I guardiani del destino

(The Adjustement Bureau)

Regia di George Nolfi

con Matt Damon (David Norris), Emily Blunt (Elise Sellas), Anthony Mackie (Harry Mitchell), John Slattery (Richardson), Terence Stamp (Thompson), Michael Kelly (Charlie Traynor), Anthony Ruvivar (McCready), Jon Stwart (sé stesso).

PAESE: USA 2011
GENERE: Fantastico
DURATA: 106’

Candidato al Congresso, avviato verso una grande vittoria, David Norris è travolto da uno scandalo e perde le elezioni. La sera della sconfitta conosce Elise, ma non riesce più a rintracciarla. Anni dopo la ritrova, ma si accorge che qualcuno, dall’alto, cerca in ogni modo di impedire i loro incontri. Come mai? Chi sono quegli strani uomini col cappello che sembrano controllare il tempo e lo spazio?

Dal racconto breve Squadra riparazioni (1954) di Philip K. Dick, adattato dal regista, un perfetto esempio di fantascienza “quotidiana” in cui l’idea conta più degli effetti speciali (pochissimi) e il genere di riferimento – la sci-fi appunto – si lascia contagiare da un genere molto diverso (la commedia sentimentale). Nonostante qualche sbavatura e parecchi stereotipi, l’incontro funziona a meraviglia e convince. Bella l’idea che l’amore possa sfidare qualunque destino, anche quello deciso da un essere superiore che pare più un direttore d’azienda capriccioso che un Dio buono, e azzeccate le riflessioni sulla società e sulla politica USA che scaturiscono dalla professione di Norris. Bravissimo e credibile Damon, ma ottimi anche Mackie e Slattery con cappellaccio in testa. Molte assonanze coi personaggi degli Osservatori visti in Fringe. Carino.

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The Expanse – Stagione 3

(The Expanse)

Regia di registi vari

con  Steven Strait (James Holden), Dominique Tipper (Naomi Nagata), Cas Anvar (Alex), Wes Chatham (Amos), Frankie Adams (Roberta Draper), Elizabeth Mitchell (Anna Volovodov), Shawn Doyle (Sadavir Errinwright), Shoreh Aghdashloo (Chrisjen Avasarala), David Strathairn (Klaes Ashford), Cara Gee (Drummer), Jonathan Whittaker (Sorrento Gillis), Francois Chau (Jules-Pierre Mao), Nadine Nicole (Clarissa Mao), Terry Chen (Prax), Thomas Jane (Josephus Miller).

PAESE: USA 2018
GENERE: Fantascienza
DURATA: 42’ (episodio/13 episodi)

I loschi sotterfugi del segretario Errinwright hanno portato alla guerra tra Terra e Marte. Mentre il consigliere Avasarala cerca in ogni modo di smascherare il piano del traditore, l’equipaggio della Rocinante si rimette alla ricerca della figlia di Prax, rapita da Jules-Pierre Mao per sperimentare la protomolecola. Intanto, l’attività su Venere diventa sempre più forte e misteriosa…

Terza stagione tratta dalla space opera The Expanse, 6 volumi (per ora) firmati dal duo Daniel Abraham e Ty Franck sotto lo pseudonimo di James S. A. Corey. La fortuna di questa serie prodotta da SyFy è nella scrittura, curata dagli showrunner Mark Fergus e Hawk Otsby: ben scritti i personaggi, ben scritti i dialoghi, ben scritta la trama. Nonostante si passi con disinvoltura dall’orrore alla tenerezza gli sviluppi restano credibili, e le emozioni davvero non mancano. Bella l’idea di dividerla radicalmente in due (sembrano quasi due stagioni in una), con una prima parte più incline alla fantapolitica che alla fantascienza e una seconda in cui l’azione e le caratteristiche tipiche della space-opera riprendono il sopravvento. La galleria di personaggi si amplia con nuovi, felici ingressi (memorabile il pirata di Strathairn), mentre il messaggio – si cerca un nemico cui addossare le colpe per non darle a sé stessi – si fa sempre più forte ed attuale. Cancellata da SyFy, la serie è stata acquistata da Amazon che ha garantito una quarta stagione. Un must per gli appassionati di fantascienza.

