Sentieri selvaggi

(The Searchers)

Regia di John Ford

con John Wayne (Ethan Edwards), Jeffrey Hunter (Martin Pawley), Vera Miles (Laurie Jorgensen), Ward Bond (Il reverend Clayton), Olive Carey (Maria Jorgensen), John Qualen (Lars Jorgensen), Harry Carey Jr. (Brad Jorgensen), Ken Curtis (Charlie McCorry), Henry Brandon (il capo Scout), Hank Warden (Mose Harper), Dorothy Jordan (Martha Edwards), Natalie Wood (Lucy Edwards).

PAESE: USA 1956
GENERE: Western
DURATA: 119’

Da poco tornato a casa dopo aver combattuto la guerra di secessione contro i nordisti, Ethan Edwards riparte subito in cerca di vendetta: gli indiani Comanche gli hanno sterminato la famiglia e rapito la nipote più piccola. Aiutato da un nipote adottivo mezzosangue, inizia un viaggio che durerà cinque anni. Ritrova la piccola, ormai adolescente, in mano al capo Scout, ma lei, ormai plagiata dalla tribù, non vuole tornare a casa…

Tratto da un romanzo di Alan Le May ispirato – si dice – ad un fatto vero e sceneggiato da Frank S. Nugent, è uno dei western più noti e controversi della storia del cinema. Registi come Scorsese e Spielberg lo considerano il film migliore di tutti i tempi, altri (Lindsay Anderson, Sam Peckinpah, Jean-Luc Godard) lo tacciarono di razzismo. Rivisto a più di mezzo secolo dalla sua uscita, Sentieri Selvaggi resta uno dei film più anomali di Ford e una delle pellicole ideologicamente più ambigue della storia del cinema. Sicuramente non rende giustizia al popolo indiano (i nativi sono tutti o stupidi o sadici), e le scuse utilizzate da Ford – “se giro un film su un personaggio sgradevole non significa che io approvi le sua azioni” – mancano di fondamento in quanto Ethan è spesso visto con ammirazione (quando testardamente vuole andare avanti da solo) o con simpatia (quando deride una squaw). Ideologia a parte, Sentieri selvaggi è un western di impianto classico che racchiude gli embrioni delle successive riletture moderniste. L’eroe diventa un eroe ambiguo, talvolta crudele quanto il nemico (Ethan scalpa il capo indiano), mentre il confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato, si fa intangibile (i confederati attaccano gli indiani uccidendo donne e bambini, le ragioni della violenza dei bianchi sono pressappoco le medesime di quella degli indiani). Il racconto scattante e lapidario tipico del genere lascia il posto ad una costruzione narrativa che dilata i tempi e gli spazi in modo madornale (la storia si svolge attraverso cinque anni, e i protagonisti percorrono centinaia di miglia). Il personaggio di Ethan, che rimane il più sgradevole e negativo mai interpretato da Wayne, rappresenta uno dei simulacri più riusciti del difficile passaggio da wild a tame: il suo smodato odio razziale e la sua propensione alla violenza sono elementi che la società ha prima veicolato a proprio favore (in quanto è anche grazie ad essi se la civiltà è stata creata) e poi condannato (la civiltà necessita, per essere credibile, di una faccia “pulita”). All’inizio – in una delle sequenze più famose ed emozionanti della storia del cinema – una porta si apre sulla Monument Valley e mostra l’arrivo di Ethan: il dentro e il fuori, la civiltà e il selvaggio; alla fine, quando il soldato ha portato a termine la sua “missione”, quella stessa porta si chiude lasciandolo fuori nella sua solitudine. L’odio di Ethan (accompagnato da una serie di implicazioni sociali, politiche, ma anche affettive) l’ha reso in tutto e per tutto simile al suo nemico, e la società – che lui stesso ha contribuito a creare – non ha più bisogno di lui. E nel personaggio di Martin, che è per un ottavo indiano, si legge il futuro della civiltà.

Ford abbandona i villaggi di frontiera e scaraventa i suoi personaggi in sconfinati ed infiniti spazi naturali che, mai come questa volta, sottolineano il rapporto tra la piccolezza umana e la grandiosità – solenne ed indifferente – del creato (e, quindi, di Dio?). La Monument Valley, fotografata in Vistavision a colori dal grande Winton Hoch, non è mai stata così suggestiva ed affascinante, e il formato panoramico non fa che accrescerne le già maestose potenzialità cromatiche e figurative. Regia impeccabile, specialmente nel sottolineare il continuo passaggio delle stagioni e nell’arte del suggerire senza mostrare: si veda il tatto che utilizza per rappresentare l’amore non consumato tra Ethan e la cognata Martha, o il modo ipersensibile in cui mette in immagini la paura dello stupro compiuto dall’indiano ai danni della donna bianca. “Ford ha messo a frutto la lezione di Shakespeare nel continuo passaggio dei toni, dal più alto (l’odio, la vendetta) al più basso (la commedia che trapassa in farsa) attraverso il gioco dei sentimenti” (Morandini). Musiche di Max Steiner. Negli ultimi anni molti detrattori l’hanno rivalutato, altri hanno invece sostenuto che si tratti di un film eccessivamente sopravvalutato. Qualsiasi opinione si abbia a riguardo, Sentieri Selvaggi è un film che ancora oggi mantiene intatta la sua grande carica emotiva e tematica.

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