A Royal Weekend

(Hyde Park on Hudson)Hyde-Park-on-Hudson-poster-Italia-A-Royal-Weekend

Regia di Roger Michell

con Bill Murray (Fraklin Delano Roosevelt), Laura Linney (Margaret “Daisy” Suckley), Olivia Williams (Eleanor Roosevelt), Samuel West (re Giorgio), Olivia Colman (Elizabeth Bowes-Lyon), Elizabeth Marvel (Missy), Blake Ritson (Johnson), Elizabeth Wilson (Mrs. Roosevelt).

PAESE: USA 2012
GENERE: Storico
DURATA: 95’

Il luogo è la tenuta in campagna dei Roosevelt, a Hyde Park, stato di New York; la storia è quella di un amore, favoloso e segreto, quello tra Margaret Suckley, cameriera, e il cugino, il presidente Franklin Delano Roosevelt; la cornice è un evento epocale che ebbe luogo proprio tra quelle campagne: nel marzo ’39, il presidente vi ricevette re Giorgio VI con la moglie Elizabeth (prima volta che i reali inglesi mettevano piede sul suolo americano) e con essi promise che gli USA avrebbero lottato con la Gran Bretagna per fermare il nazifascismo.

Uscito in sordina, disertato dal pubblico e sbeffeggiato dalla stragrande maggioranza dei critici, è un film storico anomalo ed originale, frizzante e spassoso. All’apparente leggerezza della trama contrappone una grande profondità di temi che la tecnica sobria di Michell sa esplicitare con discrezione. Tutto – o quasi – ciò che si vede è veritiero, sia sul versante pubblico che su quello privato: la forza del film sta nella perfetta armonia compositiva tra questi due versanti, tra la Storia (di una nazione, di un personaggio, di un evento) e UNA storia (d’amore); anche quest’ultima meriterebbe la S maiuscola perché – ma sono in pochi a saperlo – è vera come l’altra. Chi si aspettava il solito Bill Murray (quello dall’umorismo surrealista e minimale, irresistibile ma forse non adatto al personaggio in questione) rimase deluso da un interpretazione inaspettatamente asciutta e molto concreta, senza comprendere che essa è una delle carte vincenti della pellicola: riesce a raccontare la grandezza di Roosevelt senza renderlo per forza simpatico, senza incappare nell’agiografia, sottolineandone i difetti e raccontandone i paradossi: ad esempio, come poteva essere così umano a livello politico e così poco sensibile quando si trattava di donne? L’incontro privato tra il presidente e re Giorgio d’Inghilterra è, insieme, un pezzo di grande cinema e di grande politica come non se ne fa più. Attori molto bravi, attrici straordinarie. Sono loro le vere protagoniste. Alla riuscita del film contribuiscono una serie di contributi tecnici di prima classe. Una commedia old stile assolutamente da vedere.

Voto

 

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The Homesman

(The Homesman)homesman

Regia di Tommy Lee Jones

con Tommy Lee Jones (George Briggs), Hilary Swank (Mary Bee Cuddy), Meryl Streep (Altha Carter), Grace Gummer (Arabella Sours), Miranda Otto (Theoline Belknapp), Sonja Richter (Gro Svendsen), David Dencik (Thor Svendsen), John Litghow (Reverendo Dowd), Tim Blake Nelson (il viaggiatore), James Spader (Aloysius Duffy), William Fichtner (Vester Belknap), Jesse Plemons (Garn Sours).

PAESE: Francia, USA 2014
GENERE: Western
DURATA: 122′

Nebraska, 1854. La tenace pioniera Mary Bee Cuddy, ancora da sposare, accetta di riportare nell’Iowa (cioè a Est) tre donne della comunità che, per diverse ragioni (tutte terrificanti), hanno perso il senno. La accompagna, più o meno volontariamente, il vagabondo George Briggs, cui Mary ha salvato la vita…

