Arancia Meccanica

(A Clockwork Orange)

Regia di Stanley Kubrick

con Malcolm McDowell (Alex), Patrick Magee (Signor Alexander), Warren Clarke (Dim), Adrienne Corri (Signora Alexander), Carl Duering (Dottor Brodsky), Michael Tarn (Pete), James Marcus (Georgie), Aubrey Morris (Deltoid), Sheila Raynor (Madre), Philip Stone (Padre), Miriam Karlin (Signora dei gatti), Anthony Sharp (Il ministro), Richard Connaught (Billy Boy), David Prowse (Julian).

PAESE: USA 1971
GENERE: Grottesco
DURATA: 137′

In un futuro imprecisato ma piuttosto prossimo, il teppista Alex, amante di Beethoven, compie, con l’aiuto di una gang di sbandati suoi pari, una serie di reati – dallo stupro al pestaggio – in un crescendo vorticoso e malato che culmina con l’omicidio. Arrestato e sbattuto in una prigione rigidissima, il giovine viene sottoposto ad un trattamento sperimentale che lo rende una sorta di mezzo uomo incapace di offendere e restio a qualunque impulso sessuale. Uscito di prigione e riabilitato, viene prima malmenato dai suoi ex compari ora poliziotti, diventa oggetto della vendetta di un ricco scrittore cui aveva rovinato la vita, e infine accetta di diventare un “manichino” nelle mani del potere politico.

Tratto dal romanzo omonimo di Anthony Burgess, il nono film di Stanley Kubrick resta ancora oggi il suo prodotto più discusso e controverso, almeno per quanto riguarda la saggistica che lo prende come oggetto di analisi. La storia di Alex e compagni ha spaccato in due la critica e il pubblico sin dalla sua prima apparizione cinematografica,  nel 1971. Al di là delle congetture “di comodo” – c’è chi lo definisce un film che inneggia alla violenza (i meno vispi, sicuramente) e c’è chi invece vi legge una parabola pacifista sull’uso della stessa – Kubrick ha spesso riassunto il senso della storia attingendo dalla parabola del figliol prodigo: il regista – e Burgess con lui – sosteneva infatti che ad essere messo in discussione nell’opera fosse il libero arbitrio, non il concetto stesso di violenza. Insomma, secondo Kubrick, l’uomo nasce nella condizione di scegliere tra il bene e il male, e se viene privato di questa scelta si trasforma in un “non umano”, in “un’arancia a orologeria”. Dunque, se il regista preferisce che si scelga il male piuttosto che un vago “non scegliere”,  Arancia meccanica è un film PER la violenza? Assolutamente no. È piuttosto un film che individua nella società “malata” le colpe che portano alcuni individui a scegliere il male invece che il bene, che dovrebbe essere la prima scelta. Una società che, come si nota nel finale, prima crea i suoi mostri – Alex è uno di essi, manipolato dalla società stessa – poi li punisce standardizzandoli e infine li attira a se per sfruttarli nell’ottica del potere politico. Anarcoide nel suo spirito dissacratorio, perennemente intinto in una macabra ironia grottesca – si pensi alla famosa scena della Donna dei Gatti –  è un film veggente per quanto riguarda una serie di attualissime riflessioni socio- politiche: il ruolo del corpo della donna, la violenza che non rivendica più nulla se non uno spietato nichilismo, il ruolo di essa nell’ottica dei nuovi media, le spregevoli strutture penitenziarie e rieducative. Il tutto accompagnato da una serie di capolavori della musica classica voti a contrappuntare in modo originalissimo e beffardo le spregevoli azioni dei delinquenti, una scelta che sprigiona un ambiguo sentimento che da una parte preannuncia criticandola l’estetica della violenza degli anni ottanta, dall’altro trasforma le terribili azioni in macabri – ma perfettamente coreografati – balletti in cui la pietà non ha valore e il dolore è uno squallido – ma artistico – gioco. Leggibile su diversi livelli, Arancia meccanica sbalordisce ancora oggi sia per la sua impressionante carica innovativa, sia per l’uso esplicito della violenza corporea.

