Salvatore Giuliano

Regia di Francesco Rosi

con Frank Wolff (Gaspare Pisciotta), Salvo Randone (Presidente della corte d’Assise), Federico Zardi (Avvocato di Pisciotta), Pietro Cammarata (Salvatore Giuliano), Nando Cicero (bandito), Giuseppe Teti (giovane pastore), Cosimo Torino (Frank Mannino), Giuseppe Calandra (Carabiniere in borghese), Pietro Franzone (declamatore dell’inno separatista), Renato Pinciroli (Pinciroli).

PAESE: Italia 1961
GENERE: Storico
DURATA: 118’

5 luglio 1950. A Castelvetrano (Trapani) viene trovato il cadavere del bandito Giuliano. Il film ripercorre la sua storia evidenziando gli intrighi tra stato e mafia, passando per la strage di Portella della Ginestra (1947) ed arrivando all’avvelenamento di Pisciotta (luogotenente di Giuliano) in carcere, poco prima che testimoniasse al processo…

Terzo film di Rosi, scritto dal regista con Suso Cecchi D’Amico, Enzo Provenzale e Franco Solinas. Inaugurò il florido filone del film- inchiesta, di cui Rosi fu assiduo esploratore nonché miglior esecutore. Il titolo del film, inizialmente, doveva essere Sicilia ‘43-‘50, il che la dice lunga sulle intenzioni del regista: più che il personaggio di Giuliano – lasciato sullo sfondo e mostrato da vicino soltanto quando è cadavere – a Rosi interessa la sconsolata analisi (antropologica, sociale, politica, storica) di un luogo e del contesto sociale con cui gli abitanti di quel luogo sono costretti a fare i conti. Il lavoro che fa su questo “protagonista non protagonista” è importantissimo: qualsiasi lato romantico del suo status è cancellato (molti meridionali vedevano Giuliano come un novello Robin Hood), e la sua figura appare demistificata dalla scelta di farne un “comprimario come tanti altri” che soccombe alla potenza del contesto socio- politico. Il Giuliano vivo è inquadrato molto poco, quasi sempre in lontananza: è soltanto un bandito che viene usato talvolta dalle cosche e talvolta dai partiti; ma quando muore il suo cadavere diventa ingombrante (anche visivamente: solo da morto guadagna spazio all’interno dell’inquadratura) perché tutti ne hanno paura: Carabinieri, mafia, stato. Rosi mette in scena la storia della Sicilia, ma questa non è mai stata così vicina alla storia di un’intera nazione che conta decine di misteri irrisolti e che, quindi, si basa su un’ostentata negazione della verità. Dopo la morte di Pisciotta (unico depositario della verità), Rosi filma nell’aperto finale una piazza in cui avviene un omicidio mafioso, nell’unica sequenza ambientata nel presente (1960) e che si fa portatrice di un pessimismo agghiacciante: la verità non è trapelata, e come se non bastasse la mafia non è stata sconfitta.

Senza la retorica tipica dell’instant movie – gli eventi del film sono avvenuti appena dieci anni prima, sei se si parte a contare dalla morte di Pisciotta – Rosi costruisce un film che “ha la sostanza della storia e la forma del giornalismo” (Morandini): la struttura non lineare della pellicola si basa su continui salti – avanti e indietro nel tempo – che proseguono per associazioni di idee e non per sviluppi narrativi (come in un articolo di giornale); la vicenda di Giuliano è piena di buchi, mancanze, misteri, e per questo la costruzione filmica della sua storia non può che essere opaca, poco chiara, mai ovvia. Il montaggio (di Mario Serandrei) diventa impaginazione, mentre la regia distaccata, quasi documentaristica (o forse sarebbe meglio dire realista), di Rosi diventa espressione demiurgica di chi sta svolgendo l’inchiesta: non a caso il narratore è lo stesso regista. L’intreccio punta ad essere eliminato – così come il protagonista – perché ciò che conta è il valore dell’indagine operata dal cinema coma arma sociale. “La cronaca diventa grazie allo stile di Rosi una tragedia sociale” (Morandini): attinge dall’iconografia artistica – Giuliano viene inquadrato come il Cristo morto del Mantegna – e sfrutta a pieno le possibilità espressive di piano sequenza e profondità di campo, rende oggetti e paesaggi portatori di simbologie. Si pensi alla ricostruzione della strage di Portella della Ginestra, in cui vediamo la soggettiva di chi spara ma non chi impugna l’arma. Una scelta sia storica, dettata dall’impossibilità di sapere chi davvero sparò dalla collina, che cinematografico- metaforica, in quanto pur non vedendo il volto di chi spara se ne capta l’essenza.

Strepitoso il lavoro fotografico di Gianni Di Venanzo, che inventa tre diversi toni dell’immagine a seconda della sua valenza: uno lirico, con forti tinte chiaroscurali per le scene rievocative che attingono alle leggenda; un altro da servizio fotografico, con luci molto accese e quasi bianche, per le sequenze che ruotano intorno al cadavere del bandito, divenuto oramai “materiale mediatico”; un terzo, in cui domina il grigio del taglio televisivo, per le scene del processo di Viterbo, basate su dati e non su supposizioni e quindi spoglie di ogni alone poetico. Indispensabile anche il suo lavoro sulle scene notturne, che diventano oniriche e surreali: si veda il massacro iniziale dei Carabinieri, o il finale allucinato in cui Pisciotta vede per l’ultima volta il viso del suo comandante. Forze senza volto, ma a livello simbolico assolutamente definite. Rosi firma il suo capolavoro immortale, e lo fa con la consueta precisione che spinge a vedere il suo lavoro come un work in progress infinito che non abdica mai ad un documentato realismo: non a caso, la sequenza di Portella venne girata il giorno dopo l’anniversario della vera strage per captarne intimamente le emozioni. E la scena delle donne in rivolta, basata su un episodio mai accaduto e assente nella sceneggiatura iniziale, venne inserita da Rosi dopo aver ascoltato le interviste di donne siciliane forti che ripudiavano la violenza.  Musiche di Piero Piccioni. Un film straordinario, scattante, asciutto e senza orpelli, anti spettacolare ma colmo di immagini potentissime, assai prezioso nella sua innovazione tecnico- formale e assolutamente attuale: sono passati più di 60 anni dalla morte di Giuliano, ma la mania tutta italiana di insabbiare qualsiasi avvenimento scomodo non è ancora passata di moda.

Un caposaldo del cinema italiano, da non perdere per nessuna ragione.

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