The Right Stuff – La stoffa giusta

C’è un vecchio film – a dirla tutta non così vecchio – Uomini veri, che racconta le vite degli astronauti che presero parte alla fase embrionale del progetto spaziale americano. Un film che consiglio, molto emozionante, troppo presto dimenticato dal grande pubblico. La scena più bella del film, secondo me, è quella in cui Chuck Yeager, scartato dalla NASA perché troppo testardo (poco malleabile, sarebbe meglio dire), “spara” il suo caccia ai limiti dell’atmosfera e, solo per un secondo, vede le stelle e l’oscurità infinita dello spazio profondo. Ieri, alle 20.18 (ora italiana), un signore australiano di 43 anni mi ha fatto rivivere quell’emozione. In diretta. Il fatto che solo Mediaset abbia trasmesso il programma in diretta mette in un certo qual modo tristezza: quando siamo andati sulla Luna, la cronaca veniva dal servizio pubblico; oggi, qualunque grande impresa passa al tritacarne dello share e se la aggiudica chi è più svelto, audace, furbo. Ma questo non è un post di polemiche. Il signor Baumgartner è salito fino a un punto poco più basso di quello raggiunto da Yeager, ma l’ha fatto con un pallone aerostatico, con una (sofisticatissima, costosissima, tecnologica, ma pur sempre) mongolfiera. E già lì, i sognatori, non hanno fatto che apprezzare. Arrivato a 39 km dal suolo terrestre, ha aperto uno sportello e si è buttato di sotto. Dopo quattro minuti circa di caduta libera ha aperto il paracadute ed è atterrato nel deserto di Roswell, quel posticino in cui, si dice, sessant’anni fa cadde un UFO. L’alieno del ventesimo secolo, Felix Baumgartner, è atterrato dopo aver viaggiato nudo (eccezion fatta per la tuta spaziale) alla velocità del suono. Una velocità che, fino all’altro ieri, era stata raggiunta soltanto con un aereo, con un mezzo meccanico: certo, pilotato dall’uomo, ma non bisogna essere scienziati per capire che fa un certo effetto.

Sulla Terra, a monitorare la caduta e a guidare Felix, c’era il signor Joe Kittinger, che nel 1960 (!) si era tuffato da un’altezza di 31 km e che, ancora oggi, detiene il record del tempo massimo di caduta libera mai registrato. Ciò che mi indigna è che questa straordinaria missione sia passata in sordina nelle televisioni e nei media italiani. Siamo davvero arrivati ad un punto in cui si mostra solo ciò che si vende? Se nel 2020 andremo davvero su Marte, saremo costretti a vederlo su SKY perché a pochi interesserà? Ma la domanda che più mi assilla è un’altra. Prima di dirvela, voglio dire questo: ieri ho letto (sul web, specialmente) frasi come “ecco dove finiscono i soldi dei contribuenti!”, o come “ma chi se ne frega di Baumgartner, con tutti i problemi che c’abbiamo in Italia!”; punto numero uno: la missione di Baumgartner è stata interamente sovvenzionata da Red Bull, quindi gli unici contribuenti che ci hanno rimesso sono stati coloro che, paradossalmente, bevono l’omonima bibita perché “mette le ali”; punto numero due – e qui arrivo alla funesta domanda: siamo davvero in un periodo storico così triste da negarci con forza una piccola emozione regalata da un piccolo austriaco che, facendosi un mazzo così, ha avverato il suo sogno? È vero, la gente è indignata perché non va in pensione, perché non lavora, per il caro vita, per la benzina. Ma questo ci autorizza a smettere di ammirare gli unici eroi che ci rimangono? A me non va bene.

Ieri ho VOLUTO emozionarmi, ho voluto soffrire quando il “saltatore” ha iniziato a rotolare su se stesso, senza controllo, e quando ha ammesso che non vedeva più nulla a causa di un guasto alla visiera; infine, ho esultato quando è atterrato, quando ha sorriso, quando si è messo in posa per la foto ricordo. Baumgartner ha risposto dicendo che il suo salto servirà a perfezionare le normative di sicurezza dei cieli. È questa l’unica cosa che hai sbagliato (ce ne fossero di sbagli così) nella tua missione, Felix. Hai sbagliato a dire quelle parole. Dovevi semplicemente girarti e, a chi ti accusava di inutilità del gesto o di spreco di fondi, dire: “l’ho fatto perché lo volevo fare. Era il mio sogno e, a differenza di tutti voi, io il mio sogno l’ho realizzato”. Punto. Non mi importa se sono stati spesi milioni per il tuo salto, Felix, non mi avrebbe importato nemmeno se fossero stati soldi presi dalle tasse che devo pagare al governo. Emittenti televisive di rilievo (Rai News, La7, Rai 3), emittenti che personalmente stimo, hanno dato la notizia come se si trattasse dell’ennesima invasione di campo alla finale di Champions League o di un folle in moto che salta 18 scuolabus e atterra senza un graffio; l’ultima notizia (quella “riempitiva”) dopo la crisi, dopo Monti a Bruxelles, dopo una manifestazione a Torino. Questo, per me, è davvero triste. Ed è per questo che ho voluto lasciarvi queste due righe.

Le notizie di questi canali erano tutte legittime ma, per Dio: questo tizio è saltato nel vuoto da 39 km d’altezza. Diceva Pablo Neruda: “Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati”. Baumgartner ha rovesciato il tavolo, rovesciando la prospettiva: ha visto la Terra dall’alto e, non potendo vedere i dettagli e i particolari, mai come questa volta gli è sembrata così perfetta, giusta, unita. Non so voi, ma io sono contento di aver assistito allo show. E sono contento che al mondo ci sia ancora gente come Felix Baumgartner, come Joe Kittinger. Come Chuck Yeager. Uomini che, stufi della terra, sono saliti in cielo; per poi tornarvi, certo, ma tornandovi diversi, convinti di aver fatto qualcosa di davvero speciale. Per se, ma anche per gli altri. Per me, per voi.

Il giorno che avremo imparato a rispettare loro, forse avremo imparato anche a rispettare noi stessi.

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