Secondo film per il cinema di Jones, tratto dall’omonimo romanzo (1988) di Glendon Swarthout. A partire dalle prime, magnifiche inquadrature, il film riprende l’orizzontalità e l’ampiezza spaziale del western classico, raccontando tuttavia una storia che di classico non ha nulla o quasi. Più che dalle parti di Ford, siamo dalle parti de Gli Spietati: il West come inferno di feci e malumori, privo di eroi e popolato di ubriaconi che sparano. Fine. Si racconta la vita dei pionieri, una volta tanto, dal punto di vista delle loro donne. Film tragico e privo di speranza che, nel portare in scena in maniera estrema la bestialità umana (soprattutto maschile), sottolinea – ancora una volta – la bestialità di una società ipocrita, bigotta e violenta, che nasce nel sangue per poi immediatamente ricercarsi una verginità che, più che perduta, sembra non essere mai esistita. Film ironico e complesso, impregnato di umanesimo e pietà, colmo di ellissi, scarti, improvvisi cambi di ritmo, inaspettati colpi di scena. Riesce ad essere sgradevole ai limiti della sostenibilità tanto quanto sa essere tenero e pacato. Con una regia di rara eleganza visiva e formale, Jones è maestro nel comporre immagini di una bellezza e di una plasticità disarmanti. Attori perfetti, così come perfetti sono i contributi tecnici, dalla fotografia di Rodrigo Prieto alle musiche di Marco Beltrami. Lascia l’amaro in bocca e non è per tutti, ma è un film grandissimo, in tutti i sensi. Imperdonabile il fatto che da noi sia arrivato solo direct-to-video.

Voto

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Sabotage

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Regia di David Ayer

con Arnold Schwarzenegger (John “Breacher” Wharton), Sam Worthington (Monster), Olivia Williams (Caroline Brentwood), Terrence Howard (Sugar), Joe Manganiello (Grinder), Josh Holloway (Neck), Mireille Enos (Lizzy), Max Martini (Pyro), Harold Perrineau (Jackson).

PAESE: USA 2014
GENERE: Azione
DURATA: 109′

Gruppo di agenti della DEA, durante una missione speciale, ruba denaro alla gente sbagliata. I membri della squadra cominciano a morire ad uno ad uno, e nei modi più atroci. Che ci sia un legame tra le due cose?

Scritto da Skip Woods, il quarto film di Schwarzy dopo la fine del mandato (da gennaio 2011 non è più governatore della California ed è tornato a fare l’attore – che fortuna) è uno dei suoi film più inutili e pacchiani. La filmografia del culturista austriaco è piena di film mediocri, ma nessuno è così brutto e, peggio ancora, così noioso. Poche scene d’azione e tutte terribili, inutili incursioni nel più becero splatter, uno stile da spot pubblicitario pro repubblicani che fa venire i nervi e una totale incapacità di coinvolgere o far appassionare lo spettatore. Schwarzy, ridicolo per la convinzione che mette in un personaggio scritto coi piedi, dimostra dieci anni in più di quelli che ha, e l’impressione è quella che gli abbiano tirato talmente la faccia che le orecchie si tocchino sulla nuca. Imbarazzo puro. Sugli altri – incluso Worthington, che dopo Avatar doveva diventare il nuovo Matt Damon e qui invece pare Platinette – non sprechiamo nemmeno una parola. Regia inesistente, sceneggiatura scritta su un post it.

Voto

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Mulholland Drive

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Regia di David Lynch

con Naomi Watts (Betty), Laura Helena Harring (Rita), Justin Theroux (Adam Kesher), Ann Miller (“Coco” Lenoix), Mark Pellegrino (Joe), Lori Heuring (Lorraine Kesher), Monty Montgomery (il cowboy), Angelo Badalamenti (Luigi Castigliane), Dan Hedaya (Vincenzo Castigliane), Robert Forster (detective McKnight), Brent Briscoe (detective Domgaard), Chad Everett (Jimmy “Woody” Katz).

PAESE: USA, Francia 2001
GENERE: Thriller
DURATA: 146′

Hollywood 2000. In seguito a un incidente stradale su Mulholland Drive, la bruna Rita perde la memoria e si rifugia in una casa apparentemente deserta. Qui incontra la bionda Betty, nipote della proprietaria, a L. A. per provare a fare l’attrice. In un crescendo di situazioni surreali e apparentemente incomprensibili, le due donne cercano di scoprire il segreto dell’identità di Rita.

