Fratellastri a 40 anni

(Step Brothers)

Regia di Adam McKay

con Will Ferrell (Brennan Huff), John C. Reilly (Dale Doback), Mary Steenburgen (Nancy Huff), Richard Jenkins (Robert Doback), Adam Scott (Derek Huff), Kathryn Hahn (Alice Huff), Rob Riggle (Randy), Seth Rogen (Manager degli articoli sportivi).

PAESE: USA 2008
GENERE: Comico
DURATA: 105′

Quando Nancy e Robert si sposano in seconde nozze, i loro figli quarantenni Brennan e Dale si ritrovano fratellastri. La convivenza non sarà affatto facile, anche se i due scopriranno di avere molto in comune…

Torna, a distanza di due anni, la squadra responsabile di Ricky Bobby (Talladega Nights), che vede nuovamente McKay dietro la macchina da presa, Ferrell e Reilly davanti, l’onnipresente Judd Apatow alla produzione e McKay e Ferrell in sede di sceneggiatura. Nonostante ciò, l’alchimia del precedente non si ricrea: battute stantie, gag divertenti a fasi alterne (ne funziona una se tre, se va bene) e una trama puerile e scritta su un fazzoletto. Ferrell e Reilly pigiano troppo sul pedale della demenzialità finendo col diventare insopportabili, e spiace che siano totalmente assenti i riferimenti satirici sull’american way of life che facevano di Ricky Bobby un prodotto superiore alla media. L’ultima scena, comunque, è un ottimo esempio di comicità politicamente scorretta.

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Mindhunter – Stagione 1

(Mindhunter)

Regia di registi vari

con Jonathan Groff (Holden Ford), Holt McCallany (Bill Tench), Anna Torv (Wendy Carr), Hannah Gross (Debbie Milford), Cotter Smith (Shepard), Joe Tuttle (Greg Smith), Cameron Britton (Ed Kemper), Happy Anderson (Jerry Brudos).

PAESE: USA 2017
GENERE: Thriller
DURATA: 35′ – 60′ (episodio)

1977. Il giovane e frustrato negoziatore dell’FBI Holden Ford si appassiona a un’inedita tipologia di omicidi apparentemente folli e senza movente e tenta, con l’aiuto del navigato collega Bill Tench e della psicologa Wendy Carr, di codificare un metodo di indagine che possa aiutare federali e polizie locali a fermare questi nuovi killer, da lui denominati “seriali”. Per farlo va a intervistare nelle prigioni di mezza America quelli già assicurati alla giustizia, ma questo viaggio negli abissi del male non lo lascerà indifferente…

Ideata da Joe Penhall e prodotta da David Fincher (che ha diretto anche gli episodi 1,2,9 e 10) e Charlize Theron, la serie Netflix si ispira al libro Mind Hunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano di Mark Olshaker e John E. Douglas, agente FBI realmente esistito cui è ispirato il personaggio di Ford. Vi si narra come, a metà degli anni ’70 con l’arresto del figlio di Sam e altri serial killer, i metodi di indagine “classici” (cioè basati sul movente) divennero obsoleti e dovettero essere integrati con nozioni di psicologia. Un accurato viaggio nella mente criminale che affronta con sobrietà un materiale che sobrio non è affatto, un’inquietante riflessione psicologica sulla follia che rifiuta gli stereotipi hollywoodiani del giallo e propone personaggi credibili e ben delineati. Gli assassini intervistati da Ford sono tutti realmente esistiti, così come veritiere sono le descrizioni dei loro omicidi. Con uno stile carico di suspense senza mai essere sensazionalistico (avete presente Zodiac, dello stesso Fincher?), Mindhunter si rifà ad una narrazione lineare ma si distingue per l’accuratezza psicologica e per la capacità di sorprendere senza mai urlare o andare sopra le righe. Basterebbe soffermarsi sul cambiamento di Ford attraverso i dieci episodi o sul mutamento del rapporto tra i tre protagonisti per comprendere il grande lavoro drammaturgico dietro la serie. Da vedere, anche se lascia dentro un malessere difficile da mandare via.

