Una storia vera

(The Straight Story)

Regia di David Lynch

con Richard Farnsworth (Alvin Straight), Sissy Spacek (Rosie Straight), Harry Dean Stanton (Lyle Straight), Everett McGill (Tom), Donald Wiegert (Sig), Kevin Farley (Harald), John Farley (Thorvald), John Lordan (Prete), Ed Grennan (Pete), Anastasia Webb (Crystal), Matt Guidry (Steve), Jane Galloway Heitz (Dorothy).

PAESE: Canada, USA 1999
GENERE: Drammatico
DURATA: 111’

Il 73enne Alvin Straight parte da Laurens, Iowa, alla volta di Mount Zion, Wisconsin, per andare a trovare il fratello maggiore Lyle che non vede da anni ed è appena stato colpito da infarto. Privo di patente, Alvin inizia il suo viaggio a bordo di un trattorino tosaerba, deciso a percorrere tutti i quattrocento chilometri che lo separano da Lyle…

Prodotto dalla Walt Disney Pictures e scritto da John Roach e Mary Sweeney (abituale collaboratrice del regista, anche montatrice) partendo da un episodio reale avvenuto nel 1994, l’ottavo film di Lynch spiazzò tutti tanto è lineare, sereno, apparentemente lontano da quella “poetica dell’aberrazione” che ha da sempre contraddistinto il suo cinema. In realtà Una storia vera è lo Yang di una filmografia che, sino a quel momento aveva esplorato soltanto lo Yin, l’oscuro: due facce, insomma, della stessa medaglia. Lynch, non trascurando affatto alcune componenti tipiche della sua opera – come lo “spazio emotivo” lasciato allo spettatore (cui viene lasciato il tempo di interpretare in modo del tutto personale le immagini che vede) o lo sguardo attonito con cui i personaggi osservano la follia delle cose – sceglie per una volta la luce a discapito del buio, la chiarezza al posto del caos. Alla poetica semplicità della trama, il regista contrappone una grande ricchezza di temi e suggestioni: c’è una riflessione disillusa e romantica sulla vecchiaia/ saggezza, c’è la contemplazione della natura come pacificazione con se stessi, c’è il concetto di tempo come variabile impazzita; c’è un elogio spassionato all’amore, sia esso fraterno o universale. Alvin va piano proprio quando la razionalità gli suggerirebbe di andare spedito (lui e il fratello non hanno più molto tempo), ed è proprio in questo paradosso che risiede il fascino del film. E il suo senso, decisamente controcorrente: tutti ci hanno sempre detto di guardare il mondo con gli occhi di un bambino, Lynch ci dice che dovremmo guardarlo con gli occhi di un vecchio; un 73enne puro nello stesso modo in cui è puro un bambino ma che dall’alto della sua altezza (morale e anagrafica) ragiona sulla vita guardando al passato e non al futuro. Ed è solo nel passato (e nel presente) che si può trovare il significato dell’esistenza. Un concetto che serenamente appartiene solo a chi si accorge di essere alla fine del viaggio.

“È un road movie che ha tutto per essere fuori moda: lentezza (10-15km orari) , malinconia della vecchiaia, scrittura di classica semplicità, personaggi positivi, ritmo disteso senza eventi drammatici” (Morandini). Realistico e fiabesco (le dissolvenze tra una sequenza e l’altra, tutte “incrociate”, garantiscono un aspetto onirico e favolistico all’atmosfera della pellicola), commovente e divertente, è un piccolo grande film che trova il coraggio di emozionarsi con le piccole cose, di ritrovare un’America di provincia “buona” e calorosa (opposta a quella marcia e perversa dei film precedenti), di creare un poema visivo che va direttamente al cuore senza utilizzare trucchi e alambicchi vari. Privo di parentesi da commedia ma intriso in una geniale ironia, il film commuove e fa pensare. Sorprende ribaltando gli stereotipi, tenendosi lontano dalla banalità, evitando volutamente le armi della retorica. Colori bellissimi e immagini suggestive curate dall’esperto direttore della fotografia Freddie Francis, musiche simboliche e struggenti composte ed eseguite dal nostro Angelo Badalamenti. Ultimo film di Richard Farnsworth (1920, straordinario), che iniziò come stuntman nel 1937 (il primo film in cui appare è Un giorno alle corse coi fratelli Marx) e divenne attore vero e proprio negli anni ’60. Nel 2000, malato terminale di cancro alle ossa (diagnosticato poco prima di iniziare le riprese), si è tolto al vita. Perfetta anche l’interpretazione della Spacek, capace di dare verità e spessore ad un personaggio complicato che poteva sprofondare nella macchietta. Il titolo originale contiene un gioco di parole che si perde in quello italiano: può significare la storia di Straight (protagonista del film), ma anche la storia dritta o la storia del giusto, dell’onesto. Un capolavoro, un piccolo classico dei giorni nostri.

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