Estasi di un delitto

(Ensayo de un crimen)

Regia di Luis Buñuel

con Ernesto Alonso (Arcibaldo – Alessandro nella versione italiana – De la Cruz), Miroslava Stern (Lavinia), Ariadna Walter (Carlota Cervantes), Rita Macedo (Patricia Terrazas), Chabela Duran (Suor Trinidad), Eva Calvo (mamma di Arcibaldo), Rodolfo Landa (architetto Rivas), Andrea Palma (mamma di Carlotta).

PAESE: Messico 1955
GENERE: Grottesco
DURATA: 86’

Arcibaldo De la Cruz, borghese messicano distinto e gentiluomo, nasconde il vizio morboso dell’omicidio. Tutte le volte che ne architetta uno, però, il caso non gli permette di portarlo a termine: le vittime muoiono tutte un secondo prima che egli possa attuare i suoi piani. Reo confesso, non verrà incriminato perché il pensiero di uccidere non costituisce reato.

Scritto da Buñuel con Eduardo Ugarte – prendendo spunto dal romanzo omonimo di Rodolfo Usigli – è un delizioso, cinico, piccolo capolavoro di humor nero che è anche “un’allegoria trasparente dell’impotenza sessuale” (Moravia). L’omicidio non riuscito diventa parabola sul rapporto sessuale non consumato, e ogni arma che Arcibaldo impugna – dal rasoio alla rivoltella – è un simbolo fallico che non riesce mai a penetrare nulla. L’incapacità di uccidere è certo simbolo di impotenza sessuale, ma è anche metafora di una borghesia, rappresentata da Arcibaldo, che vorrebbe ancora esercitare il proprio potere nonostante il cambiamento dei tempi (e infatti il film inizia mostrando una rivoluzione). L’impotenza, oltre che sessuale, è sociologica. Film buñueliano al cento per cento, critica con irridente cattiveria la morale cattolica (Arcibaldo è diventato così in seguito ad un’educazione molto cristiana) e deride senza alcuna pietà tutto ciò che affianca il mondo della borghesia, spesso in modo assolutamente fine: si pensi alla sequenza del matrimonio, in cui un poliziotto, un prete e un generale, svelano in poche battute il pensiero dell’autore su autorità, chiesa ed esercito. Indimenticabile la sequenza del rogo del manichino, che riassume in poche battute tutte le ossessioni del regista spagnolo (feticismo, paura dello stupro, ambiguità borghese, ridicolaggine del maschio adulto). Regia perfetta ed elegante, sostenuta dall’evocativo bianco e nero di Agustín Jiménez; le digressioni oniriche sono inaspettate e congegnate con grazia, e anticipano quell’indistinguibilità tra sogno e realtà che diverrà cifra stilistica continuativa di tutti i film successivi. Ottima la prova attoriale di Alonso, azzeccato il leitmotiv musicale di Jorgé Perez. Il tanto criticato finale è in realtà coerente con la sceneggiatura del film: se lo si guarda bene, è quanto di più anarcoide e dissacratorio (e poco lieto) abbia mai girato lo spagnolo di Calanda durante il suo esilio messicano. Distribuito in Italia soltanto nel 1964, è oggi finalmente disponibile anche in Dvd, edito da Dynit. Da non perdere.

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