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Robin Hood – Principe dei Ladri

(Robin Hood: Prince of Thieves)

Regia di Kevin Reynolds

con Kevin Costner (Robin di Locksley), Morgan Freeman (Azeem), Mary Elizabeth Mastrantonio (Marian Dubois), Alan Rickman (Sceriffo George di Nottingham), Christian Slater (Will Scarlett), Nick Brimble (Little John), Michael McShane (Fra Tuck), Michael Wincott (Guy di Gisborne), Geraldine McEwan (Mortianna), Sean Connery (Re Riccardo).

PAESE: USA 1991
GENERE: Avventura
DURATA: 143’

Fuggito da un campo di prigionia, il crociato Robin di Locksley torna a Nottingham e la ritrova soggiogata da un perfido sceriffo che semina terrore per aspirare alla corona vacante di Re Riccardo. Con l’aiuto di una banda di briganti e della bella Marian, Robin cerca di liberare il suo popolo dall’oppressione e di ristabilire l’ordine delle cose…

Scritta da Pen Densham e John Watson è una torbida, violenta ma anche molto (auto)ironica versione della celeberrima leggenda (con un filo di verità) di Robin Hood, l’ex crociato che rubava ai ricchi per dare ai poveri e combatteva contro i prepotenti. Pieno di passi meccanici e sbavature, incline al ridicolo involontario e in perenne bilico tra pop (le decine di citazioni) e pulp (il pastiche di generi), il film può tuttavia contare su un ottimo ritmo e su una manciata di sequenze notevoli che tengono incollati allo schermo. A un Costner bidimensionale (all’epoca molto criticato per lo spiccato accento americano) si contrappone un sensazionale, cattivissimo Rickman nei panni dello sceriffo. Il suo personaggio, pieno di elementi parodici (come del resto tutto il film) è scritto molto meglio di quello principale. Il cameo di Connery nei panni di un elegantissimo Re Riccardo è invece tanto inutile quanto memorabile. La canzone finale è (Everything I Do) I do it for you di Bryan Adams, ma grande successo ebbe anche il tema musicale di Michael Kamen.

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Un colpo all’italiana

(The Italian Job)

Regia di Peter Collinson

con Michael Caine (Charlie Croker), Noel Coward (Mr. Bridger), Benny Hill (Professor Bridger), Raf Vallone (Altabani), Rossano Brazzi (Roger Beckerman), Tony Beckley (“Camp” Freddie), Margaret Blye (Lorna), Irene Handl (Miss Peach).

PAESE: GB 1969
GENERE: Azione
DURATA: 95’

Sponsorizzato da un gentiluomo che orchestra i propri affari dal carcere, il ladro Charlie Croker mette insieme una squadra per rubare quattro milioni di dollari da un portavalori della FIAT a Torino. Dopo aver creato, manomettendo i computer, uno dei più grandi ingorghi stradali che la storia ricordi, il bottino viene caricato su tre Mini Cooper dirette verso le montagne…

Scritto da Troy Kennedy-Martin, un big caper movie (film sul colpo grosso) come non se ne fanno più, divertente, godibile e tutto sommato verosimile (che non significa realistico). Film anomalo per la particolare attenzione dedicata agli oggetti di design, agli abiti, ai mezzi di trasporto (dalle mitiche Mini Cooper che riprendono i colori della bandiera inglese al torpedone con doppio asse sterzante anteriore) e alle architetture del capoluogo torinese. La seconda parte, più che agli attori, appartiene ai piloti e agli stunt-men, ma il film rapisce ancora oggi grazie ad un’ottima verve, alle battute sbarazzine, al ritmo sostenuto e ad una regia elegante e molto abile a coordinare le scene d’azione. Tra le scene celebri: i titoli di testa su una Ferrari con Rossano Brazzi, la beffarda sequenza finale “in bilico” e, ovviamente, la mirabolante fuga torinese delle tre mini con suggestive tappe sul tetto del Palavela e del Lingotto, ai Murazzi e nelle chiuse del Po. Musiche di Quincy Jones. Rifatto nel 2003 con l’azione spostata a Los Angeles. Da vedere.

