Il silenzio degli innocenti

(The Silence of the Lambs)

Regia di Jonathan Demme

con Jodie Foster (Clarice Starling), Anthony Hopkins (Hannibal Lecter), Scott Glenn (Jack Crawford), Anthony Heald (Dr. Frederick Chilton), Ted Levine (Jame Gumb), Charles Napier (Tenente Boyle), Frankie Faison (Barney Matthews), Kasi Lemmons (Ardelia Mapp), Brooke Smith (Catherine Martin), Paul Lazar (Pilcher), Dan Butler (Roden), Lawrence T. Wrentz (Agente Burroughs), Stuart Rudin (Miggs), Diane Baker (Ruth Martin), Ron Vawter (Paul Krendler).

PAESE: USA 1991
GENERE: Thriller
DURATA: 118′

Per catturare il serial killer soprannominato Buffalo Bill, la recluta dell’Fbi Clarice Starling è costretta ad incontrare in carcere il cannibale gentiluomo Hannibal Lecter, che ha conosciuto l’assassino e può rivelare importanti particolari su di lui. Ma, in cambio di ogni informazione, pretende di sondare la personalità di Clarice e di scoprire i traumi del suo passato.

Scritto da Ted Tally, che ha adattato – molto – fedelmente il romanzo omonimo di Thomas Harris (1988), rappresenta una delle vette del cinema di Demme nonché uno dei migliori thriller polizieschi di tutti i tempi. Il regista penetra nell’abominio del male e lo scova, più che all’interno di una società che comunque sana non è, dentro le peggiori pulsioni umane di ognuno: come dire, prima di essere in qualunque altro posto, il male è sopito dentro di noi. Raramente un film aveva reso così bene un’atmosfera di morbosa perversione, e il merito è principalmente di una regia innovativa i cui canoni sono stati presi ad esempio per molti film di genere venuti dopo: è originale per come usa il flashback, per come rilegge le regole del cinema classico, per come rifiuta una banale spettacolarizzazione e punta invece ad immagini simboliste, visionarie, che spesso sbracano nell’onirico senza mai abbandonare il piano della realtà. Demme sceglie di girarlo quasi tutto con primi piani e soggettive frontali (spesso i personaggi guardano in macchina, guardano Clarice, ma guardano anche chi vede il film), una scelta che proietta lo spettatore nella stessa posizione di Clarice e, coinvolgendolo senza via di scampo nell’incubo, lo turba, lo spiazza, gli mette paura. La scena dell’ascensore e quella, sottofinale, degli infrarossi, sono due sequenze da antologia della suspense, impeccabili nella costruzione e geniali nell’ideazione. Con un ritmo invidiabile e un senso del racconto lodevole, il film ha rivoluzionato il concetto di indagine poliziesca al cinema (il giallo), mescolandolo con elementi del thriller e dell’horror e inserendovi un radicale pessimismo che non ammette repliche. Da apprezzare le scelte scenografiche di Kristi Zea, che tendono ad un barocchismo quasi wellesiano, e le musiche partecipi di Howard Shore. Vinse cinque (meritati) premi Oscar – film, regia, attore, attrice, sceneggiatura – e l’interpretazione di Hopkins è tutt’ora la più breve (circa 16 minuti) mai premiata dall’Accademy. Non solo: è anche una prova attoriale eccelsa, perfetta, ineccepibile per come sciocca lo spettatore senza mai andare sopra le righe. Il male non era mai stato rappresentato in modo così terrificante: forse perché non ha scuse, non ha cause, alberga semplicemente nella razza umana. I personaggi apparivano già in Manhunter di Michael Mann, 1986, tratto dal romanzo di Harris scritto prima de Il silenzio degli innocenti. All’interno del suo genere, è un film tutt’oggi inarrivabile.

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