Taxi Driver

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Regia di Martin Scorsese

con Robert De Niro (Travis Bickle), Jodie Foster (Iris Steensma), Harvey Keitel (Matthew “Sport”), Cybill Shepherd (Betsy), Peter Boyle (“Mago”), Albert Brooks (Tom), Leonard Harris (Senatore Charles Palantine), Martin Scorsese (Passeggero), Victor Argo (Melio).

PAESE: USA 1976
GENERE: Drammatico
DURATA: 113′

Reduce del Vietnam, vessato da un’insonnia patologica, Travis Bickle si fa assumere come tassista di notte a New York. Tenta di uscire con una giovane donna in carriera, poi progetta di uccidere un senatore. Alla fine fa una trage per salvare una tredicenne costretta a fare la prostituta e diventa un eroe.

Scritto da Paul Schrader ispirandosi a Camus, Sartre, Dostoevskij e a Sentieri Selvaggi di Ford, uno dei capolavori di Scorsese e uno dei manifesti più apprezzati ed evocativi della New Hollywood. È anche uno dei primi, grandi film sul Vietnam e sui suoi immediati effetti sulla società. Reduce di guerra, forse autistico, Travis Bickle è un personaggio potente e metaforico nella sua fertile ambiguità: disagiato, disperato, ma anche portatore di una morale cristallina e priva di sfumature che fa quasi tenerezza. Lasciato solo da una società inumana che lo ha sfruttato come arma e poi l’ha abbandonato senza troppi complimenti, è un personaggio al di là del bene e del male che tuttavia si fa simbolo (sintomo?) di un’America che sembra avere perso il senno e in cui il sogno pare diventato definitivamente un incubo. Come Jake LaMotta, futuro personaggissimo dell’accoppiata Scorsese/De Niro, Travis si porta dietro una rabbia repressa che sembra immotivata ma che ha in realtà le sue radici nel disfacimento sociale e morale che lo ha prodotto e che sta minando le fondamenta di un’intera nazione. È anche una riuscita satira sulla politica, sul mito tutto americano dell’eroe, sulla sua figura perennemente filtrata e codificata dai media, sui 15 minuti di fama di cui parlava Andy Warhol. È un saggio sulla perdita dell’innocenza della metropoli, sempre meno vivibile e sempre più calderone in procinto di esplodere, inferno dantesco, ancora in costruzione e già degradata.

Scorsese racconta la storia di questo suo (anti) eroe servendosi di una narrazione classicheggiante ma immaginifica, lineare ma capace di svincolarsi per restare funzionale al racconto (quando Travis impazzisce, davanti allo specchio, “impazzisce” anche il montaggio del film), e delinea uno stile potente ed originale che alterna iperrealismo esasperato a passi fortemente onirici. La sequenza finale, costruita sulla sottile linea che separa la realtà dal sogno, l’epica dal quotidiano, il bene dal male, è più vicina a Peckinpah che al primo Scorsese, e sembra ispirarsi, in maniera più o meno consapevole, ai massacri della guerra trasmessi in diretta TV. Nonostante il lieto fine, è un film senza vittoria nel decretare la distorta perversione della società USA: Travis è considerato un “vero eroe americano” solo quando lascia uscire il suo lato peggiore, violento e sanguinoso, in Vietnam come “a casa”. Vi fanno capolino alcuni temi forti del futuro cinema di Scorsese: la colpa, il peccato, la violenza animalesca insita nell’animo umano, l’assenza di innocenza nel potere.

La scena della strage finale non ha i colori desaturati per una scelta “ideologica”, come molti critici sostennero all’uscita: Scorsese scelse quella via per evitare problemi di censura. De Niro (magnifico) divenne una star, la critica si accorse dell’esistenza del regista e il personaggio di Travis venne proiettato nell’olimpo dei personaggi più riusciti della storia di Hollywood (difficile trovare qualcuno che non conosca il suo monologo davanti allo specchio: “ma dici a me?”) . Contributi tecnici d’alta classe: fotografia di Michael Chapman, montaggio di Marcia Lucas, musiche di (udite udite) Bernard Herrmann. Un grandissimo film, più attuale che mai.

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3 risposte a Taxi Driver

  1. occhiogrigioverde ha detto:

    “Are you talkin’ to me?”… Un cult assoluto…

  2. Pingback: Sleepers | Ne ho viste cose…

  3. Pingback: Copland | Ne ho viste cose…

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