Distretto 13: le brigate della morte

(Assault on precint 13)

Regia di John Carpenter

con Austin Stoker (Bishop), Darwin Joston (Wilson), Laurie Zimmer (Leigh), Martin West (Lawson), Tony Burton (Welles), Charles Cyphers (Starker), Nancy Loomis (Julie), John J. Fox (Warden), Nancy Kies (Julie), Peter Bruni (gelataio).

PAESE: USA 1976
GENERE: Thriller
DURATA: 91′

In un sobborgo di Los Angeles c’è un distretto di Polizia che sta per chiudere. La notte di capodanno, agenti e criminali devono spalleggiarsi per sconfiggere una minaccia esterna sconosciuta che vuole entrare nell’edificio…

Secondo lungometraggio del regista dopo il divertente Dark Star (1975), questo Distretto 13 si presenta subito come una summa di tutti i temi che lo renderanno grande: quello dell’assedio (il film si ispira al western Un dollaro d’onore, di Howard Hawks, con John Wayne), quello del nemico come massa oscura e non come individuo, dell’assenza totale di un autorità “autorevole”, e soprattutto del pericolo come mezzo per far uscire da uomini appartenenti a diversi status (per esempio il poliziotto e il criminale) un sentimento di aiuto reciproco che sembra scomparso nel nostro mondo. A differenza di Romero, che utilizza il tema dell’assedio per sottolineare l’egoismo e l’auto distruttività degli uomini, Carpenter lo usa per ricercare una dignità e un valore che vanno scomparendo ma che riemergono (in alcuni uomini) in certe situazioni. Ottimismo? No, la visione carpenteriana del mondo resta più orientata verso il buio rispetto alla luce. La differenza col cinema del papà degli zombi è che Carpenter  affida le sue storie a degli outlaw heroes che sanno diventare simboli “morali” precisi.

Il basso costo con cui è costretto a lavorare Carpenter non frena minimamente la sua fantasia visionaria, una fantasia che crea paesaggi desolati, freddi, deserti, simbolo della perdizione dell’anima di una società. Attimi di grande realismo (il crudissimo omicidio della bambina) sono amalgamati perfettamente con altri decisamente onirici, surreali, che sfociano nella dimensione di un incubo quotidiano.  Un sapiente uso della luce (fotografia di Douglas Knapp), delle dilatazioni temporali, della sceneggiatura (che sa quando non prendersi troppo sul serio), delle inquadrature statiche e dei campi lunghi, di un sapiente miscuglio di generi (dall’horror al poliziesco), costruiscono un interessantissimo mosaico filmico che apre la strada al sottogenere del “western metropolitano”, che troverà il suo culmine qualche anno dopo con I guerrieri della notte (1978) di Walter Hill, uno dei registi che, in tema di visione, deve di più a Carpenter. Questa violenza stilizzata e quasi minimalista (non vediamo mai i volti degli aggressori) diventerà una cifra stilistica del grande regista nordamericano, decretandone l’enorme successo e soprattutto l’effetiva consacrazione a raro autore del vasto panorama degli horror movies. Il montatore John T. Chance (nome di Wayne nel film di Hawks) è in realta Carpenter dietro pseudonimo. Grande colonna sonora del regista.

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6 risposte a Distretto 13: le brigate della morte

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  3. F.L. ha detto:

    Grazie! Bella recensione! Questo è un film che mi è sempre piaciuto e mi incuriosiva conoscere il parere di altri amanti del cinema. Seguirò con piacere anche il tuo blog! Buon lavoro :-))

  4. nehovistecose ha detto:

    Ti ringrazio, anche a te! 🙂

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