1997: Fuga da New York

(Escape from New York)

Regia di John Carpenter

con Kurt Russell (“Jena” Plissken), Lee Van Cleef (Bob Hauk), Ernest Borgnine (Tassista), Donald Pleasence (Presidente), Isaac Hayes (Duca di New York), Adrienne Barbeau (Maggie), Harry Dean Stanton (Mente), Season Hubley (Maureen), Tom Atkins (Rehme), Charles Cyphers (Segretario di Stato).

PAESE: Gran Bretagna, USA 1981
GENERE: Fantascienza
DURATA: 99′

Nel futuro 1997, Manhattan è stata trasformata in un gigantesco penitenziario separato dal continente tramite un muro alto dieci metri e sorvegliato da guardie armate. A Jena Plissken, ex eroe di guerra ora criminale, viene offerta la possibilità di tornare libero ad una condizione: deve entrare a New York e recuperare il presidente degli Stati Uniti, caduto col suo aereo in un attentato terroristico. Se non lo trova entro 24 ore, il mondo potrebbe sprofondare nella terza guerra mondiale.

“Prima di Blade Runner, il film che più ha segnato l’immaginario degli anni ottanta” (Paolo Mereghetti). Uno dei capolavori di Carpenter, probabilmente “il film che resterà”. Scritto con Nick Castle, è un ironico, intelligente, visionario cocktail di cinema che prende un canovaccio (e un anti-eroe) tipicamente western e lo sbatte con forza dentro la fantascienza post-apocalittica, i fumetti, la letteratura steam-punk, la fantapolitica, l’horror, il noir, il tutto condito con uno scanzonato spirito da B- movie che non disdegna tuttavia spunti profondi: parla di società, di politica, di comunicazione, e riflettendo in maniera lucida sul rapporto tra media e potere anticipa di pochi mesi la deriva fascisteggiante – e massmedia dipendente – dell’era Reagan. Il celeberrimo personaggio di Jena, interpretato da un Russell più in forma che mai, conferma che il cinema di Carpenter rimane un qualcosa di imprescindibile rispetto ai suoi (anti)eroi: nella figura di questo cowboy fuori tempo massimo rifiutato dalla società che lui stesso ha contribuito a creare (un po’ come l’Ethan Edwards di Sentieri Selvaggi, e il richiamo non è casuale), dotato nonostante le azioni criminose di un profondo senso morale, si nascone una visione del mondo tanto precisa quanto condivisibile. Ovvero, gli unici personaggi ancora in possesso di un barlume di solidarietà e umanità sono coloro che la società considera dei losers, dei reietti, ed è da loro che può partire la rivincita. Anche grazie ad un budget relativamente alto (soprattutto per i suoi standard), il regista perfeziona quello stile personalissimo che l’ha reso celebre: inquadrature statiche e vuote, desolate, fredde, perfetto uso dello spazio del fotogramma panoramico, rispetto assoluto dell’unità di tempo e spazio, capacità di garantire il ritmo senza mai forzare la mano o andare sopra le righe. Grande fotografia del fido Dean Cundey (il film è praticamente tutto ambientato di notte), ottimo montaggio di Todd Ramsay, e strepitose musiche dello stesso Carpenter con Alan Howarth. Molte le battute divenute cult, da “hai da fumare?” a “presidente di che?”. Serie infinita di plagi, emuli, citazioni, e un un seguito niente male del 1996. Nella versione originale, il soprannome di Russell è “Snake”= serpente, e questo spiega il perché del suo tatuaggio con il rettile. Bravo e autoironico Russell, ottimi i comprimari capitanati da un grande Lee Van Cleef che più pulp non si può. Con la sua vena beffarda DAVVERO rivoluzionaria, questo film è un piccolo, grande capolavoro. Imperdibile e ineguagliabile.

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7 risposte a 1997: Fuga da New York

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