Con una messa in scena originale e anomala che sfrutta ogni tecnica foto- cinematografica disponibile ai tempi (lenti distorte, ralenti, velocizzazioni, grandangoli), il film si configura su una struttura speculare/ simmetrica in cui la seconda parte non è altro che la prima “rovesciata”: Alex passa da carnefice a vittima, mentre lo spettatore si vede costretto a confrontare la violenza abominevole dell’individuo e quella, addirittura peggiore della prima perché silenziosa e prestabilita, operata dal sistema. La precisa pianificazione di questa messa in scena non ha mai trovato eguali altrove: ogni oggetto che viene ripreso è lì per un motivo, cela un preciso significato, ed è proprio per questo che ogni singolo fotogramma kubrickiano può essere visto come una splendida fotografia. L’uso dello spazio dell’inquadratura è assolutamente innovativo, mentre la macchina da presa muove dolcemente restando quasi impassibile dinnanzi alla crudeltà di ciò che riprende. Criticato e osteggiato in ogni modo alla sua uscita, resta un capolavoro indiscusso della storia del cinema tuttavia segnato da un piccolo difetto che con gli anni si è fatto più visibile: il suo sfrenato barocchismo scenografico, che esaspera il design e l’architettura dei primi anni settanta, lo fa paradossalmente apparire datato rispetto ad altre pellicole del medesimo regista, più “eterne” nella loro asettica visione del futuro. Anche se, va detto, l’accumulo è proprio una specificità del 21esimo secolo e quindi rispecchia strutturalmente una sorta di preveggenza tematica: più passa il tempo, più Arancia meccanica dimostra di aver anticipato moltissimi temi dei tempi attuali. La grande genialità di questo film sta proprio nell’aver inscenato un mondo lontano anni luce dal nostro che inspiegabilmente lascia un senso di angoscia come se fosse molto vicino. Un concetto sottolineato anche da uno straordinario cocktail di generi che va dal fantascientifico al dramma, dall’action movie al thriller, fino all’horror puro e all’erotico. Vietato ai minori di 18 anni, venne ritirato in alcuni paesi dallo stesso Kubrick, che affermò di temere per la propria incolumità. Resta un film unico nel suo genere, forse perché nessuno è ancora riuscito ad etichettarlo in una categoria precisa. I costumi sono della nostra Milena Canonero, fotografia di John Alcott. “Nel 1971 fu uno shock, oggi è ancora un salutare pugno nello stomaco” (Paolo Mereghetti).

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15 risposte a Arancia Meccanica

  1. Sekhemty ha detto:

    ogni oggetto che viene ripreso è lì per un motivo, cela un preciso significato, ed è proprio per questo che ogni singolo fotogramma kubrickiano può essere visto come una splendida fotografia.

    Totalmente d’accordo, uno dei marchi di fabbrica di Kubrick era proprio il saper dare ad ogni singola scena una valenza iconica unica, nei suoi film difficilmente ci sono “scene principali” che si ricordano più di altre, ma sono tutte ugualmente rappresentative delle intere pellicole.

  2. giorgio ha detto:

    chi ha composto le musiche elettroniche?

  3. cinefobie ha detto:

    E’ forse il mio film “meno preferito” fra i capolavori di Stanley.
    E non posso non apprezzare la tua analisi!
    Secondo me però è il film di Kubrick che più ha patito il passare del tempo..

    ^_-

    • Ricky ha detto:

      Ti ringrazio! Infatti anche io ho notato che appare datato col passare degli anni…anzi, ti riporto il passo in cui l’ho scritto:

      “Criticato e osteggiato in ogni modo alla sua uscita, resta un capolavoro indiscusso della storia del cinema tuttavia segnato da un piccolo difetto che con gli anni si è fatto più visibile: il suo sfrenato barocchismo scenografico, che esaspera il design e l’architettura dei primi anni settanta, lo fa paradossalmente apparire datato rispetto ad altre pellicole del medesimo regista, più “eterne” nella loro asettica visione del futuro.”

      Grazie, 😀

  4. Ricky ha detto:

    Tranquillo! XD

  5. giorgio ha detto:

    nel 1971 mi pare si chiamasse ancora walter carlos.

  6. Ricky ha detto:

    No, no, era ancora Wendy!:)
    Look:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Wendy_Carlos

  7. giorgio ha detto:

    NO !era walter.l’anno dopo a.m. è diventato wendy!

  8. Fabio Bozzo ha detto:

    E io scopro solo ora dell’esistenza di questo blog? Grande riky e grande Kubrick (clockwork orange l’avrò visto almeno 50 volte)! “Ambedue siete invitate…” :-)))

  9. Pingback: Il tempo della Fede | minimal menagement

  10. Pingback: Shining | Ne ho viste cose…

  11. occhiogrigioverde ha detto:

    Un capolavoro senza tempo e in assoluto uno dei miei preferiti…
    Ti lascio l’analisi sociologica che ho scritto per StoriePerse (http://storieperse.net/2011/09/23/ultraviolence-the-kubrick-genius/)…
    A presto!

  12. emilio ha detto:

    Ogni volta che lo rivedo mi sento come Alex quando sente “L’inno alla gioia” al Korova Milk Bar 🙂

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