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The Expanse – Stagione 2

(The Expanse)

Regia di registi vari

con Steven Strait (James Holden), Dominique Tipper (Naomi Nagata), Cas Anvar (Alex), Wes Chatham (Amos), Thomas Jane (Josephus Miller), Shoreh Aghdashloo (Chrisjen Avasarala), Shawn Doyle, (Sadavir Errinwright), Frankie Adams (Roberta Draper), Chad L. Coleman (Fred Johnson), Jared Harris (Anderson Dawes), Florence Faivre (Julie Mao).

PAESE: USA 2017
GENERE: Fantascienza
DURATA: 45’ (episodio/13 episodi)

Dopo essere fuggiti da Eros e dalla misteriosa epidemia che ha colpito l’asteroide, il capitano Holden, Miller e il resto dell’equipaggio della Rocinante tornano da Fred Johnson per capire come agire. Scopriranno l’esistenza di una protomolecola che qualcuno vuole utilizzare come arma…

Seconda stagione tratta dall’omonima space-opera letteraria scritta da Daniel Abraham e Ty Franck sotto lo pseudonimo di James S. A. Corey . 13 tesissimi episodi in cui si indaga sulla misteriosa protomolecola, si introducono nuovi, azzeccati personaggi e si approfondiscono quelli vecchi. La prima parte (diciamo i primi sei episodi) è forse superiore alla seconda per pathos e colpi di scena, ma nell’insieme questa seconda stagione convince, forse anche più della prima (che era molto difficile da seguire). Begli effetti speciali, sviluppi credibili, attori con la faccia giusta, molte idee, interessanti spunti socio-politici che sfiorano l’attualità. Per gli appassionati di fantascienza “classica” una tappa assolutamente imprescindibile.

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Lady Bird

(Lady Bird)

Regia di Greta Gerwig

con Saoirse Ronan (Christine “Lady Bird” McPherson), Laurie Metcalf (Marion McPherson), Tracy Letts (Larry McPherson), Lucas Hedges (Danny O’Neill), Timothée Chalamet (Kyle Scheible), Beanie Feldstein (Julianne “Julie” Steffans), Odeya Rush (Jenna Walton), Jordan Rodrigues (Miguel McPherson).

PAESE: USA 2017
GENERE: Commedia
DURATA: 94′

Nell’assolata Sacramento del 2002 Christine McPherson detta Lady Bird sogna di lasciarsi alle spalle la vita di provincia per approdare a New York. Il difficile rapporto con la madre e l’insofferenza verso l’ambiente scolastico la porteranno ad un momento di crisi esistenziale senza precedenti…

Già volto noto del cosiddetto cinema mumblecore, movimento indipendente fiorito negli USA dell’immediato post 11 settembre, la Gerwig esordisce alla regia con una storiella dalle forti tinte autobiografiche che racconta il desiderio di fuga dalla provinciale West Coast verso la ben più acculturata, poetica, romantica East Coast. Bei dialoghi, molta musica e una regia sbarazzina ne fanno un buon film. Non un gran film. Molti – troppi – sono gli stereotipi triti e ritriti (come l’allontanamento della protagonista dagli amici poveri e sfigati per frequentare quelli ricchi e vincenti, salvo ovvia retromarcia e riscoperta dei veri valori), mentre la sceneggiatura – della stessa Gerwig – sembra puntare tutto sulla verve della protagonista dimenticandosi di fatto la trama. E che dire del finale paraculo (scusate, ma davvero non c’era termine migliore) in cui Lady Bird corona finalmente il suo sogno ma capisce che, forse forse, si stava meglio a casa nonostante mammà e nonostante le suore? Possibile, dopo un’ora e venti di elogio alla fuga? Portavoce dell’autrice, Lady Bird sfiora con approccio liberal molti argomenti caldi (aborto, omosessualità, razzismo, guerre USA) ma finisce col non approfondirne davvero nessuno. Qualcuno potrebbe dire che ci sta, che è in linea con l’apparente frivolezza del personaggio: può darsi, ma per spingere alla riflessione serve ben altro. Cinque nomination agli Oscar – film, regia, attrice protagonista, attrice non protagonista (Metcalf), sceneggiatura originale – ma nemmeno una statuetta.

