Il Grinta²

(True Grit ²)

Regia di Joel Coen, Ethan Coen

con Jeff Bridges (Reuben J. “Rooster” Cogburn), Matt Damon (LeBouef), Hailee Steinfeld (Mattie Ross), Josh Brolin (Tom Chaney), Barry Pepper (“Lucky” Ned Pepper), Domhnall Gleeson (Moon), Leon Russom (Sceriffo), Paul Rae (Emmett Quincy), Elizabeth Marvel (Mattie Ross a 40 anni), Ed Corbin (Bear Man), Bruce Green (Harold Parmalee), Peter Leung (Mister Lee), Candyce Hinkle (proprietaria della pensione).

PAESE: USA 2010
GENERE: Western
DURATA: 110’

La quattordicenne Mattie Ross arriva a Fort Smith per vendicare la morte del padre, ucciso e derubato dal suo collaboratore Tom Chaney. Per farlo ingaggia lo sceriffo federale “Rooster” Cogburn, vecchio, sovrappeso, alcolizzato e con un occhio solo. Il rapporto tra i due (più uno, il Texas ranger LaBouef, che possiede anch’egli buoni motivi per fermare Chaney) non è facile, ma la ragazzina saprà dimostrare al suo mentore di essere forte e determinata…

Primo western dei Coen, tratto dal romanzo omonimo di Charles Portis (1968) che già aveva ispirato nel 1969 un filmetto di Henry Hathaway con John Wayne (premiato con l’unico Oscar della sua carriera). Crepuscolare, funereo, impregnato d’humor nero, più vicino all’ultimo Eastwood (quello de Gli Spietati) che ad Hathaway per come demistifica e rivisita i miti della frontiera, racconta cowboy vecchi e stanchi che non sono più eroi senza macchia e pieni di ideali, ma ubriaconi armati che gestiscono arbitrariamente la giustizia nascondendo parecchi scheletri dentro l’armadio. Si parla anche del concetto di spettacolarizzazione del West: alla fine si scopre che Rooster ha finito i suoi giorni “recitando” la parte di un pistolero in un wild west show. Nulla di nuovo, certo, ma la materia è riletta in modo estremamente personale. Manca innanzitutto qualsiasi vera distinzione tra buoni e cattivi, e addirittura quello che dovrebbe essere l’antagonista principale, quel Chaney atteso e cercato per tutto il film, non è che uno stupido scemo che sommessamente prende ordini da un altro uomo. Colpisce poi la struttura, quella di un film d’inseguimento a suspense in cui, tuttavia, il vero climax della storia non è il duello finale – atteso per tutto il film e, inaspettatamente, risolto in poche, fulminee inquadrature – ma il viaggio onirico e surreale che Cogburn compie per salvare Mattie ferita. Ecco perché, prima ancora di essere un western sul tramonto degli eroi, è un racconto di formazione anomalo in cui il vero percorso formativo è quello dell’adulto, del padre (anche se putativo) piuttosto che della figlia. La macchina da presa snobba i duelli e indugia sui volti, sui dialoghi, riuscendo a raccontare in maniera poetica una piccola, casta storia d’amore impossibile.

Dieci nomination all’Oscar, ma nessuna statuetta: peccato, perché lo meritavano certamente almeno Jeff Bridges (bravissimo), la fotografia pittorica di Roger Deakins e le scenografie perfette di Jess Gonchor e Nancy Haigh, nonché la bellissima (e nemmeno nominata) musica di Carter Burwell. Al montaggio, dietro il tradizionale pseudonimo di Roderick Jaynes, si nascondono i registi stessi. In colonna sonora appare la struggente Leaning on the Everlasting arms, inno religioso tradizionale già sentito nello strepitoso La morte corre sul fiume (1955) di Charles Laughton, col quale True Grit ha ben più di un punto in comune. Rimane uno dei film classici “più classici” dei Coen, lineare, narrativamente pulito, talvolta anche un po’ prevedibile. Ma pieno di piccoli momenti – si pensi, ad esempio, alla scena dell’uomo orso – che lo rendono qualcosa che non somiglia a nient’altro. Godibile, sincero, fatto e recitato benissimo da tutti. Da vedere.

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