The Horde

(La Horde)

Regia di Yannick Dahan, Benjamin Rocher

con Eriq Ebouaney (Adewale), Aurèlien Recoing (Jimenez), Jean- Pierre Martins (Ouessem), Jo Prestia (Greco), Claude Perron (Aurore), Yves Pignot (Renè), Laurent Demanioff (Kim), Antonie Oppenheim (Tony), Doudou Masta (Bola), Sèbastian Peres (Seb), Alain Figlarz (Custode).

PAESE: Francia 2009
GENERE: Horror
DURATA: 95′

Un gruppo di poliziotti francesi entra in un palazzo malandato della Banlieu parigina per uccidere il criminale che ha a sua volta ammazzato un loro compagno. Assaliti da un orda di zombi famelici, tutori dell’ordine e malviventi sono costretti ad unirsi per salvare la pelle.

Ennesima variazione sull’ormai abusato  tema dei morti viventi, La Horde (il “The” è aggiunto solo nel titolo italiano, come se per garantirsi il successo si debba occhieggiare al cinema made in Usa) presenta molti difetti e qualche pregio: al passivo ha sicuramente un intreccio un po’ banale, il puntare ossessivo sulle scene d’azione confuse e sui dialoghi da fumetto, affatto brillanti, il non aggiungere praticamente nulla ai film di zombi che l’hanno preceduto, i personaggi un po’ troppo stereotipati; d’altro canto, all’attivo, possiede un’innegabile ritmo (anche se poco coinvolgente), ambientazione  e fotografia originali ed effetti surreali (girato integralmente in digitale), un messaggio politico pessimista e una “visionarietà” psicologica e sociale che lo avvicina al cinema di Carpenter più che a quello di Romero (l’intro del film potrebbe essere tranquillamente scambiato per quello di un film del regista di Halloween). L’unico superstite, nel finale, dimostra che in un mondo in cui non esistono più le leggi morali e ci si batte solo per la propria sopravvivenza, solo chi è amorale può sopravvivere. È la teoria di Darwin portata all’ennesima potenza e in negativo. Sporco, pessimista, poco spaventoso, grondante sangue, malato, possiede comunque un innegabile e rozzo fascino da film di serie B, e la sequenza in cui il protagonista lotta da solo contro l’orda, è sicuramente da ricordare. È un film “nero”, visivamente e nelle tematiche. Presentato alla sesta edizione delle “Giornate degli autori” del festival di Venezia, è stato ingiustamente ignorato nelle sale italiane. Finale che tenta di essere “nuovo”: in realtà è quanto di più vecchio ci sia.

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