The Woman in Black

(The Woman in Black)

Regia di James Watkins

con Daniel Radcliffe (Arthur Kipps), Ciarán Hinds (Samuel Daily), Janet McTeer (Signora Daily), Roger Allam (Signor Bentley), Sophie Stuckey (Stella Kipps), Liz White (Jennet Humfrye), Misha Handley (Joseph Kipps), Shaun Dooley (Fisher), Alexia Osborne (Victoria), Jessica Raine (Nanny), Mary Stockley (Mrs. Fisher).

PAESE: Canada, Gran Bretagna, Svezia 2012
GENERE: Horror
DURATA: 95’

Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps, da poco vedovo con figlioletto a carico, viene spedito in uno sperduto villaggio della brughiera inglese per studiare le carte di una defunta. Giunto nella di lei di casa, costruita in mezzo a una palude e difficilmente raggiungibile a causa dell’alta marea, Arthur ha una serie di terrificanti visioni che lo porteranno a carpire un oscuro segreto, custodita dallo spettro della vendicativa dama in nero…

Scritto da Jane Goldman partendo da un bel racconto (2007) di Susan Hill, il secondo film dell’inglese Watkins è un horror gotico d’atmosfera prodotto dalla mitica Hammer, piccola casa produttrice britannica che deliziò gli appassionati del terrore di serie B tra gli anni ’50 e ’60. È una classica storia di fantasmi che propone tutti gli stereotipi del genere: c’è la vecchia casa isolata che tutti temono; c’è una comunità pavida e misteriosa che guarda con sospetto ogni straniero; c’è una madre- spettro vendicativa e ci sono gli spettri di decine di bambini morti suicidi; c’è una brughiera nebbiosa e monocromatica che mette i brividi solo a guardarla. Il film riesce sicuramente nel suo intento – fare paura – ma è penalizzato da una sceneggiatura scadente, priva di qualsivoglia logica narrativa, e da una regia anonima che, pur evitando cessioni alle mode dei fatui horror odierni, trasmette il terrore in modo troppo convenzionale e telefonato: ombre che si muovono alle spalle del protagonista, false soggettive, presenze che scompaiono ad un secondo sguardo, lunghi silenzi di attesa alternati a fulminei (e alquanto fastidiosi) suoni raccapriccianti. Eccezion fatta per quella dell’occhio che guarda nello zootropio, non c’è una sequenza che non sia di maniera, e la scelta fotografica di utilizzare, per l’ambientazione, colori desaturati, è già stata vista in almeno un migliaio di altri film. Senza dimenticare che, dopo venti minuti, si capisce già chi è la dama in nero e perché uccide. Peccato, perché in realtà il racconto da cui è tratto – che, con l’incomprensibile complicità dell’autrice, è stato stravolto – non era affatto malvagio. Ha il merito, oggi non così scontato, di indugiare raramente su particolari raccapriccianti, ma tolto questo è davvero difficile trovarvi un’idea originale. La sequenza centrale – quella in cui Arthur è “prigioniero” della casa – non lascia un attimo di tregua, ma è subito rovinata da un finale becero (e disonesto) che si poteva evitare. Tanto sono in forma i caratteristi (specialmente i misconosciuti Hinds e McTeer), tanto è poco credibile il 21enne Radcliffe: si impegna a fondo per scrollarsi di dosso i postumi della Pottermania, ma monoespressivo era e monoespressivo resta. Curiose assonanze tra il film e una vecchia storia in due puntate (n° 16/17) di Dylan Dog.

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