz’anima. Quasi tutto ambientato in interni e in appena due set (la redazione nella prima parte, la sala stampa della prigione nella seconda), il film fu una scommessa anche a livello tecnico perché Hawks volle registrare tutti i dialoghi in presa diretta, impresa non facile visto che spessissimo si sovrappongono. C’è anche una memorabile trovata meta-cinematografica: riferendosi al personaggio di Bruce, Burns/Grant dice che somiglia a quell’attore famoso…Ralph Bellamy (Bruce è interpretato proprio da Bellamy!). Deliziosi i duetti tra Grant e la Russell. Il titolo originale è un riferimento a Robinson Crusoe , che chiama il suo servo  Venerdì “My Man Friday”: “His Girl Friday” si potrebbe tradurre come “la sua ragazza del Venerdì” oppure “la sua fedele schiava”, chiaro riferimento al modo in cui Walter tratta Hildy. Spumeggiante.

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Gli uomini preferiscono le bionde

(Gentlemen Prefer Blondes)

Regia di Howard Hawks

con Jane Russell (Dorothy Shaw), Marilyn Monroe (Lorelei Lee), Charles Coburn (Sir Francis “Picci” Beekman), Elliott Reid (Ernie Malone), Tommy Noonan (Gus Esmond), George Winslow (Henry Spofford III), Taylor Holmes (Mr. Esmond Sr.), Marcel Dalis (giudice), Norma Varden (Lady Beekman).

PAESE: USA 1953
GENERE: Commedia
DURATA: 114’

Cantanti di successo, la mora Dorothy e la bionda Lorelei – la prima perennemente innamorata di uomini belli e spiantati, la seconda convinta che il vero amore esista solo coi milioni – prendono una nave per l’Europa e ne combinano di tutti i colori.

Scritta da Charles Lederer, una delle commedie più note di Hawks e uno dei film più iconici della Monroe, che in una delle scene più celebri canta Diamonds are a girl’s best friend con vestito rosa shocking. L’abilità del regista sta tutta nel riuscire a suggerire l’avidità – sessuale nel caso di Dorothy, materiale per Lorelei – senza mai rinunciare al registro della commedia e, soprattutto, senza mai farci affezionare davvero alle protagoniste. Molta critica lo considera uno dei migliori film di Hawks, ma visto oggi appare molto più datato di prodotti coevi (come Quando la moglie è in vacanza o A qualcuno piace caldo), e questo nonostante si faccia ancora apprezzare per la disinvoltura dei cambi di registro (soprattutto tra la commedia e il musical) e per come riesce a suggerire l’erotismo delle due protagoniste aggirando il codice Hays. Memorabile il personaggio del milionario bambino, protagonista delle due sequenze più divertenti del film.

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La prima notte del giudizio

(The First Purge)

Regia di Gerard McMurray

con Lex Scott Davis (Nya), Y’Lan Noel (Dmitri), Joivan Wade (Isaiah), Luna Lauren Vélez (Luisa), Mugga (Dolores), Kristen Solis (Selina), Rotimi Paul (Skeletor), Marisa Tomei (May Updale), Patch Darragh (Arlo Sabian), Melonie Diaz (Juani).

PAESE: USA 2018
GENERE: Thriller
DURATA: 98’

Dopo aver vinto le elezioni il partito dei Nuovi Padri Fondatori si propone di arginare la criminalità attraverso lo “sfogo” (in lingua originale, la “purga”), un pionieristico esperimento sociale che prevede una notte all’anno in cui tutti i crimini diventano legali per dodici ore. Il luogo scelto per l’esperimento è Staten Island, quartiere di New York abitato perlopiù da afroamericani sotto la soglia di povertà…

Quarto capitolo della saga, di fatto un prequel, ancora scritto dal suo creatore James DeMonaco che però cede la regia all’afroamericano McMurray che ne fa un film all black che accentua la dimensione politica della trilogia originale (a rimetterci sono sempre i poveri, in questo caso quasi tutti neri) e spiega come mai, a partire dagli “sfoghi” successivi (raccontati nei tre film precedenti), il governo USA spedisca squadre di mercenari a uccidere il maggior numero di persone possibili. Gli intenti sono buoni, ma McMurray manca del talento visivo di DeMonaco, e l’ultima mezz’ora sbraca nei luoghi comuni  più abusati dell’action movie. Anche i personaggi, punto di forza dei film precedenti, sono stereotipati, mentre alcune scelte (i buoni sono una gang di spacciatori) non convincono fino in fondo. Resta comunque un buon film d’azione, superiore alla media e capace di far riflettere sull’America di oggi sempre più impaurita e rabbiosa. Marisa Tomei, unica attrice famosa in un cast di semi-sconosciuti, è usata poco e male.

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Omicidio a luci rosse

(Body Double)

Regia di Brian De Palma

con Craig Wasson (Jake Scully), Gregg Henry (Sam Bouchard), Melanie Griffith (Holly Body), Deborah Shelton (Gloria Revell), Guy Boyd (Jim McLean), Dennis Franz (Rubin).

PAESE: USA 1984
GENERE: Thriller erotico
DURATA: 114’

Attore disoccupato va a vivere nella lussuosa villa di un amico. Da qui, ogni sera, spia una bellona che ama masturbarsi poco prima di andare a letto. Tutto perfetto, tutto molto eccitante, fino a quando non assiste all’assassinio della poveretta.

