La morte e la fanciulla

(Death and the Maiden)

Regia di Roman Polanski

con Sigourney Weaver (Paulina Lorca Escobar), Ben Kingsley (Dottor Roberto Miranda), Stuart Wilson (Gerardo Escobar), Krystia Mova (Moglie del dottor Miranda), Jonathan Vega (Figlio del dottor Miranda), Rodolphe Vega (Figlio del dottor Miranda).

PAESE: Gran Bretagna 1994
GENERE: Drammatico
DURATA: 107′

In un paese del Sudamerica, reduce da una cruenta dittatura militare fascista, la mite Paulina riconosce in un ospite del marito il Dottor Miranda, un medico del regime che la torturò e stuprò quindici anni prima obbligandola ad ascoltare La morte e la fanciulla di Franz Schubert. Così, durante la notte, la donna lo lega e, pistola alla mano, ne pretende una confessione spontanea, mentre il marito – avvocato di sinistra – cerca di mediare la complicata situazione per evitare spargimenti di sangue.

Tratto da un racconto di Ariel Dorfman, è uno scioccante dramma intellettuale che, al di là dei riferimenti alla realtà politica del Cile – anche se non vi sono riferimenti espliciti, la dittatura di cui si parla fa venire in mente quella di Pinochet – si presenta come una riflessione sulla banalità del male. Polanski vi inserisce il tema dello scambio tra vittima e carnefice e gira il suo film più politico e controverso, quello in cui più sottolinea l’impossibilità degli uomini giusti di perseguire il “male” scambiandolo per giustizia (Paulina non ha il coraggio di uccidere il Dottore). Il tragico sottofinale, in cui Miranda confessa la propria colpevolezza con dovizia di particolari, è molto più ambiguo di quanto negli anni la critica abbia sostenuto: l’uomo è davvero colpevole, o quella tremenda confessione è solo una brillante prova d’attore per salvare la pelle? Molti sostengono – accusando quindi il finale di eccessiva prevedibilità – che alla fine la povera Paulina avesse visto giusto nell’aver riconosciuto l’uomo come suo spietato carnefice. Ma il finale a teatro, in cui un quartetto suona La morte e la fanciulla mentre Paulina, il marito e Miranda si lanciano sguardi impenetrabili, è onirico e surreale, come fosse piuttosto una proiezione mentale di uno dei protagonisti. Polanski racconta la sua storia rispettando perfettamente le tre unità aristoteliche del racconto (tempo, luogo, azione) e la scelta di filmarla quasi interamente in interni e nell’arco di una notte non è poi così (di derivazione) “teatrale” come molti sostengono: è cinema da camera – per giunta curatissimo – non teatro filmato. Lo dimostra l’eccezionale e quasi insostenibile piano sequenza ravvicinato in cui Miranda confessa, privo di qualsiasi controcampo e terribile nel suo non lasciare un momento di respiro allo spettatore udente. Una scelta che elegge Paulina detentrice del punto di vista del film, nonostante lo spettatore sia più vicino fino a quel momento a quello di Gerardo, anch’egli impossibilitato a capire se la donna abbia ragione o meno.  I tre attori sono eccezionali, ma un plauso va anche alla fotografia espressionista del nostro Tonino Delli Colli e alla scelta dei costumi di Milena Canonero. Terribile e soffocante come un pugno nello stomaco, ma è un film che va visto.

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2 risposte a La morte e la fanciulla

  1. cinefobie ha detto:

    Complimenti. Splendida recensione per un film troppe volte ingiustamente sottovalutato.

    ^_-

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