I magliari

Regia di Francesco Rosi

con Renato Salvatori (Mario Balducci), Alberto Sordi (Ferdinando Magliulo, detto Totonno), Belinda Lee (Paula Mayer), Nino Vingelli (Vincenzo), Aldo Giuffré (Armando), Aldo Bufi Landi (Rodolfo Valentino), Nino Di Napoli (Ciro), Lina Vandal (Frida), Joseph Dahmen (Mayer), Carmine Ippolito (don Raffaele Tramontana), Pasquale Cennamo (don Gennaro), Ubaldo Granata (Umberto, direttore del ristorante).

PAESE: Francia, Italia 1959
GENERE: Drammatico
DURATA: 121′

Mario, italiano in cerca di lavoro ad Hannover, Germania, si mette in società con il magliaro disonesto Totonno. Ma nell’attività ci sono infiltrazioni mafiose, e Totonno pagherà caro il suo voler scalzare il vecchio boss Tramontana. A Mario non resta che tornare in Italia.

Secondo film di Rosi, scritto con Suso Cecchi D’Amico e Giuseppe Patroni Griffi. Come il precedente La sfida (1958), è intinto in un verismo sconsolato e desolante. Il sud non c’è, ma lo si respira nell’aria: la sede dei magliari è una sorta di “micro- sud”, con le sue contraddizioni, le sue zone oscure, la sua miseria. Il suo tema latente è il “miraggio”: come l’Italia attuale, la Germania degli anni cinquanta viene esaltata dai media come “paradiso terrestre”, nascondendo la povertà imperante e la corruzione dilagante sotto una scorza di rispettabilità (simbolico, a questo proposito, il personaggio di Herr Mayer). Rosi riprende i suoi perdenti “dall’interno”, senza visioni d’insieme che li osservino dall’alto; punta su una struttura solo apparentemente lineare, in realtà volutamente frammentaria (si pensi all’ellissi che avviene quando Mario cambia vita), ben ambientata in spazi veri (Hannover e Amburgo) che accentuano il realismo di fondo. Il regista italiano usa ancora piano sequenza e profondità di campo per scopi artistici, ma inserisce anche alcuni spunti meta- cinematografici che da lui non ci si aspetta ma che nel suo cinema aumenteranno esponenzialmente: il personaggio di Sordi parla con lo spettatore, guarda in macchina, permette a Rosi di svelare la sua presenza e di concepire il cinema come un’arma nelle sue mani. Il personaggio di Sordi rappresenta forse il difetto più grande del film: la sua verve comica stona con le atmosfere morbose, cupe, e troppe volte sacrifica il realismo del film alla commedia dialettale. Anche il personaggio principale, nonostante un grande Renato Salvatori, è troppo opaco, e il suo percorso è troppo poco psicologicamente definito. La scena in cui la prostituta Paula decide di non partire con Mario (per non rinunciare all’effimera ma garantita paga che si procura battendo) è uno dei pezzi più tristemente malinconici e commoventi del cinema di Rosi. Producono Franco Cristaldi e Titanus; fotografia di Gianni Di Venanzo, musiche di Piero Piccioni e montaggio di Mario Serandrei. Un film sincero, anche se non del tutto riuscito.

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