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Thor: Ragnarok

(Thor: Ragnarok)

Regia di Taika Waititi

con Chris Hemsworth (Thor), Tom Hiddleston (Loki), Cate Blanchett (Hela), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Jeff Goldblum (Gran Maestro), Idris Elba (Heimdall), Tessa Thompson (Valchiria), Karl Urban (Skurge), Anthony Hopkins (Odino).

PAESE: USA 2017
GENERE: Fantastico
DURATA: 130’

Poco prima di morire Odino rivela ai rappacificati (forse) Thor e Loki l’esistenza di una sorella malvagia, intenzionata a farsi regina di Asgard soggiogandone il popolo. Spediti su un pianeta fatto di spazzatura governato da un ambiguo Gran Maestro, i due asgardiani ritrovano Hulk e cercando di tornare a casa per fermare il genocidio della perfida sorella…

Terzo capitolo dedicato al Dio del Tuono, scritto da Eric Pearson, Craig Kyle e Christopher Yost e diretto dal neozelandese Waititi. Più che ai precedenti Thor (2011) e Thor – The Dark World (2013) assomiglia a I Guardiani della Galassia, se non altro per la massiccia dose di humor – che non teme qua e là di sbracare in una divertita autoparodia – per la miriade di trovate narrative (memorabile la parentesi sul pianeta comandato da un inedito, impagabile Goldblum), per la colonna sonora d’impianto rock (da antologia la battaglia finale sulle note di Immigrant Song dei Led Zeppelin). Ma anche per la disinvoltura con cui passa dal registro comico alle riflessioni serie (molto bella quella del sottofinale, affidata ad un redivivo Odino) senza mai rinunciare al ritmo. Mitici i camei di Matt Damon, Luke Hemsworth (fratello maggiore di Chris) e Sam Neill che, in una rappresentazione teatrale su Asgard, interpretano rispettivamente Loki, Thor e Odino. La Blanchett ci regala uno straordinario villain, ma il film è pieno di personaggissimi che non si scordano. Davvero un piccolo gioiello.

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Rocco Schiavone – stagione 1

Regia di Michele Soavi

con Marco Giallini (Rocco Schiavone), Claudia Vismara (Caterina Rispoli), Ernesto D’Argenio (Italo Pierron), Isabella Ragonese (Marina), Francesca Cavallin (Nora), Massimo Olcese (questore Costa), Filippo Dini (procuratore Baldi), Massimo Reale (Fumagalli), Francesco Acquaroli (Sebastiano), Marina Cappellini (Anna), Massimiliano Caprara (Deruta), Christian Ginepro (D’Intino).

PAESE: Italia 2016
GENERE: Giallo
DURATA: 6 episodi da 100’

Inviso ai superiori, che gli rimproverano lo scarso autocontrollo e il comportamento non proprio canonico, il cinico e disilluso vicequestore Rocco Schiavone viene trasferito da Roma ad Aosta. Nonostante l’apparente tranquillità della provincia alpina, il vicequestore avrà comunque le sue belle gatte da pelare…

