Seven

(Seven)

Regia di David Fincher

con  Morgan Freeman (Detective William Somerset), Brad Pitt (Detective David Mills), Kevin Spacey (John Doe), Gwyneth Paltrow (Tracy Mills), R. Lee Ermey (il capitano), John C. McGinley (California), Richard Roundtree (procuratore Martin Talbot), Richard Schiff (avvocato Swarr), Michael Massee (proprietario del locale), Leland Orser (uomo sotto shock).

PAESE: USA 1995
GENERE: Thriller
DURATA: 127′

Prossimo alla pensione, il disilluso e scafato detective nero Somerset indaga su un assassino che uccide secondo la logica dei sette peccati capitali narrati da Dante nella Divina Commedia (gola, avarizia, accidia, lussuria, superbia, invidia e ira). Lo aiuta il giovane, impulsivo, bianco detective Mills, poco incline alla disciplina e da poco arrivato in città con la moglie Tracy…

Secondo film di Fincher dopo il non eccelso Alien³ (1992), tratto da una sceneggiatura originale di Andrew Kevin Walker. È uno dei thriller più originali, riusciti e scioccanti degli anni novanta. A partire dall’ambientazione – una città senza nome fumosa, cupa e violenta che pare l’Inferno in terra, calderone dei peggiori vizi umani – rinuncia ai consueti stereotipi del genere e tratteggia un’amara riflessione su una società agonizzante che forse non merita di essere salvata: per tutto il film si respira un senso di oppressione e disagio che sembra anticipare un’apocalisse imminente. Apocalisse più che mai morale, come fossimo vicini al punto in cui non sarà più possibile tornare quelli di prima. Ciò che fa John Doe non è forse punire gli umani viziosi auspicando un nuovo giudizio universale che spazzi via tutto ciò che non va? Nessuna scena di violenza esplicita (o non si vede o se ne vedono – e sentono – soltanto gli effetti), poche scene d’azione e suspense ma tutte eccellenti, colpi di scena orchestrati alla perfezione. Le carte vincenti sono la sceneggiatura perfetta di Walker e la regia memorabile di Fincher, quest’ultima capace di pennellare grossi significati senza essere mai didascalica: straordinaria, a questo proposito, la scena in biblioteca in cui un elegante montaggio alternato – sostenuto dalle note di Bach – racconta i differenti metodi di indagine dei protagonisti (e sfiora la poesia per il significato che ne soggiace: il mondo può essere salvato soltanto attraverso la cultura e la bellezza).

E se non manca qualche stereotipo nel duetto di testa (il vecchio scafato costretto a lavorare col giovane impulsivo), mai s’era visto un personaggio come il John Doe di Spacey, che non appare nei titoli di testa per non dare suggerimenti allo spettatore e riapre un grande dibattito sulla difficoltà, giudiziaria ma anche morale, di distinguere con precisione la follia dalla pura malvagità. Grandissima fotografia granulosa e oscura di Darius Khondji e ottime musiche – come sempre ampollose, ma stavolta efficaci – di Howard Shore. Troppo pessimista per aspirare ai premi Oscar (in fondo il cattivo muore ma vince), fu candidato soltanto al miglior montaggio (di Richard Francis-Bruce). Chi lo accusa addirittura di nichilismo fine a sé stesso non fa caso alla citazione di Hemingway che chiude il film e in cui è nascosta una flebile speranza. Indimenticabile.

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