Salvate il soldato Ryan

(Saving private Ryan)

Regia di Steven Spielberg

con Tom Hanks (Capitano John Miller), Matt Damon (James Francis Ryan), Tom Sizemore (Sergente Mike Horvath), Edward Burns (Richard Reiben), Barry Pepper (Daniel Jackson), Adam Goldberg (Stanley Mellish), Vin Diesel (Adrian Caparzo), Giovanni Ribisi (Dottor Irwin Wade), Jeremy Davies (Caporale Upham), Ted Danson (Capitano Hamill), Paul Giamatti (Sergente Hill), Dennis Farina (Tenente Colonnello Anderson).

PAESE: USA 1998
GENERE: Guerra
DURATA: 163′

Dopo lo sbarco in Normandia del 6 giugno ’44, il capitano Miller viene spedito con la sua squadra a cercare nell’entroterra James Francis Ryan, il più giovane dei 4 fratelli Ryan sotto le armi ed unico ancora in vita. In un guizzo di pietà (o demagogia?) un generale ha ordinato a Miller e i suoi di andare a raccattarlo per portare alla madre almeno uno dei figli militari. Ma il giovane, prima di seguirli, vuole combattere un’ultima battaglia al fianco dei propri commilitoni.

La domanda che sta alla base del film è “vale la pena sacrificare dieci soldati per salvarne uno?” Spielberg non cerca una risposta, semplicemente filosofeggia sul destino e affresca un quadro di guerra non nuovo ma originale. Costruito come un lungo flashback – generato dall’anziano Ryan che, ai giorni nostri, visita la tomba di Miller e si chiede se ha meritato quel sacrificio – è un film praticamente diviso in due parti: la prima, la migliore, mette in scena con una forza visiva mai vista il D-Day, rappresentando la violenza con sguardo quasi documentario (ispirandosi alle foto di Robert capa)e senza nessun eufemismo né epica filmica. Poi parte il viaggio di Miller coi suoi, e qui qualche stereotipo ne bagna la miccia di una comunque efficace potenza visiva. Le sequenze spettacolari non mancano, e Spielberg è bravo a far sembrare casuali i movimenti della macchina a mano, capaci di accentuare il realismo delle situazioni: lo spettatore ha l’impressione di viverle “da dentro”. Suggestiva a questo proposito la fotografia del solito Janusz Kaminski, che accentua i grigi spegnendo i colori e dona al film un tono slavato, consumato, sbiadito, come una vecchia foto d’epoca. Al di là del modo in cui è girato è un film lineare, “classico”, senza digressioni né vistose ellissi: Spielberg racconta storie in cui tutto è funzionale al racconto, ma se il risultato è coinvolgente come questo allora ben venga anche la sua presunta “classicità”. Giudicato molto ambiguo nel suo messaggio, ha il suo unico difetto tematico nel non riuscire a diffamare la guerra in modo assoluto: è come se il regista, con notevole slancio patriottico, odiasse la guerra – è un film pacifista, questo è certo – ma allo stesso tempo esaltasse l’americanità eroica di chi la dovette combattere. Siamo lontani da Kubrick e Coppola, ma sarebbe sbagliato non apprezzare un film sincero e ben curato come questo. Pioggia di nomination agli Oscar, ne vinse solo uno per il montaggio e due per gli effetti sonori.

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