Il commissario Pepe

Regia di Ettore Scola

con Ugo Tognazzi (Commissario Antonio Pepe), Giuseppe Maffioli (Nicola Parigi), Silvia Dionisio (Silvia), Tano Cimarosa (agente Cariddi), Ampelio Sommacampagna (maresciallo Zanon), Marianne Comtell (Matilde Carroni), Michele Capnist (dottor Mario Valenga), Dana Ghia (Suor Clementina), Elsa Vazzoler (vecchia prostituta), Gino Santercole (Oreste).

PAESE: Italia 1969
GENERE: Commedia poliziesca
DURATA: 107′

Commissario presso una sonnacchiosa cittadina della provincia veneta, Antonio Pepe viene incaricato di redigere un dossier sulle frivole abitudini dei suoi “rispettabili” concittadini. Scopre che il marcio arriva molto, molto in alto. Quando presenta la sua inchiesta ai superiori, gli dicono di chiudere un occhio su nobili e ricchi e perseguire soltanto i poveracci.

Scritto da Scola con Ruggero Maccari e liberamente tratto da un romanzo di Ugo Facco De La Garda, una commedia poliziesca in cui il regista riflette su due dei suoi temi prediletti, quello del potere che si protegge da solo per autoconservazione e quello del relativismo morale della società. Tognazzi, ben servito da ottimi dialoghi, tratteggia un personaggio disilluso e malinconico memorabile, sconfitto su tutti i livelli. Il suo sguardo – a dargli fastidio non è tanto l’amoralità dei suoi concittadini, quanto la loro tendenza alla menzogna e all’ipocrisia – è quello del regista. Stile modernissimo con echi di Peckinpah (l’uso dello split screen, il ricorso alle scene oniriche) ma assolutamente originale. Film bozzettistico? Sicuramente, ma anche incredibilmente lucido ed efficace, più attuale che mai. Ottima partitura musicale jazz del fido Armando Trovajoli. Primo incontro di Scola col formato panoramico, utilizzato con inventiva.

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Che vita da cani!

(Life Stinks)

Regia di Mel Brooks

con Mel Brooks (Goddard Bolt), Lesley Ann Warren (Molly), Jeffrey Tambor (Vance Craswell), Stuart Pankin (Pritchard), Howard Morris (Ancora), Rudy De Luca (Paul Getty Junior), Teddy Wilson (Scarico), Michael Ensign (Knowles), Billy Barty (Willy), Brian Thompson (Mean Victor).

PAESE: USA 1991
GENERE: Commedia
DURATA: 92′

Il multimilionario Goddard Bolt scommette con un concorrente di poter sopravvivere per un mese in un quartiere povero di Los Angeles. Non potrà utilizzare né i suoi soldi né il suo potere. Ce la farà?

Scritto dal regista con Rudy De Luca e Steve Haberman, una commedia di costume che ricorda da vicino le commedie di Frank Capra, dalle quali riprende lo spirito fondamentalmente ottimista, la struttura narrativa (una gag = una scena, e ogni scena finisce su una battuta), le incursioni nel dramma (l’incendio della casa di Molly, la morte di Ancora). La regia di Brooks è anonima, quasi televisiva, ma il film è sincero e tutto sommato divertente. La gag delle ceneri sparse controvento anticipa quella, identica e ben più celebre, de Il Grande Lebowski dei fratelli Coen. Memorabile il numero musicale girato come uno sfarzoso musical anni ’50 ma con montagne di stracci come scenografia. Un Brooks minore e semidimenticato ma godibile.

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Essere o non essere

(To be or not to be)

Regia di Alan Johnson

con Mel Brooks (Frederick Bronski), Anne Bancroft (Anna Bronski), Tim Matheson (tenente Sobincki), Charles Durning (colonnello Erhardt), José Ferrer (professor Siletski), Christopher Lloyd (capitano Schultz), George Gaynes (Ravitch), George Wyner (Ratkowski), James Haake (Sacha Kinki), Ronny Graham (Sondheim).

PAESE: USA 1983
GENERE: Comico
DURATA: 108′

Nella Polonia controllata dalla Germania nazista l’attore e regista teatrale Frederick Bronski e sua moglie Anna cercano di mandare avanti il teatro per dare un po’ di svago al popolo polacco. Finiranno col dare una grossa mano alla resistenza rischiando la loro stessa vita.

Prodotto e interpretato da Brooks con la moglie Anne Bancroft e diretto dal suo storico coreografo Johnson, è il remake della commedia omonima (1942) di Ernst Lubitsch (titolo italiano: Vogliamo vivere!) di cui riprende la trama accentuandone la componente comica senza trascurarne tuttavia quella politica: anzi, in alcuni casi (come nel discorso legato alla deportazione degli omosessuali, affrontato per la prima volta dal cinema), è addirittura accentuata. Raro caso di film comico velato di morte in cui si ride – e molto – senza mai irridere la tragedia. Si irridono, come già accadeva in Per favore, non toccate le vecchiette, i nazisti e le dinamiche del nazismo. Film non diretto da Brooks ma profondamente brooksiano nella finezza linguistica delle gag, nella creazione di personaggi memorabili, nella perfezione dei numeri musicali, nel far convivere comicità e impegno politico. Imperdibile.

