Fight Club

(Fight Club)

Regia di David Fincher

con Edward Norton (Narratore), Brad Pitt (Tyler Durden), Helena Bonham Carter (Marla Singer), Meat Loaf (Robert Paulsen), Jared Leto (“Faccia d’Angelo”), Zach Grenier (Richard Chesler), David Andrews (Thomas), Ezra Buzzington (Ispettore Dent).

PAESE: USA 1999
GENERE: Drammatico
DURATA: 135′

Anonimo e succubo dell’individualismo sfrenato e competitivo, un trentenne impiegato in una grande azienda incontra Tyler Durden, suo coetaneo che appare invece uomo “libero” e contro- corrente: praticamente, l’opposto di ciò che è lui. Insieme, quasi per gioco, fondano i Fight Club, punti d’incontro clandestini in cui si lotta a mani nude per scaricare la rabbia sopita. Sorpresa finale.

Sceneggiato da Jim Uhls dal romanzo omonimo di Chuck Palahniuk, è un piccolo film divenuto cult-movie tra i giovani. Motivo: il nichilismo esasperato che lo percorre, propenso ad immaginare una rivoluzione della società “standardizzante” compiuta esasperando le armi della società stessa. Molti critici lo definiscono un film ambiguo, in realtà è soltanto un film ambivalente.  E’ certamente un film di grande fascino, dovuto per il 70 per cento al personaggio di Durden, “cattivo- buono” che sa sempre cosa fare, e per il 30  per cento all’originalità della sorpresa finale, comunque già immaginabile per una serie di indizi lasciati da Fincher lungo racconto. Il regista è bravo a far recitare gli attori – il trio di testa è perfetto, Pitt sopra le righe, Norton sotto e  la Carter svampita – e soprattutto a impegnarsi a fondo per filmare un romanzo molto difficile da rendere sullo schermo perché fatto di addizioni, sottrazioni, salti temporali, spaziali. Ci riesce grazie al suo talento visionario (che ci aveva impressionato già in Seven) e ad un’ottima schiera di contributi tecnici che vanno dalla fotografia “fredda” – per non dire “glaciale” – di Jeff Cronenweth al montaggio di James Haygood. L’unico suo punto debole è forse proprio la regia, un po’ troppo compiaciuta nei virtuosismi e nei suoi inciampi “modaioli” (“alla Guy Ritchie”, per intenderci). Resta comunque un film ben fatto, divertente, ironico, critico, spietato, ben sceneggiato e ben raccontato. E con qualcosa di molto interessante da dire. Il finale, poi, è già entrato nella storia. Musiche elettroniche dei Dust Brothers , mentre l’unica canzone non originale è la bellissima Where is my mind? dei Pixies. I monologhi di Tyler fanno ormai parte dello slang corrente (“Tu non sei il tuo lavoro, non sei la tua auto, ecc…”).

Voto

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