Non aprite quella porta

(The Texas Chainsaw Massacre)

Regia di Tobe Hooper

con Marylin Burns (Sally Hardesty), Allen Danziger (Jerry), Paul A. Partain (Franklin Hardesty), William Vail (Kirk), Teri McMinn (Pam), Edwin Neal (Autostoppista), Jim Siedow (Il cuoco), Gunnar Hansen (Leatherface), John Dugan (Nonno).

PAESE: USA 1974
GENERE: Horror
DURATA: 85′

Cinque giovincelli in cerca d’avventure attraversano un desolato Texas a bordo del loro furgoncino. Per un’avaria del motore finiscono tra le grinfie di una famiglia di folli cannibali che li ha “invitati” a cena come piatto forte.

Il primo film di Tobe Hooper (classe 1943) edito in Italia – il suo esordio, Eggshells, è tutt’ora inedito da noi – non ha bisogno di presentazioni. È, innanzitutto, uno degli horror più visti e rinomati della storia del cinema. In secondo luogo rappresenta, insieme ad Halloween di Carpenter (1978), una vera e propria svolta nel cinema di genere. Lo smembramento del corpo umano (con tutte le metafore simboliche che ne derivano) è il fulcro di una storia di inarrivabile pessimismo in cui il male va a braccetto con la quotidianità e la rende insopportabile alle anime pie.

Hooper crea un genere, lo splatter, più vicino al “teatro della crudeltà” artaudiano (intento ad “assalire” lo spettatore) che a qualunque filone filmico visto in precedenza. E il fatto che all’inizio il narratore affermi che si tratta di una storia vera – è ispirato alla vicenda dell’omicida Ed Gein, ma la sceneggiatura di Hooper e Kim Henkel romanza moltissimo l’accaduto – non fa che sottolineare il senso di un film che, giocando sull’orrore più macabro, ci dice che esso non è poi così distante da tutti noi. Lo fa bene, suggerendo la violenza piuttosto che mostrarla rendendola quindi più astratta, “personale”, soggettiva. È un film ancora oggi disturbante, fastidioso, ma che invecchiando migliora: somiglia sempre più ad ironico e spietato ritratto della società americana, incarnata dai cinque fighetti protagonisti (mai del tutto simpatici) e soprattutto dalla terrificante “perfect family” di cannibali.

Hooper dimostra di saper creare immagini di forte impatto visionario, e il risicato costo del film (si parla di circa 140 mila dollari), invece che renderlo ridicolo, lo rende ancor più terrificante nella sua rozzezza visiva granulosa e oscura. Paradossalmente, ogni punto che “alla sua uscita fu considerato sfavorevole alla sua riuscita” (fotografia scarna con luci raramente artificiali, pellicola in 16mm, attori sconosciuti) lo rende ancora oggi una delle opere più anomale ed originali nella storia del cinema horror. Il grande successo di pubblico che ottenne lo lanciò nell’Olimpo del genere: un horror su tre di quelli venuti dopo gli deve tutto, gli altri due gli devono molto. Quasi nessuno però è esente dal subirne le influenze.

Il film consegnò alla gloria il personaggio di Leatherface (“faccia di cuoio”), energumeno armato di motosega che aprì la strada ad un’infinita galleria di villains spesso più interessanti delle loro vittime (da Freddy Krueger a Jason Vhoorees,  da Mike Myers alla maschera di Scream). Non solo, perché contribuì anche a lanciare il cinema horror indipendente e insegnò agli addetti ai lavori che si poteva fare (molta) paura con (molto) poco. Da noi uscì vietato ai 18 e fu poi convertito ai 14, mentre in alcuni paesi come la Gran Bretagna fu bandito per anni (gli inglesi dovettero attendere 25 anni per vederlo “legalmente”). Quattro seguiti – tra cui un apocrifo italiano – e due remake.

Certo non va scambiato per ciò che non è – un capolavoro – e forse oggi appare anche un po’ datato. Ma è indubbio che sia ancora un allucinante e terribile pugno nello stomaco.

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