La ballata di Cable Hogue

(The Ballad of Cable Hogue)

Regia di Sam Peckinpah

con Jason Robards (Cable Hogue), Stella Stevens (Hildy), David Warner (Joshua), Strother Martin (Bowen), Slim Pickens (Ben Fairchild), L. Q. Jones (Taggart), Peter Whitney (Cushing), R. G. Armstrong (Quittner), Gene Evans (Clete), William Mims (Jensen), Kathleen Freeman (Mrs. Jensen), Susan O’Connell (Claudia).

PAESE: USA 1970
GENERE: Western
DURATA: 121’

Abbandonato dai compagni in mezzo al deserto, il cercatore d’oro Cable Hogue trova una falda acquifera e fa partire un’attività. Diventato ricco, sogna di andarsene con la donna che ama, ma verrà letteralmente schiacciato dal progresso.

Scritto da John Crawford e Edmund Penney, il quinto film di Peckinpah è privo della violenza esasperata dei precedenti e si distingue per essere un rarissimo tentativo riuscito di coniugare la struttura della commedia (atta ad accentuare il grottesco) coi canoni del western. C’è molta ironia, ma sotto il divertimento cela una delle riflessioni più argute sul crepuscolo dell’epopea: il selvaggio west lascia il posto al progresso, incarnato dall’automobile che “schiaccia” letteralmente Hogue e si guadagna spazio pian piano all’interno dell’inquadratura. Peckinpah è interessato a svelare la realtà dietro la leggenda, e lo fa rileggendo il tema del selfmademan attraverso l’analisi del suo retroterra capitalista. Il suo è uno sguardo dissacratore nei confronti di un paese (gli states) che ha rinnegato le proprie origini per la smania di trasformarle in una (necessaria ma fasulla) leggenda: a questo proposito, la scena in cui Cable issa la bandiera americana su un pennone improvvisato sottolinea il pensiero del regista, lucidamente critico verso una nazione che è partita “sbagliata” già dalla sua formazione. Il regista inscena il tutto con una regia originale, incredibilmente moderna: utilizza in modo funzionale lo split screen, frantuma spazio e tempo (come nella scena del funerale, in cui il sermone di Josh inizia con un Cable vivo nel letto e finisce col medesimo sepolto sotto un metro di terra) attraverso ellissi e dilatazioni, utilizza un montaggio simbolico molto innovativo, anche a scopi comici (la scena in cui si continuano a vedere le soggettive di Cable che guarda le tette di Hildy e non riesce a distoglierne lo sguardo), utilizza ralenti e aumenti di velocità per accentuare talvolta l’epica, talvolta il riso, ispirandosi anche e soprattutto alle comiche del cinema muto.

La sequenza finale è uno dei pezzi più riusciti del cinema di Peckinpah: fonde alla perfezione ironia e malinconia, tristezza e comicità, poesia e prosa lirica. Le pennellate erotiche sono ben inserite (grazie anche alla Stevens, che si mostra generosamente alla macchina da presa), e al film si può rimproverare semmai qualche caduta di gusto, un po’ datata, nelle sequenze dell’idillio d’amore tra i protagonisti. Ma la sua carica, al di là di tutto, appare ancora oggi inalterata. L’America lo ripudiò, e non è facile crederci: non si tratta propriamente di un western convenzionale (non ci sono duelli, non ci sono scontri, battaglie, ecc), e il suo messaggio “politico” – che invece fu molto apprezzato in Europa – dice troppe cose negative su un paese che, da sempre, tenta di cancellare le proprie ombre. Strepitose le musiche di Jerry Goldsmith, immenso Jason Robards (coadiuvato da un ottima squadra di comprimari) ma preziosa anche la fotografia di Lucien Ballard. Divertente, commovente, bellissimo.

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