Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba

(Dr. Strangelove or: How I Learn to Stop Worrying and Love the Bomb)

Regia di Stanley Kubrick

con Peter Sellers (Cap. Lionel Mandrake/ Presidente Muffley/ Dottor Stranamore), George C. Scott (Generale Buck Turgidson), Sterling Hayden (Generale Jack D. Ripper), Slim Pickens (Maggiore Kong), Keenan Wynn (Colonnello Bat Guano), Peter Bull (Ambasciatore De Sadesky), James Earl Jones (Tenente Zogg), Robert Vincent O’Neill (Ammiraglio Randolph), Tracy Reed (Miss Scott), Shane Rimer (Cap. G. A. “Ace”), Jack Creley (Staines).

PAESE: Gran Bretagna 1964
GENERE: Satirico
DURATA: 93′

Il Generale Jack D. Ripper, di stanza alla base di Burpelson, ordina ai B52 americani di bombardare i russi perché, secondo lui, hanno appena sferrato un attacco antiamericano. Nella stanza operativa del Pentagono il presidente Muffley e il guerrafondaio generale Turgidson tentano di fermare l’esplosione di una terza guerra mondiale, ma non hanno fatto i conti con l’ordigno “fine del mondo” messo in atto dai sovietici, capace con un botto di eliminare la vita sulla Terra. Accaduto l’irreparabile, ai governanti non resta che affidarsi alle “strambe” conoscenze dell’esperto nuclearista Dottor Stranamore, immigrato tedesco che svela tramite un braccio finto che si alza da solo le proprie origini naziste.

Tratto dal romanzo Red Alert di Peter George – di cui conserva però solo l’incipit – e sceneggiato dal regista con Terry Southern, il settimo film di Stanley Kubrick è una sbeffeggiante e grottesca satira sulla Guerra Fredda e sulla conseguente paura nucleare che ne derivò. Si potrebbe osare dicendo che è probabilmente l’unica parentesi ironica riuscita nella storia del cinema sui rischi provocati dallo scontro ideologico tra Stati Uniti e Urss, rappresentati come duellanti in bilico su una linea che, se sorpassata, poteva decidere superficialmente i destini dell’umanità. Se si volesse essere precisi, più che una satira è una vera e propria commedia nera immersa in un caustico e cinico umorismo che, nonostante l’argomento trattato, non scivola mai nel melodramma e vede la guerra come una specie di adolescenziale sfida per decretare “chi ce l’ha più grosso”. Lo dimostrano le continue allusioni sessuali su cui si basa la sceneggiatura: dal rifornimento dei due aerei in volo nei titoli di testa, filmato e musicato come un amplesso, al continuo riferimento ai fluidi vitali del colonnello Ripper; dalla metafora del missile come “membro” che squarcia il proprio obbiettivo – e infatti, nel finale, il maggiore Kong cavalca la testata come fosse il proprio gigantesco fallo – al ruolo della donna all’interno della politica (l’unica che appare è una sgualdrina) e della sociologia del potere (il dottor Stranamore, dopo lo scoppio dell’ordigno fine del mondo, suggerisce di portare nei rifugi antiatomici dieci “femmine” per ogni uomo, e che siano carine visto che l’obbiettivo è una folle riproduzione per ricreare la razza umana), fino al finale in cui, come un pene in erezione, Stranamore abbandona la sedia a rotelle e si alza in piedi inneggiando a Hitler, eccitato dalla guerra. La carica sovversiva e innovativa del film sta sicuramente in questa visione sbeffeggiante della Guerra Fredda: un desiderio di supremazia talmente insensato da poter essere paragonato a quello di due uomini che vogliono affermarsi come stalloni e punire la “femmina”. Ma non solo: Kubrick indugia anche sugli istinti peggiori dell’uomo, che vanno ben al di là del sesso e si prefigurano come elementi di una “bassezza” umana raramente mostrata sullo schermo. Senza analizzare il film scena per scena, basta pensare al nome del Generale Turgidson (turgido) o a quello della base di Ripper (Burpelson, che ricorda l’onomatopea del rutto “Burp”). Deridendoli e spogliandoli di ogni identità ideologica, Kubrick mette alla berlina tanto l’ipocrisia americana – dietro i soldati che sparano a Burpelson si vede spesso la scritta a caratteri cubitali “Peace is our profession” sui cartelloni – quanto l’utopia sovietica – il presidente russo, ubriaco, dice che per fermare gli aerei bisogna avvertire il “Ministero del popolo”. All’uscita del film qualcuno vide nella figura del presidente americano Muffley una pendenza kubrickiana “di parte” verso gli States, in quanto il politico interpretato da Peter Sellers è quantomeno onesto e tenta con ogni mezzo di evitare lo scontro, mentre il collega sovietico è perennemente ubriaco: un’ipotesi che però cade se si pensa che Muffley, ricalcato comunque sulla figura di un “buono” come Kennedy, ne condivide anche l’essere in balia del proprio stato maggiore (spesso i generali lo zittiscono) e del potere precostituito al suo arrivo. Senza dimenticare che, quando il presidente si domanda chi abbia approvato certe scellerate misure militari, il generale Turgidson lo informa che è stato lui stesso, e quindi ne svergogna la superficialità. Ma l’ipocrisia americana è ancor più esplicitata nel personaggio che da il titolo al film: Stranamore, ex scienziato tedesco che dopo la guerra passa al soldo degli USA, rappresenta l’emblema di un’ideologia in cui contano solo il denaro, il potere e la supremazia. Più che divertire, è un film che raggela, nonostante una serie di battute molto comiche che strappano grosse risate (“I russi non bevono acqua, solo Vodka”, dice Ripper).

