Hollywood Ending

(Hollywood Ending)

Regia di Woody Allen

con Woody Allen (Val Waxman), Téa Leoni (Ellie), Treat Williams (Hal Jaeger), George Hamilton (Ed), Debra Messing (Lori Fox), Mark Rydell (Al Hack), Mark Webber (Tony Waxman), Tiffani Thiessen (Sharon Bates), Aaron Stanford (l’attore), Bob Dorian (Dirigente della Galaxie), Barney Cheng (Chau, il traduttore).

PAESE: USA 2002
GENERE: Commedia
DURATA: 112’

Regista in crisi, costretto a girare squallidi spot nonostante un invidiabile talento che anni prima gli fece vincere due premi Oscar, accetta di girare un film “commerciale” per la Major Galaxie, guidata dal nuovo compagno della ex, indimenticata moglie. Nevrotico, snob, combattuto tra desideri autoriali e obblighi finanziari, si ritrova, il giorno prima dell’inizio delle riprese, affetto da cecità psicosomatica. Riuscirà a girare un film senza vedere e, soprattutto, a evitare che i colleghi si accorgano del suo “piccolo” problema?

35esimo film per il cinema di Woody Allen, da lui scritto, diretto e interpretato. Uno dei suoi prodotti più autobiografici, almeno per come espone, velatamente e non, i dettagli del suo travagliato rapporto con l’industria hollywoodiana: come Hal, Allen non guarda mai i giornalieri, predilige direttori della fotografia non americani, fu premiato con due statuette (per Io e Anniee Hannah e le sue sorelle) e poi un po’ messo da parte, perlomeno dagli addetti ai lavori e dai critici. La satira però è piuttosto all’acqua di rose, gli spunti meta cinematografici si limitano all’autocitazione (Val vuole girare a New York e in bianco e nero!), i personaggi sono privi di spessore e l’andamento dell’intreccio è scontato. L’idea della cecità è buona, e le gag ad essa inerenti funzionano; presto però l’inverosimiglianza della trovata (come può un regista girare un film senza vedere?) vira i toni dalla commedia alla farsa, e il film ne risente. La scena finale – pubblico e critica europei apprezzano il film, stroncato invece in patria – è talmente carica di cattiveria da risultare irresistibile, ma nel complesso la pellicola da l’impressione di non decollare mai (bruttina la melensa reunion col figlio rockettaro), e anche tecnicamente appare molto più meccanica e convenzionale delle precedenti. “Le gag ci sono, ma dove sono finite le belle immagini?” (Morandini). Non aiuta, a questo proposito, la fotografia piatta e quasi televisiva dell’europeo (ovviamente) Wedigo von Schultzendorff. E perfino lo spudorato egocentrismo di Allen, un tempo simbolo di libertà creativa e rifiuto della morale corrente, qui appare viziato da un eccesso di autostima che da quasi fastidio (sono in tre ad amarlo, una più giovane e carina dell’altra). Si ride, si sogghigna, qua e la si sbadiglia. È un film con tante cose da dire, ma che non sempre le dice bene; molte intenzioni, pochi fatti. Anche se, come sempre, Allen si salva con la sua pessimistica, irridente, irresistibile, nevrotica visione del mondo. Tra i reparti tecnici, si fa apprezzare il lavoro scenografico dell’italo americano Santo Loquasto. Il titolo può significare sia “finale hollywoodiano” che “fine di Hollywood”.

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