2022: i sopravvissuti

(Soylent Green)

Regia di Richard Fleischer

con Charlton Heston (Robert Thorn), Edward G. Robinson (Sol Roth), Leigh Taylor-Young (Shirl), Chuck Connors (Tab Fielding), Joseph Cotten (William Simonson), Brock Peters (Capitano Hatcher), Paula Kelly (Martha Phillips), Stephen Young (Gilbert), Mike Henry (Sergente Kulozik), Lincoln Kilpatrick (Padre Paul), Whit Bissell (Governatore Santini).

PAESE: USA 1973
GENERE: Fantascienza
DURATA: 97′

New York, anno 2022. Quaranta milioni di abitanti lottano per sopravvivere, spartendosi miseramente lo spazio vitale assai scarso e le sempre più ridotte razioni di plancton sintetico prodotto dalla monopolistica industria alimentare Soylent. L’uccisione di un ricco uomo d’affari – che viveva in un lussuoso residence con tutte le comodità – porta il poliziotto Thorn e il suo collaboratore anziano Sol Roth ad indagare, fino alla scoperta di una terribile verità, legata proprio alla multinazionale alimentare.

Tratto dal romanzo Largo! Largo! di Harry Harrison (1966), Soylent Green è uno dei film di fantascienza più sottovalutati degli anni settanta. Molti recensori importanti (Morandini, Mereghetti), pur apprezzandolo, vi riscontrarono il difetto di aver immaginato un futuro remoto – 50 anni – figurativamente troppo simile al presente, ritenendolo un aspetto poco plausibile. Oggi, a distanza di quasi quarant’anni dalle prime proiezioni cinematografiche, ci si accorge che Fleischer non aveva sbagliato di molto: le città sono ancora identiche agli anni settanta, non ci sono auto volanti né tantomeno viaggi iperspazi ali, le gerarchie del potere sono le medesime. E la preveggenza della storia, al di là dei meriti prettamente scenografici, rivela spunti riflessivi più attuali che mai: la sovrappopolazione, l’inquinamento, il ruolo della donna come oggetto d’arredamento, la corruzione della politica a braccetto con le multinazionali, l’esaurimento delle scorte energetiche e l’uccisione della natura. Più che un film di fantascienza, è una parabola fantapolitica sui destini di un’umanità che non si ribella più davanti al potere, un potere sempre più “cannibale” e fagocitante, che allarga a proprio piacimento il divario tra ricchi e poveri  senza che nessuno tenti di fare qualcosa. Uno spunto che suona come un monito nell’aperto finale in cui Thorn grida alla folla (ma lo sta gridando anche a noi spettatori) che “dobbiamo fermarli prima che sia troppo tardi”. Molto “orwelliano” nello spirito, è un film radicalmente pessimista che tuttavia suggerisce una rivoluzione possibile nella riscoperta della cultura, come dimostra la bellissima sequenza in cui il vecchio Sol incontra gli anziani dell’Ente supremo in una biblioteca. Dopo la rivoluzione francese, era proprio con questa definizione che gli illuministi chiamavano la ragione e il suo ruolo di “arma contro i potenti”. Dieci anni prima di un capolavoro come Blade Runner, questo piccolo film a basso costo ne preannuncia diversi aspetti: la struttura dell’intreccio, in bilico tra noir, poliziesco e fantascienza; il disfacimento della tecnologia; la sovrappopolazione e il melting pot di razze. Che Ridley Scott si sia ricordato di questo film? Non vorremmo mettere la mano sul fuoco, ma ci pare più che plausibile.

Dal canto suo Fleischer è abile nel costruire una “forma” funzionale al racconto: la messa in scena è sabbiosa, granulosa, come se volesse rispecchiare anche visivamente un futuro sporco, “sudato”, in cui la pioggia è un qualcosa di utopistico che non si può più permettere. Qualche incongruenza a livello di sceneggiatura e qualche caduta di stile – le parentesi amorose tra Thorn e Shirl – non scalfiscono un film capace di impilare molte sequenze difficili da dimenticare: da quella, terribile, delle ruspe “spalatrici di uomini” utilizzate dalla polizia, alla malinconica cena “da ricchi” di Thorn e Sol (che pare ispirata al cinema muto di Chaplin), da quei pochi passi in cui scorgiamo il disfacimento architettonico del futuro alla bellissima scena dell’eutanasia di Sol, un pezzo di cinema davvero emozionane che commuove senza sentimentalismi e sembra trarre ispirazione dalla filosofia platonica (Sol sembra Socrate che beve la cicuta, mentre le sue ultime parole sembrano una perifrasi di quelle del saggio filosofo al momento della condanna: “Ma ormai è giunta l’ora di andare io a morire e voi invece a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio è oscuro a tutti tranne che a Dio”). Molto innovativi sono anche prologo ed epilogo, in cui immagini documentarie sono sovrapposte a musiche moderne spensierate, una scelta che provoca un effetto di straniamento. Ultimo, memorabile, dolente ruolo di Edward G. Robinson, morto poco dopo le riprese: non rivide mai uno dei suoi personaggi più riusciti del grande schermo.

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3 risposte a 2022: i sopravvissuti

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