Il gatto a nove code

Regia di Dario Argento

con James Franciscus (Carlo Giordani), Karl Malden (Franco Arnò), Catherine Spaak (Anna Terzi), Tino Carraro (Professor Fulvio Terzi), Pier Paolo Capponi (Commissario), Aldo Reggiani (Dottor Casoni), Horst Frank (Dottor Braun), Rada Rassimov (Bianca Merusi), Carlo Alighiero (Dottor Calabresi), Cinzia De Carolis (Lori), Tom Felleghy (Dottor Esson), Emilio Marchesini (Dottor Morbelli), Corrado Olmi (Morsella), Vittorio Congia (Fotografo Righetto), Umberto Raho (amante di Manuel).

PAESE: Italia 1971
GENERE: Giallo
DURATA: 112′

In un istituto scientifico di ricerche genetiche un’effrazione senza furto da il via ad una serie di efferati delitti. Un giornalista farfallone e un anziano cieco – ex giornalista – indagano.

Secondo film di Argento, dopo l’exploit de L’uccello dalle piume di cristallo. Fortemente voluto dai distributori americani (il primo film fu un successone oltreoceano), la pellicola si basa sugli stessi elementi che avevano reso grande la precedente: azione serrata colma di suspense alternata a intermezzi da commedia, gusto per la macchietta, talento visionario che trasforma le città italiane (Torino, Roma) in metropoli gotiche oscure e misteriose, illuminazione scarna che assurge alla metafisica. Argento non si cura né della verosimiglianza (vistosi i buchi narrativi) né tantomeno della veridicità delle teorie scientifiche che espone (il male “genetico”? – sic!), ma è indubbio che il film funzioni e che molte scene siano ben costruite: quella in cui il rasoio di un barbiere un po’ pittoresco fa più paura di qualsiasi assassino; quella in cui un foglietto col nome dell’assassino viene mostrato ai personaggi ma non allo spettatore, creando una sorta di suspense “al contrario”; quella – molto hitchcockiana – dei bicchieri di latte avvelenati; quella in cui il protagonista resta chiuso in una cripta di notte. E la felice intuizione dell’occhio “gigante” dell’assassino contrapposto “alla cecità dell’investigatore” (M. Morandini). Musiche di Morricone bruttine. La scena del circolo gay suscitò qualche protesta perché gli omosessuali sono rappresentati come checche: giusto, ma il passo in cui l’amante di Miguel si confessa al giornalista è la scena d’amore più malinconica e dolente del cinema di Argento.

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