La grande illusione

(La Grande Illusion)

Regia di Jean Renoir

con Jean Gabin (Tenente Maréchal), Pierre Fresnay (Capitano de Boëldieu), Erich von Stroheim (Capitano von Rauffenstein), Marcel Dalio (Tenente Rosenthal), Dita Parlo (Elsa, la contadina tedesca), Julien Carette (Cartier, l’attore), Georges Péclet (un ufficiale francese), Werner Florian (Sergente Arthur), Jean Dasté (l’insegnante), Sylvain Itkine (Tenente Demolder), Gaston Modot (l’ingegnere).

PAESE: Francia 1937
GENERE: Drammatico
DURATA: 114’

Prima guerra mondiale. Abbattuti dall’ufficiale tedesco von Rauffenstein, gli aviatori francesi Maréchal (proletario) e Boëldieu (aristocratico) vengono spostati un campo di prigionia all’altro. nonostante svariati tentativi di fuga, finiranno loro malgrado nella prigione svizzera di Wintesborn, comandata proprio da von Rauffenstein divenuto infermo dopo una ferita di guerra. Boëldieu fraternizza col nemico, ma non ci penserà due volte a sacrificarsi per permettere la fuga di Maréchal…

Scritto dal regista con Charles Spaak, è una delle vette del cinema di Renoir e uno dei capolavori indiscussi della storia del cinema. Con La passione di Giovanna d’Arco di Carl T. Dreyer, è l’unico film francese a figurare stabilmente nella classifica dei dieci film migliori di sempre. Ampliando e in qualche maniera superando le proprie ricerche sul cosiddetto realismo poetico, Renoir firma un bellissimo melodramma pacifista in cui la guerra è rappresentata come un’appendice della società civile: ad un’affinità verticale “di fronte”, ne contrappone una orizzontale “di classe”. Boëldieu e von Rauffenstein combattono su trincee opposte, ma la loro appartenenza all’aristocrazia li avvicina nello stesso modo in cui li avrebbe avvicinati se si fossero incontrati al di fuori del conflitto. Così come Maréchal fraternizza con Rosenthal. Chi accusò il film di essere un nostalgico omaggio alla borghesia ottocentesca guardò il dito invece della Luna: Renoir riflette certo sul passato con anacronistica nostalgia, rimpiangendo valori estinti come l’onore, il coraggio, la gratitudine, il rispetto, ma il suo è uno sguardo ambivalente che sta a metà tra l’ironia e la malinconia, come se quel “salto sociale” fosse un atto fisiologico dovuto che DEVE avvenire. Non è un caso che l’aristocratico Boëldieu si sacrifichi per salvare i proletari Maréchal e Rosenthal: sono loro che dovranno ereditare il mondo dopo la guerra, ed è in loro che si ripone l’arcaica speranza di mantenere la pace. Una speranza che i Boëldieu e i von Rauffenstein hanno infranto, soffocandola sotto il peso opprimente della loro vita agiata e del loro anacronistico e ormai agonizzante ideale sociale. “Il film è stato giustamente considerato uno dei vertici dell’arte di Renoir, per la visione prospettica e complessa della realtà della guerra che ne scaturisce, sul versante di un’attenta e partecipe indagine della condizione dei prigionieri, con variazioni sui temi della differenza di classe, del coraggio individuale e collettivo, della solidarietà nazionale, dell’antimilitarismo” (Rondolino).

Quattro anni prima dell’exploit di Quarto Potere, Renoir sa già sfruttare a pieno le infinite possibilità metaforico- poetiche offerte dal piano sequenza e dalla profondità di campo: pensando ogni singola inquadratura come un discorso completo e auto concluso, indaga la realtà in tutte le sue sfaccettature e invita lo spettatore ad entrare “dentro” il racconto, spingendolo, più che a identificarsi, a condividere gli avvenimenti coi personaggi della storia. Non c’è inquadratura priva di grazia o delicatezza, non c’è movimento di macchina che non trasmetta un senso di eleganza e completezza. La sequenza in cui i soldati francesi, vestiti da donne, cantano e ballano la Marsigliese, è giustamente entrata nella storia, ma la scena più bella del film resta quella in cui von Rauffenstein recide l’unico fiore della fortezza di Wintesborn per onorare l’amico ucciso. Uno dei punti più alti dell’umanesimo al cinema. Non a caso, la prima parte possiede decine di personaggi, la seconda una decina, la terza quattro: dalla massa (e dalla guerra) all’uomo. Da segnalare anche la perfetta costruzione formale della sequenza della fuga dalla fortezza e la non retorica parentesi sentimentale a casa della vedova tedesca Elsa. Nel prezioso cast spicca la potente, indimenticabile, dolente interpretazione di von Stroheim, asso prussiano dell’aviazione divenuto invalido che tratta con rispetto i suoi prigionieri. E delinea una visione cavalleresca della battaglia che, con l’esplosione dell’imminente conflitto mondiale, sarà cancellata e dimenticata del tutto. Wintesborn è in realtà il castello di Haut-Kœnigsbourg in Alsazia. Grande modernità nelle musiche di Joseph Kosma e nella fotografia (talvolta onirica) di Christian Matras. Fu un grande successo di pubblico e di critica, ma non riuscì a evitare l’avvento di una guerra ben peggiore di quella rappresentata. Uscito in Italia soltanto nel 1947, in un’edizione tagliata dai produttori francesi, fu rieditato in versione integrale nel 1958. Imperdibile.

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