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E poi strade che si perdono nel buio, atmosfere morbose e sensuali, nani e donne mostruose, tende rosse, mondi paralleli, scatole blu che, aperte, fanno ricominciare la storia da capo; in poche parole, una summa della poetica lynchiana. Quindi, da non perdere. Concepito come episodio pilota di una serie TV che l’ABC ha prima commissionato e poi rifiutato (la trama, secondo i produttori, era troppo “complicata”) e completato nel 2001 grazie all’interessamento (e ai soldi) dei francesi di Studio Canal, il nono film di Lynch è generalmente considerato il suo capolavoro, “quello che resterà”. Difficile pensarla diversamente. Lo spunto è più o meno lo stesso di Strade perdute (1997), ma stavolta l’armonia tra le parti e il tutto è totale, e si finisce per ritrovarsi dentro ad una delle esperienze cinematografiche più originali e conturbanti degli anni 2000. Un (infernale) viaggio nel subconscio umano orchestrato questa volta con una lucidità ammirevole, surreale e grottesco quanto si vuole – c’è addirittura spazio per la farsa tragicomica, come dimostra l’impagabile siparietto del killer sbadato – ma straordinariamente controllato, imperniato su uno stile sempre riconoscibilissimo ma, rispetto al passato, meno prigioniero di se stesso, più libero. Labirintico e geniale, angoscioso e terribile ma anche imbevuto di nerissimo umorismo, è, nella prima ora e mezza, uno strepitoso, enigmatico thriller d’atmosfera alla Twin Peaks in cui anche la suspense è costruita in modo originale e lontano dai cliché: a essere terrificanti non sono i mostri, ma l’attesa di essi, il modo in cui essi vengono in qualche modo annunciati (a questo proposito, davvero inquietanti e riuscite la sequenza dell’uomo sfigurato dietro il fast food e quella, da panico puro, del ritrovamento del cadavere in un residence che pare uscito da Tolkien).

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Velatamente e quasi mai ricordato come tale, è anche uno dei film più feroci verso lo star system hollywoodiano: lasciata in disparte la (apparentemente) sonnacchiosa provincia USA, Lynch approda nella città degli angeli per fare il suo film sul cinema definitivo, un Viale del Tramonto 2.0 che riprende il parallelismo tra cinema/sogno e vita/realtà (strepitosa a riguardo la sequenza al Teatro Silencio, in cui ci viene spiegato che, nel cinema come nella vita, “tutto è registrato”, dunque finto anche quando emozionante) e lo scaraventa in un mondo mostruoso e incomprensibile, in cui anche bene e male sono concetti astratti e in cui la mente umana si rivela in tutta la sua spaventosa potenza. Magnifica per quantità e qualità di toni l’ interpretazione della Watts, ma perfetti anche i contributi tecnici, tutti affidati ad abituali collaboratori del regista: Peter Deming (fotografia), Mary Sweeney (montaggio), Angelo Badalamenti (musiche). Come spesso accade coi film di Lynch, lo scarso successo di pubblico non gli ha impedito di diventare un cult assoluto. Mulholland Drive è una strada che, in novanta minuti, porta dal deserto all’oceano.

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Notturno Bus

Regia di Davide Marengolocandina

con Valerio Mastandrea (Franz), Giovanna Mezzogiorno (Leila Ronchi), Francesco Pannofino (Garofano), Roberto Citran (Diolaiti), Ennio Fantastichini (Carlo Mattera), Mario Rivera (Titti), Paolo Calabresi (Paolo), Alice Palazzi (la figlia di Garofano), Iaia Forte (Micia), Ivan Franek (Andrea), Marcello Mazzarella (Sandro), Antonio Catania (Bergamini).

PAESE: Italia 2007
GENERE: Noir
DURATA: 104’

Autista d’autobus di notte, eternamente single e col vizietto del gioco, Francesco detto Franz salva suo malgrado la ladra Leila, in fuga dopo l’ennesimo furto. Peccato che tra gli oggetti rubati vi sia anche un prezioso microchip che sembra fare gola a molti…

Tratta dall’omonimo romanzo di Giampiero Rigosi, che l’ha adatto per lo schermo con Fabio Bonifacci, è una godibilissima commedia thriller che diverte e tiene col fiato sospeso. Marengo, all’esordio nel lungometraggio, tiene presente la lezione di Tarantino e si diverte a scimmiottare modelli più o meno illustri (Tutto in una notte di Landis, Fuori Orario di Scorsese, ma anche un certo Truffaut). La riuscita componente noir (quasi inesistente nel panorama del cinema italiano), la ghiotta galleria di personaggi secondari, la capacità di alternare in maniera disinvolta risate e violenza efferata, sono elementi che ne fanno un film superiore alla media. Qualche passo un po’ meccanico non ne scalfisce la grinta. Bravissimi e molto ben diretti gli attori, sinuosa la notturna fotografia di Arnaldo Catinati. In colonna sonora due bei brani di Daniele Silvestri, La paranza e Mi persi. Costato 3,5 milioni di euro, ne ha incassato a malapena uno. Ingiustamente.

