La maschera del demonio

(Titolo internazionale: Black Sunday)

Regia di Mario Bava

con Barbara Steele (principessa Katia Vajda/ Asa Vajda), John Richardson (Andrej Gorobec), Ivo Garrani (padre di Katia), Andrea Checchi (Choma Kruvajan), Arturo Dominici (Igor Javutic), Enrico Olivieri (Costantino Vajda), Clara Bindi (Locandiera), Germana Dominici (Sonia), Mario Passante (Cocchiere), Tino Bianchi (Ivan), Antonio Pierfederici (Pope).

PAESE: Italia 1960
GENERE: Horror
DURATA: 87′

Due medici in giro per le steppe russe fanno resuscitare inavvertitamente la strega Asa, suppliziata due secoli prima. Quest’ultima vuole reincarnarsi nella giovane discendente Katia, identica a lei in tutto e per tutto…

Fulminante esordio di Mario Bava, abilissimo direttore della fotografia. Quattro anni dopo il primo horror italiano – I vampiri di Riccardo Freda, da Bava fotografato – passa dietro la macchina da presa e firma un piccolo gioiello di paura che suggerì vie nuove al genere dell’orrore. Impregnato di un romanticismo dichiarato, il film fu il primo in Italia a sfruttare le architetture gotiche come “spazi dell’incubo” e i boschi spogli e pieni di rovi come luoghi onirici atti alla fermentazione della  paura. Con un talento visionario impensabile per l’epoca, il regista detta le regole di un genere che gli dovrà tutto, sia esso esplorato da Dario Argento o da Lucio Fulci. La paura italiana dal dopoguerra ad oggi arriva tutta da qui. Bava, che curò anche gli effetti speciali, impone una regia innovativa che, evitando di nascondersi dietro le ellissi tipiche dell’horror, genere troppo precario per esplorare la (poco fruttuosa) crudeltà, mostra senza riserve mostruose creature e tremende torture.

Viste oggi le incursioni nello splatter (il volto martoriato di Asa che si rianima, il cadavere del cocchiere) non sono nulla di speciale, ma per lo spettatore del tempo furono botte mai viste. Quando, nell’introduzione, un boia mascherato prende a martellate una maschera chiodata posata sul volto della protagonista – che, irrimediabilmente, schizza sangue a volontà – ci si accorse di essere davanti a un qualcosa di nuovo, di terribile, di veramente pauroso: il cinema faceva proprio il concetto della crudeltà aurtadiano e aggrediva lo spettatore senza più remore. Efficacissima l’ambientazione brumosa e nebbiosa (che sembra ispirata ai quadri di Caspar David Friedrich), coadiuvata da una fotografia contrastata dello stesso Bava che ha del geniale: si pensi ai giochi di ombre sui volti delle persone che, senza stacchi, cambiano la propria condizione da vivi a morti. Ma forse non tutti sanno che Bava curò anche gli effetti speciali, i primi veri grandi trucchi sanguinolenti del cinema italiano: insomma, La maschera del demonio è a tutti gli effetti un film horror d’autore, il primo in Italia e uno dei più importanti del mondo.

Tim Burton gli ha rubato le atmosfere oniriche in bilico tra favola e incubo, i registi italiani l’hanno plagiato all’inverosimile, addirittura Mel Brooks l’ha omaggiato nel suo Frankenstein Junior (avete presente la scena del passaggio segreto dietro il quadro?). Il genere fantasy conosce la perversione, l’atmosfera morbosa, e diviene orrore. Certo, molti passi – specialmente i dialoghi da sceneggiato -, non hanno tenuto i tempi come si poteva sperare, ma questo esordio a basso costo rappresenta uno dei film più importanti nel panorama italiano: regia innovativa (inquadrature “normali” e movimenti di macchina fluidi nelle scene di quiete, inquadrature con asse storto e fulminei movimenti di macchina quando scoppia l’incubo), montaggio (di Mario Serandrei) serrato, sceneggiatura semplice ma mai banale, musiche funzionali ed originali di Roberto Nicolosi. L’interprete principale maschile (Richardson) è troppo opaco, ma sono ottimi tutti i comprimari – tra cui si scorgono Ivo Garrani e Andrea Checchi – e, soprattutto, la Steele nel ruolo che l’ha consacrata.

Grande successo di pubblico e critica, prima internazionale che italiano. Da vedere.

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