La cura del Gorilla

Regia di Carlo A. Sigon

con Claudio Bisio (Gorilla), Stefania Rocca (Vera), Ernest Borgnine (Jerry Warden), Antonio Catania (Giò Pesce), Fabio Camilli (Don Giupponi), Bebo Storti (Gipi), Gisella Sofio (la Madre del Gorilla), Kledi Kadiu (Adrian), Gigio Alberti (Luke).

PAESE: Italia 2005
GENERE: Commedia
DURATA: 104′

Ex sessantottino, ex leoncavallino, ex buttafuori, il “Gorilla” è un investigatore privato che soffre di una strana forma di schizofrenia: quando si addormenta, il suo corpo si risveglia guidato da una seconda personalità, più cattiva, più destrorsa, più decisa. Si ritrova coinvolto, più o meno suo malgrado, in una storia di prostituzione con annesso omicidio. Come se non bastasse è costretto a portarsi appresso, durante le indagini, un vecchio attore di western, in Italia per fare il testimonial ad una ditta di videogames.

Tratto dal romanzo omonimo (e semi autobiografico) di Sandrone Dazieri, detto “Gorilla”, questo La cura del Gorilla rappresenta più che una piacevole sorpresa nell’ambito del cinema “noir” underground italiano. Senz’altro è merito di Dazieri, che ha saputo inventarsi un personaggio originale ed una storia interessante che non disdegna frecciatine satiriche al berlusconismo e all’Italia reazionaria e catto- ipocrita di oggi, ma sarebbe errato attribuire esclusivamente a lui la riuscita del film. Sigon copia un po’ da Guy Ritchie e un po’ dal noir americano anni ’40, ma il risultato finale è sorprendente e la sua regia intelligente si distanzia mille anni luce dal modello “fiction” che troviamo nella maggior parte dei prodotti italiani, merito anche della fotografia sporca del bravo Federico Masiero (inspiegabilmente impegnato solo in TV). Bisio raramente era stato così in parte (nemmeno con Salvatores) e la sua grande capacità mimica (soprattutto facciale) rende bene anche a livello espressivo il cambio di personalità del protagonista. Ottimi anche l’hacker sinistrorso di Gigio Alberti e il commissario onesto di Storti, un po’ troppo sopra le righe la Rocca, che però si dimostra come al solito l’attrice italiana migliore della sua generazione. E poi c’è lui, il leggendario Ernest Borgnine (classe 1917) in un ruolo stupendo e autobiografico recitato totalmente in italiano, senza doppiaggio. Se il film a volte devia verso la poesia, lo si deve essenzialmente a lui (si pensi solo alla scena in qui confessa il suo passato mentre è ubriaco, in albergo). È un film originale, intelligente, molto divertente, sottovalutato nonostante la sua netta superiorità nei confronti di qualunque drammone impegnato suo coetaneo. Prodotto da Colorado Film, gli autori lo definirono uno “spaghetti noir”.

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