Inside Man

(Inside Man)

Regia di Spike Lee

con Denzel Washington (Detective Keith Frazier), Clive Owen (Dalton Russell), Jodie Foster (Madeline White), Christopher Plummer (Arthur Case), Willem Dafoe (Capitano John Darius), Chiwetel Ejiofor (Detective Bill Mitchell), Kim Director (Stevie), Carlos Andrés Gómez (Steve), James Ransone (Steve- O), Bernie Rachelle (Chaim), Peter Gerety (Capitano Coughlin), Amir Ali Said (Brian).

PAESE: USA 2006
GENERE: Poliziesco
DURATA: 129’

In quattro, travestiti da imbianchini, entrano nella Manhattan Bank (New York) per rapinarla. Con una trentina di ostaggi e centinaia di poliziotti all’esterno, l’assedio dura parecchie ore. Il detective Frazier, che fa il negoziatore, si accorge che non si tratta di una rapina comune. Come se non bastasse, una misteriosa signora che lavora per il proprietario della banca si inserisce nelle trattative…

“La più originale, emozionante, imprevedibile rapina in banca uscita da Hollywood dopo Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975)” (Morandini). Primo film “di genere” del regista afroamericano più famoso del mondo, che si avvicinò al progetto dopo il rifiuto di Ron Howard. Costato 50 milioni di dollari (spesi bene) e girato in poco più di un mese, si basa su una sceneggiatura – di Russell Gewritz – dai molti meriti: una sapiente costruzione narrativa che mescola abilmente il presente con vari flashforward di rara potenza espressiva; un impeccabile senso del ritmo in grado di creare una perfetta suspense che regge per più di due ore (e i colpi di scena vengono svelati tutti negli ultimi 20’); la capacità di assimilare i luoghi comuni del genere per riproporli in una salsa nuova e imprevedibile; una galleria di personaggi realistici e riusciti che affascinano e aiutano l’immedesimazione. Il vero fulcro del film è il “cattivo” di Owen, briccone simpatico e portatore di una moralità ferrea che raramente si scorgeva nelle opere precedenti del regista. È un film che parla di passato che ritorna, di abominio sociale post- 11 settembre, della paura tutta americana di una minaccia esterna (diverso = probabile terrorista), ma anche – e qui si vede l’ingerenza di Lee nella sceneggiatura – delle questioni interraziali che regolano tutte le gerarchie sociali USA, dall’organizzazione amministrativa della banca a quella del corpo di polizia. Dalla sua, Lee ci mette  una regia preziosa che, distante da alcuni eccessi del passato, riesce a raccontare con sobrietà una storia che di sobrio non possiede nulla: carrellate controllate, fluidi movimenti di macchina, insistenza sui primi piani, stile asciutto e scattante. La sequenza iniziale – in cui Owen si rivolge allo spettatore – è da antologia, ma che dire del finale perfetto che sposta l’azione dalla banca ai palazzi (ancor più claustrofobici) del potere? Sorvolato da un’ironia pungente e coerente con l’intreccio, il film non scivola mai nel didascalico e lascia aperti parecchi interrogativi che non fanno che incrementarne il valore simbolico. Non c’è un attore fuori parte e non ce n’è uno che non sia in splendida forma. Contributi tecnici ineccepibili: dalle scenografie di Wynn Thomas alla fotografia di Matthew Libatique, dalla partecipata musica di Terence Blanchard al montaggio – degno di un Oscar – di Barry Alexander Brown. Memorabile la canzone Chaiyya Chaiyya che appare nei titoli di testa e nei titoli di coda. Un film da non perdere, per nessuna ragione.

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