Appuntamento a Belleville

(Les Triplettes de Belleville)

Regia di Sylvain Chomet

PAESE: Belgio, Canada, Francia 2003

GENERE: Animazione

DURATA: 78’

Il ciclista triste Champion viene rapito mentre partecipa, con risultati assai modesti, al Tour De France. La sua saggia nonnina e il suo goffo cagnone Bruno lo ritrovano nella megalopoli di Belleville, sfruttato dalla mafia russa come fenomeno “ciclistico” da baraccone. Con l’aiuto di tre ex starlette mangiatrici di rane riusciranno a sgominare la banda e, finalmente, a riportarlo a casa…

Primo lungometraggio di Chomet, fumettista e animatore francese già pluripremiato per i suoi corti. Si tratta di uno splendido cartone animato “vecchio stile” disegnato con tratto unico e originale e basato su una pantomima – i personaggi parlano solo all’inizio e alla fine, nella cornice – che ricorda da vicino Jacques Tati per come trasforma le parole in mugugni, per come utilizza gli effetti sonori e per come racconta tutto con le sole immagini, senza la pressante intrusione delle parole. Un film che sarebbe piaciuto a gente come Charlie Chaplin o Buster Keaton, un piccolo capolavoro nostalgico (e praticamente muto) che regala inaspettati picchi di poesia pura. Senza retorica e senza sentimentalismi, attua e approfondisce non banali discorsi sull’ineluttabilità del tempo, sul progresso incalzante, sulle ambizioni dell’individuo, sui rapporti famigliari. Si basa essenzialmente sul contrasto tra carne (sia essa umana o canina) e macchina, un rapporto che, secondo Chomet, è utile per comprendere in che direzione è andato il mondo tra gli anni ’30 e gli anni ’60 (lasso di tempo in cui è ambientato il film) e in quale stato, di conseguenza, si trovi adesso.

Belleville è un incrocio perfettamente riuscito tra Gotham City, Parigi e New York, e la satira con cui mette alla berlina, più che gli arroganti e obesi Stati Uniti, la corruzione “morale” del mondo occidentale, è un qualcosa di raro all’interno dei film d’animazione. Un’animazione fresca e realista che non ha nulla a che vedere con quella americana (stile Pixar) o giapponese. Senza mai urlare, senza cedere agli stereotipi strutturali cui anche i cartoni, spesso, attingono, il film propone una trama nuova ed innovativa, ben amalgamata coi bellissimi disegni (e coi bellissimi colori, un po’ sbiaditi come se appartenessero a cartoline d’epoca) che suggeriscono sottintesi simbolisti non da poco. Tra un cane che passa la vita ad abbaiare ai treni e tre anziane ex cantanti che suonano elettrodomestici, tra bodyguards tutti uguali che difendono mafiosi tutti uguali che gli vivono in grembo e camerieri talmente servili da aver perso la spina dorsale, tra rane pescate col carburo e boyscout molto zelante, il film delinea ogni singolo personaggio come la metafora di una categoria, di un concetto universale. La riflessione che innesta è una riflessione “politica”, e lo fa sia a livello tecnico che a livello tematico: “parliamo ancora delle storie di una volta, e parliamone con lo stile di una volta”. L’effetto, certamente, è sincero ed emozionante.

Non è difficile comprendere che lo apprezzeranno più gli adulti che i bambini, ma il suo anticonvenzionale sguardo morale lo rende un film che tutti dovrebbero vedere, almeno una volta. Se non altro, per scoprire che nel mondo del cinema ci sono ancora artigiani fuori dagli studios che hanno qualcosa da dire, e lo fanno bene. Menzione speciale alla colonna sonora jazz di Ben Charest, capace di evocare l’atmosfera di un’epoca e di guidare i personaggi (tutti strepitosi) lungo i binari di una malinconia ironia che, a tratti, diventa esilarante. Impareggiabile il cartoon iniziale, realizzato in pieno stile Disney e popolato da caricature di mostri sacri come Django Reinhardt, Josephine Baker e Fred Astaire, divorato dalle proprie scarpe che citano a loro volta Chi ha incastrato Roger Rabbit. Ma soffermandosi troppo sulle influenze o sulle citazioni si rischia di non valorizzare abbastanza un film che è arrivato come una ventata d’aria fresca – e pulita – nel panorama mondiale del cinema disegnato. Cinema d’autore, cinema d’alta classe. Insomma, da non perdere.

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