Isolation – La fattoria del terrore

(Isolation)

Regia di Billy O’Brien

con John Lynch (Dan), Essie Davis (Orla), Sean Harris (Jamie), Marcel Iures (John), Ruth Negga (Mary), Crispin Letts (Dottore), Stanley Townsend (Hourigan).

PAESE: Gran Bretagna, Irlanda 2005
GENERE: Horror
DURATA: 95′

In una desolata fattoria irlandese l’allevatore Dan accetta di ospitare alcuni esperimenti genetici sulle sue mucche. Ma una mutazione non controllata porta alla nascita di mostri terrificanti che, oltre che infettare gli umani, se li mangiano con gusto.

Esordio alla regia di un giovane cineasta irlandese. L’ambientazione deve molto a Carpenter, la seconda parte è quasi tutta ricalcata su Alien di Cameron (“nella pianura irlandese nessuno può sentirti urlare”), con un mostro che si insinua nei viventi ed esce quando ha terminato il pasto. Nulla di nuovo, o quasi. Perché O’ Brien è bravo a fare di economia virtù: con appena 5 milioni di dollari di budget,sei attori e tre mucche, riesce a costruire un buon esercizio di suspense che sfrutta ambientazione e cattivi anomali (una fattoria e dei vitelli assassini) e si basa su una regia originale che da una parte tenta con virtuosismi di eliminare la povertà di mezzi, dall’altra si dimostra anticonvenzionale e funzionale al racconto. Tempi quieti e dilatati si alternano a sequenze di terrore ben rodato che non risparmiano il gore ma non sbracano nell’effettismo più facile. L’isolamento del titolo è reso alla perfezione – l’esterno appare soltanto, velocemente, nel finale – e la sceneggiatura non disdegna qualche frecciata “politica” su epidemie (aviaria, mucca pazza) e malattie contagiose (l’Aids). Buon uso dello spazio e sapiente direzione dei personaggi, quasi tutti interpretati da ottimi attori semi- sconosciuti. Menzione speciale a John Lynch, già notato in Sliding Doors. Colonna sonora superiore alla media del genere, bella fotografia di Robbie Ryan. Il sottotitolo italiano fa pensare ad un b movie trash, ma non si tratta affatto di questo. Da noi mai giunto in sala, è diventato un cult tra gli appassionati che hanno contribuito (giustamente) a rivalutarlo.

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