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La pazza storia del mondo – Parte 1

(History of the World, Part I)

Regia di Mel Brooks

con Mel Brooks (Mosè/Comicus/Torquemada/Luigi XVI/Jacques), Dom DeLuise (Nerone), Madeline Kahn (Imperatrice), Harvey Korman (Conte De Monet), Cloris Leachman (Madame De Farge), Ron Carey (Drictus), Gregory Hines (Josephus), Sid Caesar (Gunga), Mary-Margaret Humes (Miriam).

PAESE: USA 1981
GENERE: Episodi
DURATA: 92′

Dopo il prologo all’età della pietra e una breve tappa sul monte Sinai, la personalissima storia del mondo di Brooks passa alla Spagna dell’inqusitore Torquemada, all’antica Roma – in cui il filosofo Comicus deve fuggire all’imperatore Nerone – e, infine, alla rivoluzione francese (qui uno schiavo viene sostituito a Re Luigi e rischia di lasciarci la pelle al posto suo).

Aperto da una citazione di 2001: Odissea nello Spazio e narrato da Orson Welles, doveva essere il primo capitolo di un dittico che, tuttavia, Brooks non riuscì mai a portare a termine. Si apre con due sketch e prosegue con due episodi più lunghi, inframezzati da un numero musicale. Le trovate sono spesso a livello di barzelletta, ma una su tre funziona. Impagabile l’episodio di Torquemada girato come un musical della Hollywood anni ’40, con tanto di nuoto sincronizzato e numeri di massa. Il regista Barry Levinson si ritaglia un cameo nel ruolo del venditore di colonne, mentre John Hurt è Gesù Cristo.

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Alta tensione

(High Anxiety)

Regia di Mel Brooks

con Mel Brooks (Dottor Richard H. Thorndyke), Madeline Kahn (Victoria Brisbane), Harvey Korman (Dottor Montague), Cloris Leachman (Fratella Diesel), Dick Van Patten (Dottor Wentworth), Howard Morris (Professor Vekentromben), Ron Carey (Brophy).

PAESE: USA 1977
GENERE: Comico
DURATA: 94′

Divenuto direttore dell’Istituto Psico-Neurotico per individui molto molto nervosi, il dottor Thorndyke scopre un misterioso complotto ordito da alcuni membri del corpo sanitario…

Sesto film di Brooks, scritto con Ron Clark, Rudy De Luca e il futuro regista Barry Levinson che compare nei panni di un nevrotico fattorino. Film metacinematografico sia perché rompe continuamente la quarta parete (alcune trovate sono memorabili, come la musica fuori campo suonata da un’orchestra che transita in autobus o la macchina da presa che si schianta contro le finestre) sia perché parodizza alcuni dei più celebri film di Alfred Hitchcock, cui la pellicola è dedicata: il modello principale è La donna che visse due volte, ma non mancano omaggi a Psycho, Gli uccelli, Il sospetto, Intrigo Internazionale. Molte gag esilaranti, una notevole galleria di personaggi e almeno un numero musicale – Brooks che canta e balla un suo brano, intitolato appunto High Anxiety – di pregevolissima fattura. Il regista di Frankenstein Junior si rivela anche un ottimo atleta: quasi tutte le gag slpastick funzionano grazie alla sua fisicità. Gustoso.

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Roma città aperta

Regia di Roberto Rossellini

con Aldo Fabrizi (Don Pietro Pellegrini), Anna Magnani (Pina), Marcello Pagliero (Giorgio Manfredi), Vito Annichiarico (Marcello), Francesco Grandjacquet (Francesco), Harry Feist (maggiore Bergmann), Maria Michi (Marina Mari), Giovanna Galletti (Ingrid), Nando Bruno (Purgatorio, il sacrestano), Carla Rovere (Lauretta), Akos Tolnay (il disertore austriaco), Joop Van Hulzen (maggiore Hartmann), Carlo Sindici (il questore di Roma).

PAESE: Italia 1945
GENERE: Drammatico
DURATA: 98′

Nella Roma del 1945, ancora in mano ai nazifascisti, un prete di borgata aiuta i membri della resistenza a nascondersi. Dopo la morte della moglie di uno di loro, verrà catturato mentre aiuta un soldato austriaco disertore e un influente membro della resistenza a fuggire verso un convento. Morirà fucilato per non aver dato informazioni al nemico.

