Villaggio dei dannati

(John Carpenter’s Village of the Damned)

Regia di John Carpenter

con Christopher Reeve (Dottor Alan Chaffee), Kirstie Alley (Dottoressa Susan Verner), Linda Kozlowski (Jill McGowan), Michael Parè (Frank McGowan), Meredith Salenger (Melanie Roberts), Mark Hamill (Reverendo George), Peter Jason (Ben Blum), Constance Forslund (Callie Blum), Karen Kahn (Barbare Chaffee), Thomas Dekker (David McGowan), Lindsey Haun (Mara Chaffey).

PAESE: USA 1995
GENERE: Horror
DURATA: 95′

Midwich, California. In un tranquillo giorno d’autunno tutta la popolazione collassa misteriosamente. Al risveglio stanno tutti bene, ma dieci donne sono incinte. Nascono nove bambini perfetti, (uno muore venendo alla luce), intelligentissimi ma privi di qualsiasi emozione. Quando il dottor Chaffee ne ipotizza la provenienza aliena, i piccoli iniziano a sterminare chiunque tenti di fermarli.

L’anno seguente il suo capolavoro – Il seme della follia (1994) – Carpenter accetta di dirigere il remake di un film di Wolf Rilla del 1960, classico fantascientifico di pregevole fattura tratto a sua volta da un bel romanzo di John Wyndham dal titolo I Figli dell’invasione (1957). La sceneggiatura di David Himmelstein ha in mente il romanzo e non il film, ma appare da subito poco strutturata e inadatta: l’origine aliena dei bambini viene suggerita quasi subito, il finale ottimista stravolge lo spirito della storia, molti passi sono imbevuti di stereotipi e banalità. La regia di Carpenter, invece, è ambivalente: se da un lato si mostra capace di guizzi geniali, presi in prestito dal suo cinema migliore (i primi venti minuti sono degni di Halloween e The Fog) ma certamente suggestivi, dall’altro cede alle logiche hollywoodiane e sottolinea alcune scelte che rasentano il ridicolo (com’è possibile che a nessuno venga in mente che dieci bambini tutti uguali, identicamente pettinati, nati da un misfatto e che parlano come terminator forse hanno qualcosa di strano?).

Carpenter è ancora capace di fondere horror, satira e sociologia, e questo fa del film un prodotto “suo” a tutti gli effetti: come nei film degli anni cinquanta, l’orrore si sprigiona dalla quotidianità, e anche i luoghi più “accoglienti” si dimostrano succursali dell’inferno. Ma il film è privo d’ironia, e questo paradossalmente lo trasforma in uno spettacolo risibile e banalotto. Non manca una frecciata graffiante sulla chiesa cattolica (il bambino che muore nasce da una vergine), ma il Carpenter “politico” e ribelle di una volta è un’altra cosa. Così così anche le interpretazioni, affidate ad attori non troppo carpenteriani e per nulla aderenti ai personaggi (Reeve comunque prende parte al suo ultimo film prima della paralisi provocata da una caduta da cavallo). Non solo un Carpenter minore, proprio un Carpenter brutto. L’unico, insomma, di una lunga carriera ad alti livelli. Il regista appare in un cameo in una cabina telefonica.

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