La cosa¹

(The Thing¹)

Regia di John Carpenter

con Kurt Russell (MacReady), Wilford Brimley (Blair), Keith David (Childs), Richard Dysart (Copper), David Moffat (Garry), Charles Hallahan (Norris), David Glennon (Palmer), Peter Maloney (Bennings), Joel Polis (Fuchs), Thomas G. Waites (Windows), T. K. Carter (Nauls).

PAESE: USA 1982
GENERE: Fantascienza
DURATA: 108′

Un parassita di probabile origine aliena, rimasto per secoli sepolto nel ghiaccio, si insinua in una base artica assumendo le sembianze degli scienziati che la popolano…

Remake (soltanto nominale) del celeberrimo film di Hawks e Nyby La cosa da un altro mondo (1951), il sesto film di Carpenter è uno dei fanta-horror più inquietanti e originali degli anni ’80. Le chiavi di lettura sono parecchie: riflessione sul cinema (meglio mostrare o meglio non mostrare?), dibattito filosofico (penso, dunque sono? E se, nonostante il pensiero, non fossi più io?), apologo socio- antropologico (il gruppo di protagonisti invece di colizzarsi si autodistrugge). Fino all’angosciosa questione: c’è differenza tra noi e la cosa, o forse entrambi tentiamo di sopravvivere attraverso la sopraffazione dell’essere più debole? Per la prima volta il regista mostra l’orrore, i “mostri”, ma la sua scelta è assolutamente funzionale al senso del film: la cosa è, per stessa definizione, impersonale e indefinita. Per questo, ancor più terribile. Ognuno dentro ci vede quello che vuole, quello che sente, quello che teme di più. Fino a temere i propri amici, fino a temere se stesso. Carpenter rispetta come sempre le unità aristoteliche di tempo luogo e azione, e le desolate piane ghiacciate, riprese col formato panoramico, ben si prestano alle inquadrature statiche tipiche del suo cinema che sanno di attesa PRIMA delle tempesta. E il villaggio diventa, per il “westerniano” Carpenter, un ennesima variazione sul tema del west e della frontiera inospitale che punisce – verrebbe da dire giustamente – la superbia dell’uomo bianco. Trascendentale, ancora una volta, la fotografia contrastata di Dean Cundey, che qui lavora con attenzione anche sull’abbinamento surreale tra colori freddi e colori caldi. Il MacReady di Russell ricorda nel suo cinismo il mitico Jena Plissken di Fuga da NY (interpretato dallo stesso attore), ma questa volta Carpenter lo guarda con inedito distacco, forse perché alla fine non è molto diverso da tutti gli altri. Ecco perché il finale lascia dentro una profonda inquietudine. Musica monocorde ma funzionale del nostro Ennio Morricone, effetti speciali del 23enne Rob Bottin (che sembra ispirarsi all’arte espressionista di Munch). Stupidamente “snobbato” dalla critica americana, ingiustamente sottovalutato da quella europea. E poco capito dal grande pubblico nonostante sia, secondo noi, uno degli apici della carriera di Carpenter. Un remake- sequel nel 2011.

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