L’alba dei morti viventi

(Dawn of the Dead²)

Regia di Zack Snyder

con Sarah Polley (Ana), Ving Rhames (Kenneth), Jake Weber (Michael), Mekhi Phifer (Andre), Ty Burrell (Steve Markus), Michael Kelly III (Cj), Lindy Booth (Nicole), Kevin Zegers (Terry), Hannah Lochner (Vivian), Matt Austin (Doug), Nicholas Marino (Tom), Jayne Eastwood (Norma), R.D. Reid (Glen).

PAESE: USA 2004
GENERE: Horror
DURATA: 100′

Un gruppo di personaggi si asserragliano in un supermercato mentre fuori i morti tornano in vita e sbranano i vivi. Ma presto le provviste finiscono e la comitiva decide di raggiungere il porto e di fuggire con una barca.

Futile remake del capolavoro di Romero, è un bieco horror modaiolo che non aggiunge nulla al genere. La sceneggiatura (di James Gunn) è noiosa e prevedibile, mentre il messaggio politico e l’ironia dell’originale sono lasciati fuori dal gigantesco centro commerciale. Snyder è dotato di un indubbio talento visivo, ma in questo film non ve n’è traccia: l’estetica da videoclip nel montaggio nausea più che affascinare, le poche sequenze in odor di apocalisse risultano manierate e già viste altrove. I personaggi sono la fiera dello stereotipo, gli effettacci disgustano e paiono francamente mal utilizzati. Ma Snyder sbaglia soprattutto dove vuole innovare: sceglie di far correre gli zombi e soprattutto gli attribuisce una coscienza che la stessa sceneggiatura gli aveva negato poco prima (il giornalista in tv che dice che sono privi di razionalità). “Il mostro lento e stupido reinventato da George diventa improvvisamente atletico e scaltro. Li preferivamo prima, quando ci annientavano perché li sottovalutavamo. Adesso lo zombi è più scattante di Ben Johnson quando si dopava e più stratega di Henry Kissinger” (Fabrizio Alò). Gli unici punti salvabili sono la bella sequenza iniziale in cui Snyder fonde immagini di zombi con quelle “reali” di situazioni di crisi (pestaggi, guerre, rivolte) ed ottiene un buon effetto simbolico – l’unico – in cui la realtà è identica alla fantasia (sotto c’è The man comes around di Johnny Cash), e l’idea del sopravvissuto che vive su una casa di fronte al centro e comunica con gli altri con una lavagnetta. Qualcuno l’ha definito “più pessimista dell’originale” perché è privo di lieto fine: secondo noi non si dovrebbe scambiare la mancanza di idee col pessimismo razionale e senza speranza di Romero.

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