Uomini contro

Regia di Francesco Rosi

con Mark Frechette (Sottotenente Sassu), Gian Maria Volontè (Tenente Ottolenghi), Alain Cuny (Generale Leone), Pier Paolo Capponi (Tenente Santini), Franco Graziosi (Maggiore Ruggero Malchiodi), Alberto Marrasi (Soldato Marrasi), Mario Feliciani (Colonnello medico), Giampiero Albertini (Capitano Abbati), Daria Nicolodi (Crocerossina), Nino Vingelli (soldato ferito), Antonio Pavan (tenente Pavan).

PAESE: Italia, Jugoslavia 1970
GENERE: Guerra
DURATA: 101’

1916, altipiano di Asiago. Il giovane soldato Sassu conosce l’orrore della trincea. Spronato da un commilitone di idee anarchiche, capirà l’importanza del pacifismo e arriverà addirittura a sacrificarsi per difendere i suoi sottoposti.

Tratto dal capolavoro autobiografico Un anno sull’altipiano (1938) di Emilio Lussu. Scritto da Rosi, Tonino Guerra e Raffaele La Capria, è uno dei più riusciti film sulla prima guerra mondiale, finalmente mostrata senza mezze misure in tutta la sua follia. Rosi lascia sullo sfondo il discorso “regionale” del libro (la guerra come melting pot di dialetti e appartenenze), concentrandosi invece – coerentemente con la propria poetica – sugli aspetti “politici” del conflitto. Le classi deboli sono costrette a lottare, quelle forti osservano da lontano con il binocolo. Questo suo settimo film parla ancora di “potere”, di cui la guerra è appendice ed espressione violenta e spregevole: le battaglie sono frutto delle decisioni scellerate prese dagli uomini che gestiscono il potere “distanza”. Non è certo il primo film sulla “sporca guerra”, ma ha il merito di raccontare episodi realmente accaduti che per molti anni vennero tralasciati dal cinema italiano: gli attacchi suicidi (agghiacciante la sequenza delle ridicole armature “Farina”), le fucilazioni, da parte dei Carabinieri, di chi si rifiutava di avanzare, l’arbitrarietà colpevole dei tribunali militari, pronti a rispedire sul campo i feriti troppo “lievi” per essere ricoverati o congedati. Le tanto criticate differenze col libro (quella più esplicita è ovviamente nel finale) sono dovute principalmente alla diversità dei mezzi di espressione e al concetto di “cinema” dell’autore napoletano.

Se infatti nel romanzo la presa di coscienza del protagonista avveniva vent’anni dopo gli eventi narrati (ovvero il 1936 in cui Lussu iniziò a scrivere la sua esperienza), nel film Rosi aveva bisogno di una maturazione caratteriale del protagonista – da soldatino obbediente a difensore dei diritti dell’uomo – che si compiesse in modo più diretto e coerente con l’arco narrativo della storia: questo perché la forza simbolica del romanzo partiva dalle riflessioni del narratore che ripercorreva la propria esperienza parecchi anni dopo i fatti, cosa che nel film non era possibile in quanto non c’era alcuna voce “distaccata” a commentare le immagini. Nei tre personaggi principali Rosi condensa le battute e le azioni di una decina di soldati che appaiono nel libro, e così facendo li carica di forti tinte simboliche che evocano tre Italie diverse e complementari: quella reazionario- interventista (e ancorata a vecchi valori nazionalisti) del generale Leone; quella pacifista ed onesta del gramsciano tenente Ottolenghi; quella, prima ingenua poi consapevole, incarnata dal timido Sassu (così chiamato per poter cambiare il finale senza mancare di rispetto a Lussu). La prima ha portato l’Italia alla guerra, la seconda grida al popolo la verità e la terza trova il coraggio di ribellarsi.

Rosi opta per uno stile asciutto e fortemente antispettacolare, suddivide la storia in quadri distinti senza apparenti legami temporali e, tenendo la sua macchina da presa “ad altezza di soldato”, indugia sul fango, sulla neve, sulla nebbia, sottolineando così la disumanità del conflitto e le condizioni precarie in cui gli uomini dovevano vivere; rifiuta l’epica nelle scene di guerra ricercandola invece negli atti di eroismo individuale, come nella strepitosa sequenza della ribellione di Ottolenghi; non mostra mai i soldati austriaci, perché il vero nemico sono i generali scellerati che muovono le vite degli uomini che escono dalle trincee. Importante l’uso della musica (come nelle sequenze in cui il canto angelico accompagna in modo ironico la morte) e dei suoni (magnifico e geniale l’accostamento della voce che legge “è bello morire per la patria”, capitolo introduttivo del romanzo, con le immagini dell’ospedale militare). Grandi Volonté e Cuny, imbambolato Frechette, anche se forse il suo stile privo di sfumature è coerente col carattere del personaggio. La critica lo definì demagogico, fazioso, falso. Certamente alcuni personaggi sono così estremizzati nel loro simbolismo da sfiorare la caricatura, e talvolta l’indignazione toglie al discorso lucidità. Ciò nonostante, resta uno dei capolavori italiani sulla sporca guerra. Che, ancora oggi, va visto per come sa emozionare e scuotere la coscienza. Girato in Jugoslavia.

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