Intolerance

(Intolerance)

Regia di David Wark Griffith

con Lillian Gish (la donna della culla); episodio moderno: Mae Marsh (Piccola Cara), Robert Harron (il ragazzo), F. A. Turner (il padre), Sam De Grasse (Arthur Jenkins), Vera Lewis (Mary Jenkins), Ralph Lewis (il governatore); episodio ebraico: Howard Gaye (il Nazareno), Lilian Langdon (Maria), Bessie Love (la sposa di Cana), Olga Grey (Maria Maddalena), Erich von Stroheim (un fariseo); episodio francese: Margery Wilson (Occhi Castani), Eugene Pallette (Prospero Latour), Spottiswoode Aitken (il padre di Occhi Castani), Frank Bennett (Carlo IX), Josephine Cromwell (Caterina de Medici); episodio babilonese: Constance Talmadge (Ragazza di Montagna), Elmer Clifton (il rapsodo), Alfred Paget (Belshazzar), Seena Owen (Principessa Amata), Tully Marshall (sommo sacerdote), George Siegmann (Ciro il Grande).

PAESE: USA 1916
GENERE: Drammatico Storico
DURATA: 163’ (197’)

Tre episodi storici in cui l’intolleranza ha giocato un ruolo fondamentale nella rovina della civiltà (la caduta di Babilonia, lo sterminio degli ugonotti, la passione di Cristo) e uno moderno in cui, grazie all’amore, viene sconfitta.

Un’apologia da 100mila metri di pellicola, un eccessivo e strabordante filmone privo di cuore, il tentativo – quanto sincero? – di rifarsi un’immagine dopo le accuse di razzismo scaturite da Nascita di una nazione (1915). Vale poco per ciò che dice (i temi “alti” sono spesso affrontati con ostentata faciloneria, il finale speranzoso è quasi patetico), ma vale molto per COME lo dice. A livello drammaturgico- strutturale, Griffith raggiunge la vetta della sua ricerca pionieristica e, come un professore al primo giorno di scuola, illustra ai colleghi/ alunni la sua vincente idea di cinema: un tripudio di immagini in movimento che, attraverso le più svariate tecniche offerte dal mezzo, raggiunge il cuore dello spettatore disinteressandosi della testa. Che è poi un altro modo di dire “cinema classico”. Girato con enorme dispendio di mezzi – 100 chilometri di pellicola, 400mila dollari di budget, mesi e mesi di riprese e più di 5000 comparse per l’episodio babilonese – è un compendio delle teorie griffithiane e, retroattivamente, un manuale di ciò che sarà il cinema classico americano: il primo piano come espressione più alta della sensibilità umana, il montaggio alternato come strumento emozionale, quello parallelo come strumento simbolico. Ma Griffith rinnova anche il concetto di racconto filmico: concepisce quattro episodi lontanissimi a livello temporale ma vicini nei temi, e grazie al montaggio parallelo salta continuamente da uno all’altro; gli spezzoni diventano sempre più brevi e dinamici, in modo da garantire un crescendo emozionale senza precedenti che culmina, nell’episodio moderno, nella trovata tutta griffithiana (ma divenuta stereotipo corrente di tutto il cinema venuto dopo) del “salvataggio all’ultimo minuto”.

Ogni episodio fu girato con un preciso stile cinematografico che svela, ancora oggi, un’ottima conoscenza storica in un periodo in cui il cinema non possedeva nemmeno lontanamente una Storia accademica o veicolata: l’episodio babilonese è girato come i kolossal italiani (Cabiria di Giovanni Pastrone, 1914, ne è il modello ideale), quello francese richiama le prime rappresentazioni storiche d’oltralpe, quello ebraico utilizza stereotipi del teatro e del cinema biblico, quello moderno è puro cinema preclassico americano. Tra un episodio e l’altro appare, fuori dal tempo e dallo spazio dei quattro racconti, un’onirica culla che dondola, simbologia abbastanza esplicita che richiama lo scorrere del tempo e la circolarità inarrestabile dell’esistenza. Elementi senza dubbio innovativi, che però il pubblico non comprese; quello stesso pubblico che, appena una decina d’anni dopo, riempiva le sale per vedere film che a Intolerance dovevano tutto. A livello tecnico, oltre agli sfarzosi effetti speciali, si segnala l’importante invenzione della gru, che permise a Griffith di inquadrare dall’alto l’incredibile massa di comparse. Si dice che addirittura piazzò delle macchine da presa su palloni aerostatici per poter dipingere inquadrature d’insieme mai viste. Nascita di una nazione aspirava alla prosa, Intolerance alla poesia: lo dimostra il fatto che il primo piano cessa di essere specchio dell’anima e diventa immagine lirica di un ideale.

Il regista Erich von Stroheim, che interpreta anche un fariseo, partecipò attivamente al montaggio del film, mentre alcuni anni dopo l’uscita si sparse la voce secondo cui un altro futuro regista, Tod Browning, avrebbe partecipato alla stesura della sceneggiatura. Il suo messaggio pacifista non piacque ad un paese che stava per passare all’intervento armato, mentre le innovazioni tecniche e formali non furono comprese dal grande pubblico: due elementi che fecero di Intolerance un fiasco assoluto che portò al fallimento della casa di produzione del regista. La versione giunta sino ai giorni nostri dura 163’, mezz’ora in meno rispetto a quella di 197’ che uscì nelle sale nel 1916.   Nel 1919 Griffith rieditò il film facendo uscire l’episodio contemporaneo e quello babilonese come due pellicole separate, ma il pubblico gli girò egualmente le spalle. Sottotitolo: Love’s Struggle Throughout the Ages. Nonostante il suo valore sia ormai esclusivamente “storico- accademico”, è un film da non perdere per chiunque voglia comprendere dove, come e quando nacque il cinema americano classico degli anni a venire. Anche se l’innovazione di Intolerance, e ci sono milioni di film a dimostrarlo, fu un’innovazione che varcò i confini degli Stati Uniti e rinnovò l’intero cinema mondiale: qualunque film vediamo oggi, è fatto in quel modo anche grazie a David Wark Griffith.

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