Le mani sulla città

Regia di Francesco Rosi

con Rod Steiger (Eduardo Nottola), Salvo Randone (De Angeli), Guido Alberti (Maglione), Carlo Fermariello (De Vita), Angelo D’Alessandro (Balsamo), Dany París (Dany), Vincenzo Metafora (Sindaco), Dante Di Pinto (Presidente della commissione).

PAESE: Italia 1963
GENERE: Drammatico
DURATA: 105’

A Napoli il consigliere democristiano e imprenditore Eduardo Nottola tenta con ogni mezzo di arricchirsi speculando sul cemento. Quando una sua palazzina crolla provocando morti e feriti, invece di ascoltare la voce della propria coscienza, va avanti imperterrito e, con la benedizione del vescovo, diventa assessore all’edilizia.

Due anni dopo l’escursione siciliana di Salvatore Giuliano (1961) Rosi torna alla natia Napoli e continua il suo personale discorso sul potere. Cambia il punto di vista e passa “all’interno”: invece che mostrare le vicende dell’uomo della strada (raccontate ne La sfida e I magliari), Rosi indaga – con gli sceneggiatori Raffaele La Capria, Enzo Forcella e Enzo Provenzale – su ciò che accade tra le mura dei palazzi del potere, dove si decide arbitrariamente la sorte stessa dell’uomo qualunque. La speculazione edilizia (con implicazioni camorriste) resta, nonostante sia la prima volta che qualcuno ne parla apertamente al cinema, un tramite per parlare di come il destino degli uomini sia tristemente in mano ad altri uomini che comprano tutto col denaro, anche – e forse, soprattutto – nei paesi cosiddetti “liberi”: il sindaco, subito dopo il crollo elargisce mazzette e dice ai suoi collaboratori che “così si fa la democrazia”. Anche perché, suggeriscono le inquadrature aeree iniziali e finali, l’avanzata del cemento non è un concetto soltanto politico, quanto esistenziale: dall’elicottero non si vedono uomini, perché l’uomo sparisce soffocato dalla speculazione che lo porta a un cambiamento non solo sociale ma anche fisico. Non mancano (perché parte integrante della macchina del potere) frecciate verso la chiesa e la burocrazia: Rosi non ne critica lo status, quanto il conformismo e l’arte di accompagnarsi al più forte invece che al più debole.

Fu criticato più dalla sinistra che dalla destra: non piacque la figura del segretario comunista De Vita (interpretato da un vero consigliere del PCI), che parla per astratto e anticipa in qualche modo il compromesso storico. Il suo soccombere dinnanzi a Nottola, che invece parla con argomenti concreti come le case e il cemento, non è demagogia populista (la moda dell’attaccare a destra e a manca per non scontentare nessuno), quanto il riconoscimento di un limite strutturale della sinistra portato dall’imbarbarimento dell’uomo medio, che snobba l’utopia sociale in cambio di casette ben costruite. E Nottola non acquista una statura tragica perché nel giusto, ma perché egli appartiene ad un mondo primitivo privo di morale e capace di tutto (dai ceri alla Madonna al sacrifico del figlio) per ottenere ciò che vuole. Rosi tende alla parabola universale (la parola “Napoli” viene detta solo una volta, a circa mezz’ora di film), ma non disdegna consueti scrupoli di realismo storico, come dimostrano le inquadrature coi manifesti elettorali di Nenni, Moro e Togliatti. Dopo la frantumazione narrativa di Giuliano, Rosi torna ad una struttura lineare (anche se non mancano salti temporali da brivido), certamente meno innovativa ma estremamente funzionale ad un discorso di circolarità attribuito alla politica: il film inizia con Nottola che vuole costruire palazzi e finisce con lui che inizia a costruirli; ciò che c’è in mezzo, raccontato soltanto dal regista- demiurgo che “osserva” tutti, resta un mistero per l’elettore perché, nonostante la democrazia, non ha alcuna voce in capitolo.

C’è di nuovo una contaminazione dei generi americani tanto cari al regista, ma basterebbe la sequenza del crollo, assolutamente antispettacolare, per comprendere che li rilegge dall’interno. La scena – tanto criticata – in cui il centrista Balsamo visita un ospedale per bambini non è una caduta di gusto sentimentalista, quanto una delle rappresentazioni visive più riuscite sul pensiero del regista: la politica è la conseguenza delle scelte private, e le due cose non possono essere slegate. Rosi concepisce personaggi come simboli (nessun accenno alla loro vita privata), sequenze come metafore (si veda lo scontro Nottola- De Vita sul palazzo, in cui il primo, nel suo territorio, “schiaccia” letteralmente l’avversario), oggetti come concetti (Nottola, maneggiando il plastico, ha letteralmente le mani sulla città) e continua ad utilizzare in modo magnifico piano sequenza e profondità di campo. Straordinario lavoro fotografico del solito Gianni di Venanzo. Montaggio di Mario Serandrei, musiche jazz di Piero Piccioni. Col tempo è diventato un po’ datato per lo stile eccessivamente didattico, e qualche volta il ritmo si allenta troppo, ma resta uno dei più lucidi attacchi al potere partoriti dal nostro cinema, un affascinante film inchiesta che è anche un’ennesima, brutta storia italiana. Coraggioso, curatissimo, prezioso: sembra una delle miglior puntate di Report riletta attraverso la forza dell’immagine filmica. Che, per Rosi, è una delle armi più potenti che si possano trovare.

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