Per un pugno di dollari

Regia di Bob Robertson [Sergio Leone]

con Clint Eastwood (Joe), John Wells [Gian Maria Volontè] (Ramon Rojo), Marianne Koch (Marisol), Wolfgang Lukschy (John Baxter), Sieghardt  Rupp (Esteban Rojo), Joseph Egger (Piripero), Josè Calvo (Silvanito), Margarita Lozano (Consuelo Baxter), Daniel Martin (Julian), Benito Stefanelli (Dougy), Mario Brega (Paco), Bruno Carotenuto (Antonio Baxter), Aldo Sambrell (Rubio).

PAESE: Germania, Spagna, Italia 1964
GENERE: Western
DURATA: 100′

Approdato nella piccola cittadina di San Miguel, il pistolero solitario Joe si mette tra due famiglie di contrabbandieri che si fanno la guerra per il monopolio di armi e alcol.

Clint-Eastwood-Per-un-pugno-di-dollariScritto da Leone con Duccio Tessari, Fernando Di Leo e Victor Catena, è il primo “spaghetti western” della storia, il primo film europeo che osò cimentarsi con un genere esclusivamente americano. La critica (la stessa che coniò il termine “spaghetti” in senso negativo) giudicò l’operazione del regista romano un qualcosa di estremamente irrispettoso, un gioco futile e fine a se stesso che banalizzava le cronache dell’epopea in nome di un non meglio identificato intrattenimento cinematografico. In realtà Per un pugno di dollari non è un film sul west, è un film sul western, o meglio, sul west come lo percepiva uno spettatore europeo andando al cinema. Leone si sbarazza degli aspetti storici del genere (non ci sono indiani, mancano totalmente i riferimenti antropologici sulla nascita della civiltà) ed esalta quelli prettamente cinematografici: dilatazioni temporali, dialoghi sull’orlo del paradosso, tipizzazione dei personaggi, aspirazione all’epica (a questo proposito immensa la musica di Morricone), stile virtuoso e a tratti autocompiaciuto. Quello creato da Leone è un universo filmico a se stante mosso principalmente dalla logica dell’intrattenimento. Discutibile? Forse, ma resta un’operazione di grandissimo fascino, presa a modello anche e soprattutto dal cinema post-moderno (si pensi all’opera di Tarantino). Senza dimenticare che, sotto la scorza del film d’azione, non mancano affatto riferimenti politici, come ad esempio la sequenza finale, e notazioni sul crepuscolo della frontiera (nessun personaggio incarna il desiderio di giustizia, il confine tra bene e male cessa di esistere, l’eroe non è quasi mai mosso dall’onore ma dal tornaconto personale).

Scena del filmCinico, crudo, ma estremamente divertente (si sente il “contagio” della commedia all’italiana), inscena una violenza iperbolica ed eccessiva che ispirò cineasti come Kubrick e Peckinpah e attinge direttamente dal mito. A differenza che nel western classico mancano totalmente le psicologie, così come manca uno sguardo morale che contrappunti le azioni dei protagonisti, ma chi parlò di demistificazione prese un abbaglio: l’operazione di Leone, oltre che affascinante, è assolutamente legittima, in quanto essa è soltanto la rilettura di un genere secondo una prospettiva personale, un concetto che – seppur in maniera minore e decisamente più “americana”- ha da sempre accompagnato il western, che nasce da subito come spettacolarizzazione, rilettura mitica, rievocazione eroica. Non è un film su una fine, è un film su un nuovo inizio. Leone dal canto suo ci mette una regia preziosa, scattante, che alterna primissimi piani di volti sudati a monumentali esplosioni naturalistiche in cui l’uomo scompare (a questo proposito grande anche il lavoro di montaggio di Roberto Cinquini e Alfonso Santacana). Eastwood centra il personaggio che lo rese una star, ma Volontè gli ruba spesso la scena con un’interpretazione sopra le righe assolutamente perfetta: l’attore italiano si impegnò a fondo per esprimere tutto con la mimica e la corporeità perché sapeva che sarebbe stato doppiato da Nando Gazzolo e che quindi la sua voce non si sarebbe sentita.

Scena del filmTutti coloro che presero parte al film scelsero pseudonimi anglofoni, perché i nomi americani erano una garanzia per un genere che era tipicamente americano: e così Leone apparve come Bob Robertson (in memoria del padre Vincenzo, nome d’arte “Roberto Roberti”, regista del muto), Gian Maria Volontè divenne John Wells e Ennio Morricone Dan Savio: soltanto in una versione in dvd del 2006 appaiono i loro veri nomi nei titoli di testa. Leone si ispirò a La sfida del samurai di Kurosawa per il soggetto, e questo gli costò caro: accusato di plagio dagli autori del film giapponese, lo staff di Per un pugno di dollari perse la causa e fu costretto a versare a Kurosawa e Kikushima il 15 % degli incassi nel mondo e i diritti di distribuzione del prodotto in Giappone, Taiwan e Corea del Sud. “E’ un uomo d’affari che ha fatto più soldi con questa operazione che con tutti i suoi film messi insieme. Lo ammiro molto come regista” (Leone). Primo episodio della cosiddetta “trilogia del dollaro”. Dopo vengono Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo. Strepitoso successo di pubblico dell’annata ’64-’65.

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