Mezzogiorno di fuoco

(High Noon)

Regia di Fred Zinnemann

con Gary Cooper (Sceriffo Will Kane), Grace Kelly (Amy Fowler Kane), Katy Jurado (Helen Ramírez), Thomas Mitchell (Sindaco Jonas Henderson), Lloyd Bridges (Vice Sceriffo Harvey Pell), Otto Kruger (Giudice Percy Mettrick), Lon Chaney Jr. (Martin Howe), Harry Morgan (Sam Fuller), Ian MacDonalds (Frank Miller), Lee Van Cleef (Jack Colby), Sheb Wooley (Ben Miller).

PAESE: USA 1952
GENERE: Western
DURATA: 84’

Il giorno del suo matrimonio con una quacchera l’integerrimo sceriffo di Hadleyville Will Kane apprende che, col treno di mezzogiorno, tornerà in città il bandito Frank Miller, folle sanguinario che lui stesso contribuì a catturare. Kane decide di restare in città per fermare il vile, ma i codardi abitanti del paese si rifiutano di aiutarlo. Ucciderà bandito e sgherri da solo, per poi gettare la stella nella sabbia e andarsene per sempre dalla cittadina che gli ha voltato le spalle.

Scritto da Carl Foreman – ispirandosi al racconto breve The tin star di John W. Cunningham – e prodotto dal regista Stanley Kramer, è probabilmente il western più famoso di tutti i tempi. È anche uno dei migliori. Esplicita metafora del clima di odio proprio del maccartismo, è un film squisitamente “morale” e per nulla datato che, negli anni, si è mostrato capace di uscire dal contesto “politico” in cui venne partorito per diventare una suggestiva ed universale parabola sul ruolo della paura (e della codardia) all’interno della società civile. Kane, tradito dagli amici e da una comunità che lui stesso aveva reso “sicura”, va incontro al suo destino armato soltanto della sua dignità. La sua statura tragica e la sua sfaccettata personalità ne fanno un personaggio estremamente affascinante ed innovativo, probabilmente uno dei più originali dell’intero cinema dell’epopea. L’eroe del western è diventato vecchio, ha i capelli grigi, e dall’alto della sua onestà intellettuale (ed emotiva) non teme più le proprie debolezze. Kane ha paura, e questo ne fa un eroe avverso alla tradizione ma estremamente umano, sincero, verosimile. Zinnemann lavora, rinnovandoli, su molti dei personaggi “archetipici” del cinema western: lo sceriffo coraggioso scopre cos’è la paura, il barista silenzioso e accondiscendente verso tutti diventa un ruffiano che simpatizza con il nemico, il giudice cittadino, garante del rispetto legislativo, è un codardo privo di qualsivoglia spirito civico, la bruna immigrata (in questo caso messicana), solitamente una prostituta dal cuore d’oro che si sacrifica per l’uomo bianco, diviene un’intelligente imprenditrice che sottolinea con la sua moralità cristallina il valore umano del protagonista.

A livello strutturale, High Noon è tutt’ oggi un saggio insuperato di suspense. Merito di Zinnemann, che rispetta le tre unità aristoteliche del racconto (luogo, tempo, azione) garantendo uno svolgimento quasi in tempo reale (ciò che vediamo dura esattamente quanto dura il film): riprende continuamente gli orologi – all’inizio fanno parte dello sfondo, alla fine occupano tutta l’inquadratura – accentuando così l’inesorabile scorrere del tempo; fiata con la cinepresa sul collo del protagonista, impegnato in un continuo girovagare in cerca d’aiuto; relega l’azione agli ultimi 10’, occupando il resto del tempo con un’attesa spasmodica (memorabile l’inquadratura dei binari che si perdono all’orizzonte, in attesa del treno che segnerà per sempre i destini dei protagonisti) che tiene i nervi tesi come la quiete prima della tempesta. Ma il merito è anche del perfetto lavoro di montaggio di Elmo Williams, capace di abbinare le immagini alla sapiente e modernissima musica di Dimitri Tiomkin in un crescendo di alternanze e parallelismi che culminano nelle perfette coreografie della sparatoria finale. Superba anche la fotografia del grande Floyd Crosby, che si ispira alle fotografie scattate da Mathew Brady durante la guerra di secessione: nessun paesaggio “da cartolina”, nessuna nuvola poetica in cielo, solo cieli “dipinti” a tinta unita, nero esasperato e un’eleganza cromatica di forte suggestione.

Prima che il film uscisse molti detrattori sostennero che un austriaco ebreo non avrebbe mai potuto dirigere il genere americano per eccellenza: Zinnemann zittì tutti girando questo “piccolo” grande capolavoro. “Piccolo” perché fu girato in appena 28 giorni e con un budget ridotto (si parla di 700mila dollari), “capolavoro” perchè nonostante il passare degli anni resta un film imperdibile e assolutamente “moderno”. Alla semplicità della storia fanno eco decine di riflessioni complesse più attuali che mai. Quattro meritatissimi premi Oscar: attore protagonista a Gary Cooper (nel ruolo della sua vita), montaggio a Elmo Williams e Harry W. Gerstad, colonna sonora a Tiomkin e miglior canzone (Do not forsake me, oh my Darling) a Tiomkin, Ned Washington e Tex Ritter. Carl Foreman, Lloyd Bridges e Lloyd Corsby finirono sulla lista nera di McCarthy, e John Wayne fu tra i maggiori detrattori della loro opera. Invidia? Ci piace pensarlo: gli altri tre avevano soffiato al Duca il western perfetto. Un film da non perdere, per nessuna ragione.

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