Tra le nuvole

(Up In The Sky)

Regia di Jason Reitman

con George Clooney (Ryan Bingham), Vera Farmiga (Alex), Anna Kendrick (Natalie), Jason Bateman (Craig Gregory), Melanie Lynskey (Julie), Danny McBride (Jim), Adam Rose (David), Amy Morton (Kara Bingham), Steve Eastin (Samuels), J. K. Simmons (Bob), Sam Elliott (Comandante Finch), Zach Galifianakis (Steve).

PAESE: USA 2009
GENERE: Commedia Drammatica
DURATA: 108′

Con la crisi economica molte ditte devono licenziare i propri dipendenti, ma non tutte hanno il coraggio di farlo in prima persona. Si affidano dunque a compagnie come quella in cui lavora Ryan Bingham, stacanovista di mezza età che si vanta di non avere legami: il suo compito è quello di rendere meno traumatico il licenziamento e, conseguentemente, evitare che il “congedato” intenti cause legali perché si sente preso in giro. Quando Ryan conosce Alex, una viaggiatrice che come lui preferisce vivere in aereo piuttosto che in casa, capisce che nella vita c’è qualcos’altro. Non sarà troppo tardi?

Terzo lungometraggio di Jason Reitman, figlio di Ivan che aveva diretto Ghostbusters. Il suo primo film era Thank you for smoking, una satira corrosiva ai danni delle multinazionali del tabacco; poi arrivò Juno, storia di una ragazzina che accoglie l’arrivo di un inaspettato bebè. Con un curriculum come questo, non è difficile capire che Reitman adora affrontare temi alti (esistenziali, sociali, politici) senza mai abbandonare i toni della commedia. Lo fa bene anche in questo bellissimo Up in the sky, il primo film di fiction che affronta da vicino le conseguenze della crisi economica che stiamo vivendo. Lo fa inventando – con lo sceneggiatore Sheldon Turner – l’interessante personaggio di Ryan, che di mestiere fa “l’uomo vasellina”, adito a distruggere la vita del prossimo riuscendo quasi a farsi ringraziare. Un uomo che perde di vista la propria vita perché è intento a rovinare quella degli altri. E infatti il karma, se mai dovesse esistere, lo punisce anche se redento.

Ma il rifiuto di un banale lieto fine non è la sola forza di questa malinconica commedia drammatica che diventa una parabola esistenziale: Ryan passa la vita correndo, rinunciando a qualunque affetto e ritrovandosi irrimediabilmente solo. Il mezzo – il lavoro – diviene per lui il fine, e quando capisce che l’agognato traguardo del milione di miglia percorse non è la cosa più importante della sua vita, è troppo tardi per ripartire da zero. Non gli resta dunque che continuare a solcare il cielo, unico luogo in cui non pensa alla sua grigia esistenza: tra quelle nuvole che possono essere sì simbolo di evasione, di sogno, ma anche e sempre più di alienazione. Non è forse tra le nuvole che diciamo sia la testa dei distratti? La crisi è dunque il catalizzatore di cui si serve Reitman per illustrare le debolezze, i timori, gli errori propri degli esseri umani.

E lo fa con malinconica dolcezza, facendoci ridere senza però mai perdere di vista la tragedia economica, senza prendere in giro i suoi personaggi. E infatti lo sguardo del regista sulle due caratterizzazioni principali è spesso distaccato, poco partecipe, come se le loro scaramucce e i loro modi di vivere snob fossero bazzecole accanto alla terrificante condizione di quei poveretti che hanno perso il lavoro. Solo nel finale, quando comprende ciò che ha fatto, Ryan acquista una statura tragica. Statura che comunque non garantisce alla sua storia un epilogo felice.

Considerando anche lo stato in cui verte la commedia americana, questo Tra le nuvole appare come un fulmine a ciel sereno: ha qualcosa da dire, e lo dice bene. Merito della regia di Reitman, capace di proporre immagini simboliche e al tempo stesso suggestive (le stupende riprese aeree, il “cimitero” delle sedie da ufficio), capace di esplorare i silenzi, i volti, i luoghi. Alle belle trovate visive il regista aggiunge un ottimo senso del racconto e un interessante punto di vista riflessivo, pacato, che contrasta coi ritmi concitati della vita di Ryan. Insomma, tenendosi distante dall’archetipo hollywoodiano, Reitman pennella abilmente un acquerello colorato che suscita teneramente diverse emozioni.

Qualche intoppo nella parte centrale, con alcuni passi un po’ troppo stereotipati o prolissi, riscattati comunque dall’inaspettato finale. All’azzeccata colonna sonora si aggiungono la bella fotografia di Eric Steelberg e le ottime prove degli attori: da un Clooney tenuto a freno raramente così bravo a una Vera Farmiga aderente alla parte, dalla giovane Anna Kendrick, che col suo personaggio sembra illustrare il punto di vista del regista, a Danny McBride nel ruolo di uno stralunato cognato. Tre camei divertenti: Galifianakis e Simmons sono due licenziati, mentre Sam Elliott è il pilota d’aereo che premia Ryan. Le altre persone che appaiono nei colloqui del protagonista sono realmente dipendenti licenziati in seguito alla crisi, che hanno accettato di partecipare per far sentire la loro voce: un altro punto a favore di Reitman, regista di commedie che non dimentica mai un sincero impegno civile. Da antologia il dialogo tra Ryan e il nervoso cognato Jim. Sei nomination, nessuna statuetta. La canzone finale, Up in the sky, è stata inviata al regista da un giovane disoccupato e parla del malessere derivato dalla crisi.

Un gran bel film: a volte diverte, a volte fa pensare. E in entrambi i casi è garbato, intelligente, accorato. In poche parole, da non perdere.

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