Broken Flowers

(Broken Flowers)

Regia di Jim Jarmusch

con Bill Murray (Don Johnston), Jeffrey Wright (Winston), Sharon Stone (Laura Daniels Miller), Frances Conroy (Dora Anderson), Jessica Lange (Carmen Markowski), Tilda Swinton (Penny), Julie Delpy (Sherry), Alexis Dziena (Lolita Miller), Christopher McDonald (Ron Anderson), Brea Frazier (Rita), Chloë Sevigny (assistente di Carmen), Mark Webber (il ragazzo).

PAESE: USA 2005
GENERE: Commedia drammatica
DURATA: 105’

Diventato ricco con i computer, 50enne dongiovanni riceve una lettera non firmata che lo informa di avere un figlio di 19 anni. Spinto da un vicino di casa etiope, appassionato di gialli, e da un inconfessato desiderio di paternità, parte per un viaggio attraverso gli Stati Uniti con lo scopo di incontrare le quattro possibili madri, sempre ammesso che la lettera non sia un falso…

Deliziosa e garbata commedia dolceamara di uno dei registi “off- Hollywood” più originali e coerenti del panorama cinematografico americano. Posando lo sguardo su un America profonda e provinciale che sembra aver smarrito il senso delle cose, Jarmusch viaggia nei meandri della società moderna riflettendo sulla solitudine dei sentimenti, sulla malinconia dell’esistenza, sull’impossibilità di conoscere il peso delle proprie azioni. Il senso del film si riassume nell’arrendevole frase pronunciata da Don nel finale, spulciata da una lettera di Antonio Gramsci: “il passato è passato, il futuro deve ancora venire: conta solo il presente”. Che è poi un altro modo per deporre le armi nella battaglia della vita, troppo sfiancante e imprevedibile per essere compresa. Ma non si tratta di pessimismo o di resa, quanto di lucidità d’analisi: il tempo è ineluttabile, tanto vale viverlo per quello che è. La struttura del viaggio viene demistificata dall’interno (la meta non esiste, esiste solo il viaggio: e l’arrivo è ineluttabilmente il punto di partenza), gli stereotipi della suspense riletti con arguzia (l’indagine non ha soluzione, come invece ci si aspetterebbe), mentre le convenzioni hollywoodiane – e non solo – vengono abolite per indugiare sui tempi morti, i silenzi, le attese: è un film lineare, qua è la quasi antinarrativo, dotato di una calma semplicità che, economizzando su tutto (trama, inquadrature, dialoghi) ma non disdegnando arguti particolari, diventa parabola universale, agorà di impressioni che ognuno interpreta attraverso l’esperienza personale. In un momento storico che incita il cinema alle urla e agli schiamazzi, Jarmusch fa un cinema sobrio e contemplativo che si muove in punta di piedi ma che lascia il segno.

I diversi registri sono amalgamati alla perfezione, e ci si ritrova a passare dalle risate (le sequenze di Don col vicino Winston) alla commozione (la scena in cui, dopo esser stato malmenato, Don si risveglia in un campo di grano), dalla contemplazione malinconica della morte (la visita a Michelle, l’ex amante di Don defunta, regala un’emozione rara) alla triste consapevolezza di non poter tornare indietro (l’inquadratura finale). Ma se la benzina che alimenta il film è la fresca ed originale regia di Jarmusch (nonché la preziosa sceneggiatura da lui medesimo firmata), il suo motore è sicuramente lo straordinario Bill Murray, 55enne perennemente sotto le righe che recita per sottrazione e dice tutto quello che c’è da dire senza parlare. Il suo volto tenero, disilluso, spaesato, alla fine abbattuto, è quello di chi, pur avendo sempre fuggito la vita, ha bisogno della vita stessa per poter respirare. Bravissimi, comunque, tutti i comprimari, capeggiati da quattro attrici donne (Stone, Conroy, Lange, Swinton) raramente così ben dirette. Ottima – come sempre nei film di Jarmusch – la colonna sonora, che fonde brani strumentali del jazzista etiope Mulatu Astakte, pezzi rock di Sleep e Greenhornes, il soul di Marvin Gaye e addirittura la musica classica di Gabriel Fauré. Fotografia eccelsa di Frederick Elmes, già collaboratore, oltre che dello stesso Jarmusch, di David Lynch, Ang Lee, Martin Scorsese e John Cassavetes. Premio speciale della giuria a Cannes 2005, ma ovviamente nemmeno un Oscar. Dedicato al regista francese Jean Eustache. Un film di rara bellezza, da non perdere.

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