Frost/ Nixon – Il duello

(Frost/ Nixon)

Regia di Ron Howard

con Frank Langella (Richard Nixon), Michael Sheen (David Frost), Kevin Bacon (Jack Brennan), Sam Rockwell (James Reston Jr.), Toby Jones (Swifty Lazar), Matthew Macfayden (John Birt), Oliver Platt (Bob Zelnick), Rebecca Hall (Caroline Cushing), Andy Milder (Frank Gannon), Kate Jennings Grant (Diane Sawyer), Gabriel Jarret (Ken Khachigian), Jim Meskimen (Ray Price), Patty McCormack (Pat Nixon).

PAESE: GB, USA 2008
GENERE: Storico
DURATA: 122’

Nel 1977 – tre anni dopo lo scandalo Watergate – il giornalista britannico di media fama David Frost ottiene di poter intervistare Richard Nixon. Diventa un duello. Dopo tre sessioni in cui l’ex presidente spadroneggia (e, paradossalmente, riacquista credibilità), il giornalista, alla quarta, riesce a estorcerli ciò che gli americani attendevano dal 1974: una confessione di colpevolezza, riassunta dalla frase “se è il presidente a farlo, allora vuol dire che non è illegale”.

Tratto da un dramma teatrale di Peter Morgan – che ha anche adattato la sceneggiatura per il grande schermo – il diciannovesimo film dell’ex Ritchie Cunningham di Happy Days Ron Howard rappresenta una delle sorprese più piacevoli della stagione 2008/2009. Senza l’eccessiva enfasi dei film di Stone, e senza gli spettacolarismi tipici di questo genere di biopic, Howard indaga, senza giudizi che non siano quelli già dati dalla storia, su uno scontro frontale tra Davide e Golia, su un duello mediatico che duello non è: i primi tre round li vince Nixon, l’ultimo lo perde per propria scelta. Il regista rifugge alle trappole dell’agiografia e attribuisce a Nixon una statura epica che probabilmente egli non aveva (come, ad esempio, nella sequenza della telefonata notturna Frost/ Nixon): ma, metaforicamente, il Nixon di Langella è più vero di quello vero, perché all’interno della sua figura coesistono una serie di implicazioni simboliche necessarie per comprendere il declino del sogno americano. Da Nixon in avanti, gli statunitensi (e non soltanto loro) iniziarono a comprendere quanta corruzione ci fosse nel mondo politico: il che, disse lo stesso Nixon, portò ad un’ondata di anti- politica (“tanto sono tutti uguali”) che serpeggia ancora oggi tra gli elettori di tutto il mondo. Il film non perdona Nixon, bensì ne contempla l’autodistruzione; non idolatra Frost, bensì ne sottolinea l’ambigua testardaggine. Il presidente è ammantato di una cupa grandezza, ma Howard non solidarizza con lui: piuttosto, ne contempla il declino, provocato da quella che Morandini chiama una bulimica fame di potere. Non cerca di creare eroi (non passa per tale nemmeno Frost, troppo desideroso di fama per essere lucido o eticamente ineccepibile), e non a caso gli unici personaggi a perseguire un ideale sono due comprimari che, pur partecipando al duello, non ne sono protagonisti: Jack Brennan, capo della sicurezza del Presidente che lo tratta, paradossalmente, come un figlio, e James Reston, professore dello staff di Frost che porta al film lo sguardo “morale” che manca ai partecipanti del duello.

Il film si fa molti scrupoli per trasmettere un idea di realismo storico: lo dimostra il fatto che sia costruito su diversi flashback che nascono dalle testimonianze dei protagonisti della vicenda (esclusi Nixon e Frost), interpretati dagli attori ma ripresi come in un documentario. Una scelta rimarcata anche da una regia che predilige la camera a mano, imperniata su un montaggio che spezza, dilata, comprime: da un lato accentua l’impronta giornalistica del lavoro, dall’altro crea un ritmo sostenuto che si attenua solo nel quieto finale in cui un Nixon battuto e invecchiato contempla il pacifico dalla sua villa. Ottima ricostruzione d’epoca dello scenografo Michael Corenblith, coadiuvata dalle belle musiche di Hans Zimmer e dalla pregevole fotografia di Salvatore Totino, che risalta i colori accesi e cambia registro a seconda delle sequenze. Bellissima e non banale, infine, la riflessione che suggerisce sul rapporto media- politica: Nixon perse il dibattito televisivo con Kennedy nel 1960 anche perché sudava troppo, mentre perde quello con Frost perché la forza del primo piano imprime per sempre il suo volto finito e stanco nell’immaginario degli spettatori. Non perde con le parole, perde col volto: è l’ennesima prova di quanto questa società sia superficiale e dedita al culto dell’apparenza. Le interviste di Frost raggiunsero 45 milioni di spettatori, e restano tutt’ora il suo più grande successo. Cinque nomination agli Oscar ma (ingiustamente) nemmeno una statuetta. La scena in cui Frost sconfigge Nixon con documenti (pubblici) alla mano non solo è la più riuscita del film, ma è anche la più rappresentativa: suggerisce che al popolo basterebbe informarsi per sapere la verità, ma costa troppa fatica. Meglio guardare i processi falsati dalla televisione. Langella è straordinario, ma non c’è un attore “sbagliato” nemmeno tra i comprimari. Forse è il miglior film di Howard, maestro che riesce a creare la suspense anche su avvenimenti che si conoscono già e che sono già stati giudicati dalla Storia. Da non perdere.

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