Prodotta dalla Rai e ispirata ai romanzi di Antonio Manzini, anche sceneggiatore (con Maurizio Careddu) degli episodi, è una delle miniserie poliziesche più riuscite degli ultimi anni. Manzini non ha mai nascosto di essersi ispirato, nella stesura dei romanzi di Schiavone, al suo maestro Andrea Camilleri, e infatti molte caratteristiche delle sue storie richiamano il mondo di Montalbano: un indagatore lontano dalle convenzioni, poco propenso a stare nei ranghi, che spesso agisce seguendo un proprio codice etico piuttosto che seguendo il codice penale; la volontà di riflettere, utilizzando il pretesto del giallo, su una società in crisi (economica e di valori); la forte vena ironica, sviluppata soprattutto nei rapporti tra il protagonista e i suoi collaboratori (Deruta e D’Intino non sono forse “figli” del mitico Catarella?). La differenza sta nell’ambientazione: se Montalbano vive e indaga nei “suoi” luoghi, muovendosi sicuro in un mondo che conosce molto bene, il romanaccio (ma forse sarebbe più corretto “er borgataro”) Schiavone si ritrova pesce fuor d’acqua nella tranquilla, sobria, gelida Valle d’Aosta. Un espediente azzeccato che assicura spunti, riflessioni, e parecchie risate. Non solo: raramente si può dubitare delle azioni di Montalbano, che anche quando agisce sul filo della legalità non può che risultare simpatico; sulle azioni di Schiavone, invece, ci si interroga spesso. Cosa che lo rende un personaggio, oltre che tragico, anche molto molto realistico. La scelta di affidare tutti gli episodi ad un solo regista – il ritrovato Soavi – garantisce un’omogeneità stilistica che le serie TV italiane (e non solo) spesso si sognano. Una volta tanto, grazie a Dio, siamo più dalle parti del cinema che della televisione (anche la scelta delle musiche lo conferma). Quindi possiamo dirlo con serenità (e con una punta di orgoglio): Rocco Schiavone non è una fiction, è in tutto e per tutto una serie TV. Che, una volta tanto, non ha nulla da invidiare alla concorrenza, sia essa italica (Sky) o internazionale (Netflix, Fox, le serie USA). Grandissimo Giallini, che come il buon vino invecchiando migliora. Sulle polemiche di alcuni “onorevoli” – tra i quali ovviamente non poteva mancare Gasparri – inerenti al fatto che Schiavone sia anti educativo perchè si fa le canne, caliamo un velo pietoso. Da non perdere.

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Justice League

(Justice League)

Regia di Zach Snyder

con Ben Affleck (Bruce Wayne/Batman), Henry Cavill (Clark Kent/Superman), Gal Gadot (Diana Prince/Wonder Woman), Ezra Miller (Barry Allen/Flash), Jason Momoa (Arthur Curry/Aquaman), Ray Fisher (Victor Stone/Cyborg), Ciaran Hinds (Steppenwolf), Amy Adams (Lois Lane), Jeremy Irons (Alfred Pennyworth), J. K. Simmons (commissario James Gordon), Diane Lane (Martha Kent), Connie Nielsen (Regina Hyppolita), Joe Morton (Silas Stone).

Il perfido demone Steppenwolf vuole conquistare il mondo utilizzando le tre Scatole Madri, armi potentissime e capaci di sprigionare un’energia devastante. Batman e Wonder Woman corrono ai ripari cercando di mettere insieme una squadra che lo affronti, ma nonostante l’aiuto di Flash, Aquaman e Cyborg sembrano destinati a soccombere. Se non fosse che a Bruce Wayne viene la pazza idea di provare a resuscitare il buon Superman…

Quinto film del franchise DC, nato in risposta all’immenso successo della concorrente Marvel (proprietà Disney). Ennesimo fallimento, ennesima (sonora) sconfitta: il film che doveva riunire i grandi supereroi DC non è paragonabile al meno riuscito dei prodotti Marvel. Qualche difetto: nessun aggancio con la società odierna né con l’attualità, sceneggiatura sbrindellata e spesso priva di logica, personaggi profondi come una bacinella e una serie di parentesi comiche che non fanno ridere e vorrebbero – non ci si spiega davvero come – ispirarsi alla verve dei prodotti con protagonisti Iron Man, Thor e compagni. Chris Terrio e Joss Whedon (quest’ultimo responsabile tra le altre cose del primo Avengers) ce la mettono tutta per scrivere una sceneggiatura puerile e per inventarsi un cattivo di rara banalità, mentre Snyder – ancora lui?! – continua ad autoerotizzarsi col suo stile fracassone, compiaciuto e sempre più simile a quello di una pubblicità di profumi. Spiace davvero, soprattutto perché supereroi come Batman, in mano a gente talentuosa come Burton e Nolan, avevano dimostrato di avere ancora molto da dire. Affleck imbarazzante, Cavill ammirevole per come sferza il senso del ridicolo (da apoteosi del trash il suo “ritorno” alla vita), Adams sempre più fuori parte (ma è in buona compagnia: Simmons, Irons, Lane). Le uniche cose che si salvano sono la Gadot, credibile quanto grintosa Wonder Woman, e la scena durante i titoli di coda. Anche un bambino di dieci anni, a questo giro, rischia di sbadigliare.

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