Quarto Potere

(Citizen Kane)

Regia di Orson Welles

con Orson Welles (Charles Foster Kane), Joseph Cotten (Jedediah John Leland), Dorothy Comingore (Susan Alexander Kane), Everett Sloane (Mr. Bernstein), Agnes Moorehead (Mary Kane), Ray Collins (James W. Gettys), Ruth Warrick (Emily Monroe Norton Kane), William Alland (Jerry Thompson), George Coulouris (Walter Parks Thatcher), Paul Stewart (Raymond il maggiordomo), Philip Van Zandt (Mr. Rawlston).

PAESE: USA 1941
GENERE: Drammatico
DURATA: 119’

Charles Foster Kane, magnate americano della stampa, muore nella fortezza di Xanadù, dove viveva volontariamente segregato da molti anni. Prima di esalare l’ultimo respiro, pronuncia la parola “Rosabella” (“Rosebud” nella versione originale). Cosa significa? Un giornalista è incaricato di scoprirlo…

Straordinario esordio del 25enne Orson Welles, giunto ad Hollywood con un contratto unico nella storia del cinema che gli permetteva di essere produttore, sceneggiatore, regista e interprete. Reduce dalla risonanza ottenuta con la celebre trasmissione radio del 1938 (durante la quale lesse un adattamento de La guerra dei mondi di H. G. Wells che provocò ondate di panico agli ascoltatori, convinti di assistere ad un notiziario su un’imminente invasione aliena), Welles si approcciò alla settima arte senza inibizioni è firmo uno dei film più importanti – forse IL più importante – mai uscito dalla Fabbrica dei sogni fino a quel momento. Compendio di una serie infinita di suggestioni filmiche, il film rinnovò radicalmente il cinema classico e segnò profondamente tutto ciò che fu girato dopo. Trasformò in arte procedimenti considerati obsoleti o “poco artistici” come la profondità di campo (lo spettatore sceglie dove posare lo sguardo all’interno dell’inquadratura, e i personaggi possono disporsi su più piani per andare a creare dinamismi perfettamente coreografati ottenuti senza l’ausilio del montaggio) e il piano sequenza (che scruta senza stacchi l’avanzamento del tempo); le due tecniche, utilizzate insieme, creano un connubio formale insuperato che affida il suo fascino alle fluide geometrie dei movimenti di macchina, ad una minuziosa cura degli ambienti. A questo proposito, celeberrima la scena dell’infanzia di Kane, svolta quasi interamente con un piano sequenza che, grazie alla profondità di campo, innesta una serie di riflessioni simboliche che si trasmettono attraverso la posizione scenica dei protagonisti: la madre, in primo piano a destra, è colei che prende la decisione di dare in affidamento il piccolo Charles; il banchiere Thatcher, centrale, è colui che gestisce “l’affare”; il signor Kane, a sinistra, è arretrato perché non ha diritto di replica; Charles resta il personaggio più lontano dalla macchina da presa ma, incorniciato dalla finestra e stagliato sulla neve esterna, è il fulcro visivo della scena, il soggetto della vicenda narrata.

I luoghi diventano prosecuzioni dell’anima dei protagonisti, e ogni singola inquadratura è concepita come un quadro simbolista che svela e indaga la personalità di Kane: quando egli sta preparando la campagna elettorale, sicuro di vincere, viene inquadrato dal basso e l’illuminazione gli da un tono epico, maestoso; lo stesso procedimento, utilizzato – con una diversa illuminazione – quando il protagonista ha appreso di aver perso le elezioni, schiaccia la sua figura contro il soffitto e trasmette un senso di soffocamento e oppressione. La sua perfetta struttura a incastro – basata su 6 flashback che, narrando le vicende da diversi punti di vista, ne evidenziano la soggettività (riproponendo anche due volte la stessa scena) – si fa ammirare ancora oggi per la maestria con cui è concepita. Welles fa proprie le lezioni dell’espressionismo tedesco (si pensi alla scena, volutamente surreale, del comizio elettorale, o alle modalità con cui è ripreso il maniero di Kane), delle avanguardie (che fanno capolino della disgregazione temporale del racconto) ma punta ad un barocchismo scenografico tutto suo che trasmette anche visivamente il gigantismo caratteriale del protagonista. Prende tutte le tecniche proprie del cinema americano, passato e presente, le rilegge e, in merito al linguaggio filmico, mette la parola “fine” a ciò che è stato e getta le basi per ciò che sarà. Non solo: l’uso che fa della macchina da presa (che svela la presenza del regista, in quanto solo lui – e con lui, ovviamente, lo spettatore – conoscerà il segreto dell’enigma di Rosabella, mentre nessun personaggio interno all’universo filmico scoprirà la verità)  ribadisce, in concomitanza con l’importanza “storica” del contratto con la RKO, la centralità di un artista/ autore che non ha paura di giudicare, contemplare, segnalare la propria esistenza e la propria aspirazione ad una libertà espressiva che può essere tale soltanto senza interventi “industriali” esterni.

Oltre che per la perfezione formale dettata da una sfilza di contributi tecnici da 10 e lode (montaggio del futuro regista Robert Wise, fotografia di Gregg Toland, sceneggiatura di Welles e Herman J. Mankiewicz, musiche di Bernard Herrmann), il film si fa notare per il coraggio con cui decreta l’ambiguità del sogno americano (proiettata nell’ambiguità del “cittadino Kane”), per l’intelligenza con cui smonta il mito del capitalismo, per l’ironia beffarda con cui mette alla berlina lo strapotere dei media. È il primo film che si fa metafora delle contraddizioni di un intero paese che, fino a quel momento, pensava con arroganza di non possederne. Ma è anche un film che parla d’amore, d’amicizia virile, di sogni sporcati da se stessi e dagli altri. Non fu – come invece vuole la leggenda – un fiasco commerciale, in quanto la RKO guadagnò il doppio di ciò che aveva speso per la realizzazione: la sfortuna del film – rivalutato soltanto negli anni ’50 dalla critica francese –derivò dal fatto che ci fossero parecchie somiglianze tra Kane e il “vero” magnate della stampa William Randolph Hearst (che, si dice, chiamava “Rosebud” le parti intime della moglie); quest’ultimo, influente proprietario di giornali, riviste, case editrici, attuò un’operazione di boicottaggio nei confronti del film che non conosceva precedenti, talmente fitta e ben organizzata che non solo fece cadere il film in un triste dimenticatoio, ma addirittura segnò profondamente la carriera di Welles, etichettato come “comunista nemico degli americani”. Il grande pubblico, comunque, non si dimostrò pronto per un film maturo e proiettato nel futuro come Quarto Potere. Che, al di là di tutto, ha avuto la propria rivincita: non c’è classifica autorevole che non lo inserisca al primo posto nella lista dei film migliori di tutti i tempi. Inarrivabile.

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