Sedicesimo film di De Palma, che l’ha anche scritto con Robert J. Avrech. Il tema è ancora una volta quello dello sguardo, che qui diventa riflessione sul voyeurismo e su quanto il pubblico ami guardare senza intervenire, anche quando si tratta di scene violente (il poliziotto chiede a Jake perché non è intervenuto prima, quando ancora poteva salvare la donna). Ma Body Double (letteralmente, “controfigura”) è anche e soprattutto un impeccabile thriller a suspense che tiene il ritmo per due ore senza cedimenti. I modelli sono espliciti – soprattutto l’Hitchcock de La finestra sul cortile e La donna che visse due volte – ma il film resta un De Palma al 100%: c’è il gioco del film nel film, c’è la fobia patologica, c’è il discorso sulla perversione insita in ognuno di noi. Le scene con l’indiano sono davvero inquietanti, tra i pezzi più paurosi di tutto il suo cinema. Ottime musiche di Pino Donaggio. La villa ottagonale in cui risiede Jake esiste: si tratta di Casa Malin a Los Angeles, progettata nel 1960 dall’architetto John Lautner. Da non perdere i titoli di coda in cui si illustra la realizzazione di un body double.

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Quando la moglie è in vacanza

(The Seven Year Itch)

Regia di Billy Wilder

con Tom Ewell (Richard Sherman), Marilyn Monroe (La ragazza), Evelyn Keyes (Helen Sherman), Robert Strauss (Signor Gaetano), Oskar Homolka (Dottor Brubaker), Marguerite Chapman (Miss Morris, la segretario), Sonny Tufts (Tom MacKenzie), Victor Moore (l’idraulico).

PAESE: USA 1955
GENERE: Commedia
DURATA: 105’

Come ogni estate, l’impiegato newyorkese Richard Sherman spedisce moglie e figlio in villeggiatura lontano dalla calura cittadina per dedicarsi a noiose faccende lavorative. La sua routine sarà però turbata da una procace vicina di casa che mette a dura prova la sua fedeltà…

Da un lavoro teatrale di George Axelrod, adattato dallo stesso Wilder, una delle più celebri commedie USA degli anni cinquanta che racconta la voglia di fuga dell’americano medio e riflette su un tema tipico del cinema del regista: nonostante una marea di convenzioni sociali che cercano di farci passare per esseri superiori e civili, restiamo di fatto gli animali che siamo. Altro tema forte – incarnato da simulacri ben precisi, come la pagaia (che continua a non venire spedita al figlio) e i tappeti (che continuano a non essere sbattuti) – è quello del desiderio inappagato: nonostante qualche bacino, il tradimento non viene consumato. È anche uno dei film più meta-testuali del regista, non soltanto per le citazioni (da Il mostro della laguna nera a Da qui all’eternità) e le auto-citazioni (a un ospite insistente, Richard dice che in cucina potrebbe esserci nascosta… Marilyn Monroe!), ma anche perché spingendo Marilyn a interpretare sé stessa (o meglio, ciò che lei è nell’immaginario del pubblico) riflette su quanto l’industria dello spettacolo condizioni le abitudini sessuali e i desideri degli uomini. Macchina da presa mobilissima e perfettamente a suo agio col CinemaScope, dialoghi straordinari e una serie di impagabili allusioni sessuali davvero audaci. Ottimo Ewell, già interprete della versione teatrale, e perfetta la Monroe in quello che è probabilmente il ruolo più iconico della sua carriera (la scena in cui le si alza la gonna mentre è sulla grata della metropolitana è una delle più note della storia del cinema). Nonostante lo sguardo sia per certi versi più sconsolato che divertito, è ancora oggi uno dei suoi film più esilaranti, cinici, graffianti. Il titolo originale significa letteralmente “il prurito del settimo anno”, riferimento alla teoria secondo cui ogni matrimonio entra in crisi dopo sette anni.

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A qualcuno piace caldo

(Some Like It Hot)

Regia di Billy Wilder

con Marylin Monroe (Zucchero Kandinsky), Tony Curtis (Joe/Josephine), Jack Lemmon (Jerry/Daphne), George Raft (“Ghette” Colombo), Pat O’Brien (Detective Mulligan), Joe E. Brown (Osgood Fielding II), Nehemiah Persoff (Piccolo Bonaparte), Joan Shawlee (Susy), Billy Gray (Signor Poliakoff).

PAESE: USA 1959
GENERE: Commedia
DURATA: 120’

Inseguiti da uno spietato gangster perchè testimoni della strage di San Valentino, un sassofonista e un contrabbassista fuggono da Chicago vestiti da donne e aggregati a un’orchestra femminile diretta in Florida. Tra le ragazze spicca la cantante e suonatrice di ukulele Zucchero Kandisnky, che spera di conoscere un milionario ma diventa oggetto delle avances dei due compagni, pardon, delle due compagne di viaggio.

Scritta da Wilder con I. A. L. Diamond, è probabilmente la più celebre commedia en travesti della storia del cinema, piena di impagabili battute e audaci allusioni sessuali (a partire dal titolo, che si riferisce al jazz ma si presta ovviamente a più chiavi di lettura), ma anche di intelligenti riflessioni su cosa significhi essere donna oggi e su quanto i nostri gusti sessuali siano spesso frutto di imposizioni sociali. Irriverente, politicamente scorretta, ha resistito alla prova del tempo grazie alla verve dissacratoria, ai dialoghi brillanti, a due grandi attori (Curtis e Lemmon) che gigioneggiano senza freni e a una Marylin ingenuotta  e deliziosa che, in perfetto stile Marylin, sogna di sposare un milionario e intanto fa danni di qua e di là. Eccellente anche il reparto dei comprimari. Girato in bianco e nero (fotografia di Charles Lang) per evitare che il trucco dei due maschietti diventasse clownesco, il film è sostenuto da una regia frizzante che tiene alto il ritmo per quasi due ore. La battuta finale è una delle più note della storia del cinema. Vinse un Oscar per i migliori costumi ma fu condannato senza riserve dalla Catholic Legion of Decency, cosa che comunque non gli precluse un enorme successo di pubblico.

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