Voto

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The Zero Theorem – Tutto è Vanità

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Regia di Terry Gilliam

con Christoph Waltz (Qohen Leth), Mélanie Thierry (Bainsley), David Thewlis (Joby), Lucas Hedges (Bob), Matt Damon (La direzione), Tilda Swinton (dott Shrink-Rom), Sanjeev Bhaskar (dottore), Peter Stormare (dottore), Ben Whishaw (dottore).

PAESE: Gran Bretagna 2013
GENERE: Grottesco
DURATA: 107’

In un futuro distopico caotico e governato dalla tecnologia l’hacker Qohen Leth attende da anni una telefonata che gli dica qual è il senso della vita. Quando gli viene affidato l’incarico di risolvere l’irrisolvibile e misterioso “teorema Zero”, conosce una strana ragazza che forse potrebbe dare una direzione alla sua vita.

Scritto da Pat Rushin, il tredicesimo film di Gilliam è figlio del suo capolavoro Brazil (1984), di cui riprende le riflessioni orwelliane, lo stile registico, il gusto visivo. Talvolta sembra insicuro sulla direzione da prendere, e certi passi sono davvero troppo criptici, ma il film è intrigante e divertente. Azzeccati gli spunti filosofici, non nuovi ma sinceri quelli sullo strapotere della tecnologia (cui si aggiunge l’elemento “social”) e godibile la comicità satireggiante e grottesca, da sempre elemento-chiave del cinema di Gilliam. Ottima prova di Waltz, rasato e passivo ai limiti della non presenza. Come sempre accade nei film di regista, c’è una ghiotta galleria di personaggi secondari. Fotografia di Nicola Percorini, musiche di George Fenton. In Italia è uscito soltanto nel 2016 e con un sottotitolo privo di senso. Da vedere.

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Suicide Squad

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Regia di David Ayer

con Will Smith (Deadshot), Margot Robbie (Harley Quinn), Jared Leto (Joker), Joel Kinnaman (Rick Flag), Viola Davis (Amanda Waller), Jai Courtney (Boomerang), Jay Hernandez (El Diablo), Adewale Akinnuoe-Agbaje (Killer Croc), Karen Fukuhara (Katana), Ike Barinholtz (Griggs), Scott Eastwood (tenente Edwards), Cara Delevingne (June Moone).

PAESE: USA 2016
GENERE: Fantastico
DURATA: 122’

Per garantire la sicurezza nazionale, il governo USA decide di formare una squadra di superuomini (e super donne) per spedirla ad affrontare le missioni più pericolose. Visto che però i supereroi buoni latitano si vanno a pescare i cattivissimi, quasi tutti acerrimi nemici di Batman, promettendo una riduzione della pena in cambio dei loro servigi…

Terza pellicola del DC Extendend Universe, che cerca – a dirla tutta abbastanza invano – di fare concorrenza allo strapotere cinematografico della concorrenza Marvel. Questa specie di sporca dozzina formata da superuomini invece che da soldati nasce nientemeno che nel 1959, anche se il soggetto del film è attribuito a John Ostrander, che reinventò la squadra suicida nel 1986. Nonostante il grande successo di pubblico, la critica mondiale lo ha demolito senza riserve, e in effetti i difetti non si contano. I più grossi: trama inerte e confusa, totale disinteresse per la logica narrativa, personaggi che appaiono e scompaiono in un attimo e senza alcuna ragione, stile registico puerile e una totale indecisione sullo stile da dare al franchise, cosa che invece la Marvel ha delineato da subito e che ora continua a portare avanti con ottimi risultati. E così si passa da una cupezza quasi “nolaniana” a siparietti da commediola frivola, da pipponi filosofici sul bene e sul male a tremende incursioni nella farsa. Tutto vero, tutto sacrosanto, ma, al di là di tutto, il film fa quello che ogni buon film dovrebbe fare: intrattenere, coinvolgere, divertire. Lo fa utilizzando le trovate più banali? Assolutamente, ma lo fa. E oggi, quando si parla di polpettoni supereroici, non è così scontato. Bravo Smith e brava la Robbie, che con la sua Harley Quinn ruba la scena a tutti. Il Joker di Leto non è così male come molti hanno scritto (soprattutto scomodando inutili paragoni con quello di Ledger) e, anzi, è tra i primi ad avvicinarsi al Joker “originale”, quello del fumetto. Colonna sonora ricca, piena di vecchie hit. Inspiegabile e imperdonabile l’assenza di alcune battute di pregio presenti invece nel trailer. E’ una cavolata? Assolutamente si. Ma lo spettacolo non manca. A voi la scelta.

Voto

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