Twixt

(Twixt)

Regia di Francis Ford Coppola

con Val Kilmer (Hall Baltimore), Bruce Dern (sceriffo Bobby LaGrange), Ben Chaplin (Edgar Allan Poe), Elle Fanning (V), Joanne Whalley (Denise), David Paymer (Sam Malkin), Alden Ehrenreich (Flamingo), Anthony Fusco (pastore Allan Floyd), Don Novello (Melvin), Bruce A. Miroglio (agente Arbus), Ryan Simpkins (Carolyne).

PAESE: USA 2011
GENERE: Sperimentale
DURATA: 90’

Hall Baltimore, scrittore horror fallito che ha da poco perso la figlia in un tragico incidente, finisce a presentare il suo ultimo libro nella sonnacchiosa, stramba cittadina di Swan Valley, California. Lo sceriffo LaGrange, aspirante scrittore, gli racconta la storia di una ragazzina barbaramente uccisa con un paletto nel cuore. Intanto, Baltimore inizia a fare strani sogni con protagonisti una ragazzina bionda e il fantasma di Edgar Allan Poe.

Proiettato in chiusura al Torino Film Festival 2011, il 23esimo film di Coppola – da lui scritto, diretto e prodotto con la American Zoetrope – ha raccolto recensioni negative un po’ in tutto il mondo, è stato snobbato dal pubblico pagante e, addirittura, non ha ancora trovato una distribuzione seria (ad esempio in Italia non è passato). Il suo piccolo film è un horror anomalo che vorrebbe volare alto ma si ingarbuglia presto. La trama – che molti hanno bocciato perché “confusa” – è in realtà molto più lineare di quanto sembrerebbe, e i suoi limiti sono più che altro “tematici”: il finale frettoloso rivela che si tratta di una storia di vampiri come tante altre, raccontata in modo originale ma senza dubbio banalotta. L’ambiguità dell’epilogo rivela una riflessione sull’indistinguibilità del reale (concetto tanto caro a Coppola), sull’impossibilità di scindere sogno e vita e, di conseguenza, su quell’intersezione vita/arte che è propria della letteratura e quindi del cinema. Un tema affascinante ma svolto in modo superficiale, talvolta involontariamente ridicolo. Il film è sincero, non ci sono dubbi, ma è vittima di una sorta di confusione formale che sembra trovare le sue ragioni in una sperimentazione visiva che appare sempre più fine a sé stessa: le sequenze oniriche sono belle, cromaticamente suggestive, tecnicamente ineccepibili, ma la loro ostentata perfezione non arriva da nessuna parte. È come se sotto le buone immagini ci fosse poco, e quel poco fosse poco chiaro. La pellicola parte bene, e non è priva di meriti: l’ambientazione gotica, che mescola le aberrazioni della provincia USA portate in scena da Carpenter e Lynch con un gusto fiabesco e meraviglioso che ricorda gli strani mondi di Tim Burton, è azzeccata e particolarmente inquietante; gli attori sono bravi (specialmente l’imbolsito Kilmer, perdente a tutti i livelli); i personaggi sono interessanti; alcune trovate (come la rievocazione della morte della figlia di Baltimore, o il campanile a 7 quadranti che indica 7 ore diverse) sono fascinose. Non un film sgradevole dunque, e va detto che non assomiglia a niente che sia già apparso sullo schermo. I modi che utilizza per fare paura saranno anche anacronistici, ma il tenersi lontano dalle mode dell’horror odierno è un merito che bisogna riconoscere a Coppola. Anche se, dal regista di Apocalypse Now, è legittimo aspettarsi qualcosa di più. Belle musiche di Dan Deacon e Osvaldo Golijov.

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