Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato

(Willy Wonka and the Chocolate Factory)

Regia di Mel Stuart

con Gene Wilder (Willy Wonka), Jack Albertson (Nonno Joe), Peter Ostrum (Charlie Bucket), Roy Kinear (Signor Salt), Julie Dawn Cole (Veruca Salt), Leonard Stone (Signor Beauregarde), Dodo Denney (Signora Teevee), Paris Themmen (Mike Teevee), Ursula Reit (Signora Gloop), Michael Bollner (Augustus Gloop), Diana Sowle (Signora Bucket), Peter Stuart (Winkleman), Günter Meisner (Arthur Slugworth).

PAESE: USA 1971
GENERE: Fantastico
DURATA: 91′

Willy Wonka, proprietario di una fabbrica di dolciumi, blindatissima per timore dello spionaggio industriale, permette l’ingresso alla struttura a cinque ragazzini che troveranno un biglietto d’oro nelle sue barrette di cioccolato. Solo uno riuscirà a finire la visita e a diventare l’erede del geniale quanto folle imprenditore.

Tratto dal romanzo La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl (1964), che partecipò alla stesura del copione ma lo disconobbe perché secondo lui gli sceneggiatori l’avevano modificato fino a tradirlo, è un kolossal per grandi e piccini che possiede molti difetti e qualche merito. Al passivo ha sicuramente un andamento troppo blando e la banalità assoluta dei numeri musicali anni ’50 – che tentano di imitare Walt Disney e finiscono con l’esserne una copia sbiadita – senza contare una regia piuttosto anonima che non sempre valorizza la spettacolarità delle scenografie e le suggestioni immaginifiche del romanzo. All’attivo vanta però una bella galleria di personaggi – Wonka su tutti, interpretato da un grande Wilder capace di donargli grande spessore e cinica ambiguità – che si elevano dal loro status filmico e diventano parabole simboliste sulle aberrazioni dei nostri tempi: dalla bambina smorfiosa che vuole tutto e subito al malato di televisione, dal cicciotellone senza fondo alla ragazzina saputella. Forse lo sguardo del regista è più impietoso coi genitori che coi bimbi (rei di averli resi mostri simili a loro), ma va detto che la fine che fanno i piccoli è studiata con vera cattiveria. È certo un film ottimista e speranzoso – l’umile e buono Charlie è l’unico che merita di conoscere i segreti di Wonka – ma al di là del messaggio un po’ troppo banale affascina ancora oggi per una serie di ottime scelte visive: le scenografie fiabesche sono originali e hanno segnato l’immaginario, la scelta dei costumi è azzeccata, le invenzioni fantastiche reggono ancora oggi il passo coi tempi degli effetti speciali. Forse il film ha perso lo spirito anarcoide che componeva il romanzo di Dahl, ma ancora oggi le sue frecciatine, molto più che la “morale” finale, centrano il bersaglio in modo squisitamente ironico e intellettualmente beffardo. Curiosità: molti giovani col culto dell’LSD lo presero come bandiera, paragonando l’onirico viaggio dei visitatori ad un “trip” sotto l’effetto di acidi. Qualcuno si ostina a confrontarlo con l’adattamento di Tim Burton del 2005:, senza accorgersi che sono due letture diverse di una medesima storia. Fa ridere e colpisce anche papà e mamma. Da riscoprire, senz’altro.

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