Da un soggetto di Sergio Amidei, anche sceneggiatore con un giovane Federico Fellini, il primo vero grande film neorealista e uno dei capisaldi della storia del cinema mondiale. Un po’ per necessità (mancavano i fondi, ed era difficile girare in una Roma appena liberata e terribilmente ferita dai bombardamenti) e un po’ per scelta poetica (gli orrori della guerra pretendevano un punto di vista nuovo, più vicino alla Storia) Rossellini concepisce un tipo di racconto inedito basato sul realismo e sulla quotidianità. Va a girare in strada, nei luoghi reali degli eventi e lontano dai salotti del cinema fascista, e lì racconta per la prima volta gli abomini dell’occupazione nazista e del fascismo. Evidenti le ristrettezze economiche: la pellicola scarseggiava, e dunque Rossellini dovette usarne di diversi tipi e formati (una diversità che spesso si nota nel passaggio tra un’inquadratura e l’altra); la macchina da presa è spesso precaria, soprattutto in alcune scene girate all’esterno (non v’era il tempo di sistemarla su un cavalletto). Nonostante questo, ancora oggi Roma città aperta colpisce per l’incredibile modernità stilistica. La morte della Magnani rimane uno dei pezzi più drammatici dell’intera storia del cinema (non s’era mai visto nulla di simile in sala), ma secondo molti la scena che decreta la nascita del cinema moderno è quella della tortura di Manfredi, in cui Rossellini mostra la barbarie nazista in tutta la sua crudezza. Come a dire che non si può più volgere lo sguardo davanti alla Storia: il cinema sente l’urgenza di raccontarla, anche nei suoi aspetti tragici. Che è poi la quintessenza dell’ideale neorealista, e la caratteristica che più lo distanzia dal cinema venuto prima. Nessuna retorica ma molta umanità, tenerezza, pietà. Straordinario Fabrizi e straordinaria la Magnani, che grazie a questo film divenne una diva internazionale. Tre Nastri d’argento (sceneggiatura, regia – ex aequo con Sciuscià di De Sica e Un giorno nella vita di Blasetti – e interpretazione femminile) e nomination all’Oscar come miglior film straniero. Film imperdibile e immortale.

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First Man – Il primo uomo

(First Man)

Regia di Damien Chazelle

con Ryan Gosling (Neil Armstrong), Claire Foy (Janet Armstrong), Jason Clarke (Edward White), Corey Stoll (Buzz Aldrin), Kyle Chandler (Deke Slayton), Lukas Haas (Mike Collins), Shea Whigham (Gus Grissom), Pablo Schreiber (Jim Lovell), Patrick Fugit (Elliott See), Ciaran Hinds (Robert R. Gilruth), Olivia Hamilton (Patricia White).

PAESE: USA 2018
GENERE: Fantascienza
DURATA: 141′

Traumatizzato dalla morte della figlia piccola, il pilota civile Neil Armstrong tenta di rialzarsi partecipando al progetto Gemini, finalizzato alla conquista dello spazio prima e allo sbarco sulla Luna poi. Sarà proprio lui il primo uomo a mettere piede sul nostro satellite, il 20 luglio 1969.

Dal romanzo biografico First Man: The Life of Neil A. Armstrong (2005) di James R. Hansen, adattato per lo schermo dall’ottimo Josh Singer (Oscar per Il caso Spotlight), è un rar(issim)o esempio di film di fantascienza intimista: la fedele cronaca della più grande epopea della storia dell’uomo raccontata attraverso lo sguardo (e gli stati d’animo) del suo mite, riservato protagonista. Lo stile del giovane regista si mostra, ancora una volta, fresco ed originale. Privilegia i primi piani per tentare di entrare nella mente dei protagonisti, e costruisce almeno due sequenze semplicemente straordinarie: la ricostruzione della missione Gemini 8, 20 minuti di pura suspense risolti senza (quasi) mai posizionare la macchina da presa fuori dall’abitacolo, e quella dello sbarco sulla Luna che riesce ad essere spettacolare senza utilizzare un solo cliché della spettacolarità hollywoodiana. Non una sola sbavatura retorica, non un cedimento all’orgoglio yankee tipico dei film sulla NASA; anche la tendenza tutta americana di inserire dentro la sfera avventurosa drammi personali è trattata con disinvoltura quasi poetica.

Film impregnato di morte (quella della figlia piccola, leitmotif del rapporto tra Neil e la moglie, ma anche quella dei piloti amici) in cui anche la partenza per la missione del secolo è raccontata senza enfasi perché il ritorno non è per nulla scontato (le probabilità di tornare erano davvero limitate, nel ’69). E che dire del finale, asciutto e silenzioso, senza vittoria, un piccolo poema visivo di dolente umanità? E se il discorso sulla faticosa vita delle donne degli astronauti non è nuovo, è perfettamente inscrivibile nella poetica di Chazelle quello sui sacrifici da mettere in conto quando si insegue un sogno. Straordinario commento musicale di Justin Hurwitz, da sempre collaboratore di Chazelle. Da segnalare la stupidità dei titolisti italiani, arrivata all’apogeo: il sottotitolo è la traduzione del titolo. Imbarazzante. Così come imbarazzanti sono state le polemiche (soprattutto da destra) sull’assenza del momento in cui viene piantata sul suolo lunare la bandiera USA. A rispondere è stato lo stesso Gosling: la conquista della Luna è stata una conquista dell’umanità intera, e non di una sola nazione. Amen. Film imperdibile e inaspettato, una vera chicca.

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