Il buono, il brutto, il cattivo

Regia di Sergio Leone

con Clint Eastwood (Joe), Lee Van Cleef (Sentenza), Eli Wallach (Tuco), Luigi Pistilli (Padre Ramirez), Aldo Giuffrè (Ufficiale nordista), Rada Rassimov (Maria), Chelo Alonso (Contadina messicana), Angelo Novi (Frate), Mario Brega (Caporale Wallace), Enzo Petito (Trafficante), John Bartha (Sceriffo), Antonio Casas (John), Lorenzo Robledo (Jeff), Antonio Casale (Uomo con l’occhio bendato).

PAESE: Spagna, Italia 1966
GENERE: Western
DURATA: 161′

Durante la guerra di secessione, tre bounty killer si mettono alla ricerca di una grande quantità d’oro nascosto in una tomba: per uno scherzo del destino, Sentenza sa chi l’ha nascosto, Tuco sa dove si trova e Joe conosce il nome sulla lapide, ed è quindi insieme che dovranno cercarlo. Ma a qualcuno non va di dividere per tre…

Terzo ed ultimo capitolo della trilogia del dollaro, inaugurata da Per un pugno di dollari e proseguita con Per qualche dollaro in più. Ne rappresenta il punto più alto, la summa – poetica e formale – del primo Leone. Gli evidenti riferimenti politici (tra nordisti e sudisti non c’è più alcuna differenza, mancano eroi positivi mossi da una qualsivoglia moralità, gli aspetti dominanti sono il sangue, lo sporco, il sudore, il turpiloquio), si mescolano alla più scanzonata logica dell’intrattenimento: l’universo filmico creato da Leone – mai così esagerato, trasbordante, eccessivo – è un universo fatto di suggestioni visive, riflessioni meta cinematografiche, più vicino alla concezione di western (quindi una concezione artistica) che a quella di West (concezione storica), ma comunque capace di far riflettere sulla società, soprattutto quella di oggi. Leone è un europeo che guarda al genere, non alla storia, ma sa che attraverso quel genere si può dire qualcosa di estremamente attuale sull’umanità. Nel girare il suo film più ambizioso amplia l’eco dell’epica e, tramite l’esagerazione totale di ogni cosa (inquadrature, tempi, violenza, lunghezza, ricerca iconografica), tende al mito. E, anche e soprattutto visivamente, la figura dell’uomo non è mai stata così piccola ed insignificante di fronte alla maestosità della natura. La sua fortuna si basa principalmente su una bella sceneggiatura di Age, Scarpelli (non a caso, padri della commedia all’italiana), Luciano Vincenzoni e Leone, che accentua la vena beffarda della storia e attinge non solo dalla commedia all’italiana, bensì anche alla commedia dell’arte, a Shakespeare, ai giullari medievali. E che opta per una violenza magari compiaciuta ma che non ha più nulla di nobile o necessario, è solo l’ennesima appendice di una società che muove i propri interessi a seconda del Dio denaro. Qualcuno dice ancora che Leone girò western profani: può darsi, ma il suo discorso tra le righe resta più attuale e veritiero che mai. Tra le molteplici sequenze da antologia, ricordiamo almeno il “triello” finale nel cimitero, girato da Leone con un abilità registica indiscutibile, e il primo piano di Sentenza dinnanzi a un mucchio di cadaveri uccisi dal conflitto, in cui il personaggio compie un quasi impercettibile gesto di sdegno: anche il cattivo più cattivo di tutti, dinnanzi alla guerra, non può che prendere atto del decadimento dell’uomo. Unico difetto: l’andamento eccessivamente lento fa troppo spesso perdere il ritmo. Comunque, grande senso dello spettacolo e belle immagini suggestive (fotografia del numero uno italiano, Tonino Delli Colli). Colonna sonora indimenticabile del solito Morricone. Ne esiste un director’s cut di 182’.

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