Fargo

(Fargo)

Regia di Joel Coen

con Frances McDormand (Marge Gunderson), William H. Macy (Jerry Lundegard), Steve Buscemi (Carl Showater), Peter Stormare (Gaear Grimsrud), Kristin Rudrud (Jean Lundegaard), John Carroll Lynch (Norm Gunderson), Harve Presnell (Wade Gustafson), Tony Denman (Scotty Lundegaard).

PAESE: Gran Bretagna, USA 1996
GENERE: Nero
DURATA: 97′

Fargo, Minnesota. Indebitato fino al collo, il pavido venditore d’auto Jerry Lundegaard assolda due malviventi perchè gli rapiscano la moglie e chiedano un riscatto al ricco suocero. Ma la sua scellerata decisione innescherà una reazione a catena che nemmeno la coraggiosa poliziotta Marge – incinta di sette mesi  e incaricata delle indagini – salverà dalla tragedia.

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Sesto film dei fratelli Coen, anche sceneggiatori. Il loro primo, grande capolavoro, una delle black comedy più intelligenti e originali degli anni ’90. Non rinunciano a nessuno degli archetipi del noir, ma li rielaborano spogliandoli dagli stereotipi: e così il personaggio principale non è più un badass duro e puro ma una donna poliziotta “normale”, incinta e non più giovanissima; il luogo dell’azione non è una caotica metropoli ma un desolato e perennemente innevato Minnesota; i criminali non conservano alcun alone romantico o mitico, e sono anzi rappresentati come stupidi imbecilli privi di qualsiasi interlligenza o abilità. Nel raccontare questa ferocissima parabola sulla banalità del male che riprende molte riflessioni del loro film d’esordio (Blood Simple, 1984), i Coen mettono in scena un mondo governato dal caos (e dal caso) che sembra aver smarrito il senso delle cose. Anche nelle fila dei buoni gli eroi latitano, e non resta che aggrapparsi all’onestà di un ristretto gruppo di persone che ancora cerca di mantenere la propria dignità in un mondo corrotto e stupidamente autodistruttivo. Uno sguardo genuinamente “morale” che lascia il segno e che, sempre più spesso, manca nel cinema americano moderno. “Fare tutto questo per un po’ di soldi, dov’è la logica?”, si chiede la poliziotta Marge alla fine della storia, fornendo così agli spettatori la chiave di lettura del film. Nell’imbastire un racconto classicheggiante ma pieno di scarti e sottrazioni, i Coen raggiungono l’apice del loro minimalismo formale che, spesso, sbraca nell’onirico: si pensi soltanto alla scena in cui muoiono gli autostoppisti nella neve, inseguiti da Grimsrud, ma anche alla sensazione di “sovrannaturale” che trasmettono i deserti, notturni e desolati paesaggi innevati (mai così visivamente chiara la definizione di “in mezzo al nulla”) che diventano un luogo “mentale” – il” gelo” dentro le persone – oltre che fisico, anche grazie al preziosissimo lavoro fotografico di Roger Deakins.

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Senza mostrare mai davvero la violenza – ma mostrandone in maniera inequivocabile le conseguenze – il racconto si tinge spesso di macabro (e talvolta irresistibile) umorismo, scelta che da un lato stempera i passaggi più duri (il rapimento della signora Lundegaard, l’assassinio di Showater) e dall’altro accentua la dimensione di assurdo nonsense delle gesta criminali narrate. Importante anche la dimensione del meta-racconto: si parte in commedia e si finisce, senza avvertire lo stacco, in tragedia, come a sottolineare che sono due facce della stessa medaglia. All’inizio una didascalia informa gli spettatori che si tratta di una storia vera. È una bugia, ma motivata: significa semplicemente che, al di là dell’apparente improbabilità di storie come questa, esse accadono per davvero, più spesso di quanto si pensi. Troppo pessimista per avere grande successo di pubblico ma, per una volta, tutti i critici del mondo lo hanno accolto positivamente. Ottima colonna sonora di Carter Burwell, cast eccellente diretto con maestria. Oscar per la miglior sceneggiatura originale e per la miglior attrice protagonista (McDormand, moglie di Joel). Nel 2014 il film ha ispirato una serie TV omonima con Billy Bob Thornton. Film imperdibile.

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