La vita è bella

Regia di Roberto Benigni

con Roberto Benigni (Guido Orefice), Nicoletta Braschi (Dora), Giorgio Cantarini (Giosuè Orefice), Giustino Durano (Eliseo Orefice), Horst Buchholz (dottor Lessinger), Amerigo Fontani (Rodolfo), Sergio Bustric (Ferruccio Papini), Lydia Alfonsi (signora Guicciardini), Pietro De Silva (Bartolomeo), Marisa Paredes (madre di Dora), Giuliana Lojodice (direttrice), Francesco Guzzo (Vittorino), Gina Rovere (governante di Dora).

PAESE: Italia 1997
GENERE: Commedia, Drammatico
DURATA: 120′

Sul finire degli anni trenta il campagnolo ebreo Guido arriva nella grande città: conosce una bella maestrina e hanno un figlio. Sei anni dopo le leggi razziali li dividono e la famigliola finisce in un campo di concentramento. Per non fargli avere paura, Guido dice al figlio che si tratta di un gioco e che il primo premio è un carro armato nuovo di zecca.

Scritto da Benigni con Vincenzo Cerami, è tutt’ora il film del comico toscano di maggior successo nonché uno dei più grandi successi italiani di sempre. Molti critici gli si sono scagliati contro perché “scherza su un tema non risibile come l’olocausto”. Certo ha molti difetti: il modo – non sempre felice – in cui la comicità farsesca del comico toscano entra nei campi; un assunto di partenza poco credibile (possibile che Giosué sia l’unico bambino in tutto il campo?), così come poco credibili sono alcune sequenze; uno stile registico non sempre all’altezza di ciò che vorrebbe inscenare; più d’uno scivolone a livello storico. Tuttavia, non è difficile accorgersi che in realtà Benigni non scherza affatto sullo sterminio degli ebrei, bensì innesta la struttura della commedia su quella della Storia, girando una specie di fiaba moderna che racconta la vita di un padre che, per amore di un figlio, ha tentato di nascondergli le efferatezze della guerra: un amore più forte di tutto, anche della morte. E il punto di vista, checché se ne dica, resta quello puro e ingenuo (e fiabesco) del piccolo Giosuè.

È una storia d’amore che travalica le questioni politiche, razziali, sociali, e ci dice che quando ci sono legami veri, nemmeno l’odio può reciderne i fondamenti. Il film si divide in due parti distinte: la prima, solare e divertente, racconta bene quel clima di velata paranoia che anticipò l’arrivo delle leggi razziali; la seconda, più cupa e tragica (ma anche più piena dei difetti citati sopra), proietta la famigliola dentro l’incubo dei campi. Due parti che Benigni accentua anche in modo visivo, riprendendo la prima come un quadro corale (un po’ felliniano) che si divide tra una sagace ricostruzione d’epoca e sprazzi onirici e personali (il cavallo pitturato), la seconda come un metafisico viaggio nell’abominio del male in cui ogni colore vivo ed acceso della prima parte scompare; fino alla partenza della famiglia, infatti, il film è un tripudio di colori, di atmosfere chiare e soleggiate che riempiono il cuore con la loro sola presenza; dopo la deportazione tutto diviene buio e sfocato, e ogni colore non è che una rilettura dei toni su base nera (grande, a questo proposito, la fotografia di Tonino Delli Colli, qui alla sua ultima prova). Tre Oscar (colonna sonora a Nicola Piovani, miglior attore a Benigni e miglior film straniero), un’infinità di David di Donatello, e Nastri d’Argento, Festival, ecc, ecc. Ha anche il merito di aver rilanciato in un momento buio il cinema italiano nel mondo.

Pellicola rischiosa ma, pur coi suoi difetti, riuscita: dovrebbe essere mostrata nelle scuole.

Voto 

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