Kubrick sceglie per il film una struttura anomala, ambientandolo quasi interamente in interni (l’ufficio di Ripper, la War Room, il B52 di Kong) e rispettando le unità aristoteliche di luogo, tempo ed azione, grazie alle quali crea una suspense riuscita che non ci si aspetta in un film come questo. Il montaggio è profondamente anti- classico (rifiuto del classico campo/ contro campo, lunghi piani sequenza e un lunghissimo primo piano sul volto folle di Ripper), e in alcuni punti assume quel valore connotativo che solo Eisenstein era riuscito a raggiungere. Basti pensare alle sequenze in cui una musica allegra e pacata accompagna l’esplosione dell’atomica: la disarmonia tra ciò che si vede e ciò che si sente è tale da creare un effetto ironico e dissacrante. L’egregia fotografia di Gilbert Taylor raggiunge l’apice nelle sequenze ambientate nella suggestiva War Room disegnata da Ken Adams: Kubrick, che voleva poter riprendere la stanza da qualsiasi posizione e per questo doveva rinunciare a riflettori e luci da set, ordinò che le luci fossero tutte quante “naturali” (o meglio, derivate da sorgenti interne all’universo filmico), accentuando il lavoro del fotografo che doveva evitare bui eccessivi o una certa granulosità della pellicola derivata dalla poca luce. Molti criticarono Il dottor Stranamore perché, rispetto ad altri capolavori kubrickiani, il suo potere allusivo era talvolta affidato ai dialoghi invece che alle immagini. La prova del tempo ha dato ragione a questa tesi e allo stesso tempo l’ha smontata: è infatti veritiero che la satira è quasi tutta dialogica, ma sarebbe stupido non accorgersi che quelle poche, potenti immagini senza verbo, sono entrate nell’immaginario collettivo e ancora oggi appaiono suggestive e simboliche. Qualche esempio? La cavalcata di Kong sulla bomba atomica, le sparatorie nella base di Burpelson, le esplosioni nucleare sul mare, le sequenze nella War Room. E fu proprio quest’ultima intuizione scenografica, imitata e riproposta in una serie infinita di pellicole, a consegnare il film alla gloria e a segnare l’immaginario filmico americano: a tal punto che Ronald Reagan, il giorno che venne eletto alla Casa Bianca, chiese ai suoi collaboratori di poter visionare la famosa “Sala della guerra”; imbarazzati, gli risposero che non esisteva nulla di simile.

Perfette le interpretazioni dei tre attori principali: citiamo ovviamente l’istrionismo camaleontico di Sellers in ben tre ruoli e la recitazione comicissima di Scott (spesso i dialoghi tra i due sono improvvisati), anche se vorremmo in questa sede fare un plauso speciale al sottovalutato Sterling Hayden, capace di donare profondo spessore psicologico e tragico ad un personaggio che nemmeno lo richiedeva. Grande successo di pubblico, nonostante sia il film più pessimista di Kubrick: l’umanità non merita di essere salvata. Il finale originale prevedeva una battaglia a torte in faccia nella War Room, ma Kubrick lo cambiò all’ultimo perché Kennedy era appena stato assassinato e la sequenza gli sembrava troppo “farsesca”. Da vedere e rivedere, soprattutto al giorno d’oggi: come la maggior parte dei film di Kubrick è infatti più attuale che mai. E resta un capolavoro indiscusso della storia del cinema.

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6 risposte a Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba

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  5. emilio ha detto:

    ma perché non gli hai dato tutti i pallini pieni a questo punto? per curiosità 🙂 comunque bellissimo film!

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