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The Post

(The Post)

Regia di Steven Spielberg

con Meryl Streep (Katherine Graham), Tom Hanks (Ben Bradlee), Sarah Paulson (Tony Bradlee), Bob Odenkirk (Ben Bagdikian), Tracy Letts (Fritz Beebe), Bradley Whitford (Arthur Parsons), Bruce Greenwood (Robert McNamara), Matthew Rhys (Daniel Ellsberg), Alison Brie (Lally Weymouth), Jesse Plemons (Roger Clark).

PAESE: USA 2017
GENERE: Biografico
DURATA: 115′

1971. Katherine Graham e Ben Bradlee, rispettivamente proprietaria e direttore del Washington Post, si ritrovano per le mani una serie di documenti top secret in cui vengono a galla le colpe e le bugie di almeno tre amministrazioni (da Kennedy a Nixon, passando per Johnson) in merito alla guerra in Vietnam. Il dibattito sulla pubblicazione diventa una battaglia per riaffermare la libertà di stampa.

La sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer racconta la vicenda dei Pentagon Papers, che a inizio anni ’70 scombussolò il mondo del giornalismo e aprì la strada al ben più noto scandalo Watergate. Il fatto che Spielberg abbia messo in standby diversi altri progetti per potersi dedicare a questo The Post racconta quanto si tratti di un film necessario, impellente. Non saremo più nell’America di Nixon, ma quella di Trump non sembra poi così diversa: bugie, screditamento del giornalismo d’inchiesta, passi indietro rispetto alla concezione della donna. Spielberg risponde con un inno alla libertà di stampa e mette al centro del suo film una donna forte, consapevole, capace di tenere testa a un mondo – ieri più di oggi – governato da soli uomini. Anche lo stile è impellente: la macchina da presa fiata sul collo dei protagonisti, e i fluidi movimenti in piano sequenza proiettano lo spettatore DENTRO la storia (sembra davvero di essere seduti tra i giornalisti!), facendogli provare il bisogno impellente di raccontare subito la verità. Senza filtri, mediazioni, interventi esterni. Nuda e cruda. Come il precedente Lincoln, è un film in cui il racconto della sfera privata dei protagonisti è fondamentale per comprenderne la sfera pubblica. Incalzante come un thriller, intelligente, emozionante, persino divertente. Dialoghi perfetti. Funzionali musiche di John Williams, alla 28esima collaborazione col regista (si, avete letto bene) e ottima, come sempre, fotografia del fidato Janusz Kaminski. Hanks e la Streep sono semplicemente meravigliosi, ma i comprimari non gli sono da meno. Ed ecco un’altro merito di Spielberg: la perfetta direzione degli attori. Producono Dreamworks e Century Fox insieme a molte piccole case indipendenti tra le quali spunta anche Rai Cinema. Gran film.

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Hostiles – Ostili

(Hostiles)

Regia di Scott Cooper

con Christian Bale (Capitano Joseph J. Blocker), Rosamund Pike (Rosalie Quaid), Wes Studi (Falco Giallo), Adam Beach (Falco Nero), Rory Cochrane (Sergente Maggiore Thomas Metz), Jesse Plemons (Tenente Rudy Kidder), Ben Foster (Sergente Charles Willis), Timothée Chalamet (DeJardin), Peter Mullan (Colonnello Ross McCowan).

PAESE: USA 2017
GENERE: Western
DURATA: 127′

1892. Il capitano Blocker, noto per un odio viscerale verso i nativi, è costretto a scortare il vecchio e malato capo Falco Giallo e la sua famiglia verso il natìo Montana. Diversi incontri – non ultimo quello con una giovane vedova che ha appena perso tutto – muteranno profondamente la sua visione delle cose.

Scritto dal regista con Donald Stewart, un western malinconico e crepuscolare in cui gli echi del western classico convivono con tutta una serie di riflessioni tipiche del western revisionista: da Ford (il personaggio di Bale ricorda da vicino l’Ethan Edwards di Sentieri Selvaggi) all’ultimo Leone (prologo ed epilogo richiamano quelli di C’era una volta il West), da Peckinpah (la demistificazione, la rappresentazione della violenza) all’Eastwood de Gli spietati (la riflessione sull’uccidere, il personaggio del biografo). Cooper pennella una riuscita parabola sulla violenza e si pone parecchie domande scomode: chi sono davvero gli ostili? Come ci si deve porre rispetto a personaggi come Blocker, istigati all’odio quando serviva ed ora richiamati all’ordine perché “è giunta l’ora di creare la civiltà”? La stessa trovata di partenza, su cui si basa l’intera trama, è emblematica: il fatto che dopo aver sterminato il suo popolo i bianchi permettano a Falco Giallo una morte dignitosa farebbe pensare ad una ritrovata umanità, e invece non è difficile accorgersi che si tratta soltanto di un ipocrita tentativo di ricostruirsi una verginità etica. Dopo un avvio tutto sommato canonico, nella seconda parte i momenti di canto alto sono parecchi. L’inquadratura finale, da molti giudicata fuori luogo, è un piccolo capolavoro che va contro 70 anni di stereotipi (secondo cui l’eroe separato deve SEMPRE andarsene da solo). Notevolissima la fotografia assolata, saturata, quasi allucinata di Masanobu Takayanagi, e davvero evocative le musiche di Max Richter. Semplicemente magnifico Bale, che aggiunge un’altra grande performance al suo già notevole curriculum. Crudele, spesso straziante, ma anche struggente e tenero. Da vedere.

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The Greatest Showman

(The Greatest Showman)

Regia di Michael Gracey

con Hugh Jackman (P. T. Barnum), Zac Efron (Philip Carlyle), Michelle Williams (Charity Barnum), Rebecca Ferguson (Jenny Lind), Zendaya (Anne Wheeler), Keala Settle (Lettie Lutz), Austyn Johnson (Caroline Barnum), Cameron Seely (Helen Barnum).

PAESE: USA 2017
GENERE: Musical
DURATA: 105′

Di umile famiglia, il talentuoso P. T. Barnum sogna di allestire il più grande spettacolo del mondo. Ci riuscirà dopo aver attraversato mille peripezie, sempre sostenuto dall’amorevole moglie e dalle adorate figlie.

65 anni dopo Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. De Mille (Oscar al miglior film nel 1952) un’altra biografia – se possibile ancor più romanzata della precedente – del celebre impresario statunitense. Tuttavia, questa nuova versione scritta da Jenny Bicks e Bill Condon si distingue dalle altre per lo stile, che è quello di uno sfarzoso musical d’altri tempi: se infatti la struttura è quella di mille altre biografie made in USA (basata sull’abusato clichè di ascesa/caduta/rinascita/lieto fine), colpiscono e restano ben impresse le straordinarie musiche di Benj Pasek e Justin Paul (già responsabili del magistrale La La Land), le pregevoli coreografie di Ashley Wallen e, ultime ma non ultime, le performance degli attori che cantano tutti – bene – con la loro voce (straordinario Jackman). Fa parte di quel cinema posticcio, tanto in voga oggi, basato sul ritocco digitale di TUTTE le inquadrature (anche quelle che oggettivamente non lo richiederebbero), ma alla fine lo spettacolo è comunque assicurato. E, per quanto non originalissima, gli fa onore la riflessione sul valore della diversità. La canzone This is me ha ricevuto una nomination agli Oscar.

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