Io, ciccione

(I, Fatty – A novel)Roscoe Arbuckle

Autore Jerry Stahl

Editore Mondadori

PAESE: USA 2005 (edizione italiana: 2008)

GENERE: Biografico

PP: 334

Prezzo: 16,00 €

Sono pochi i libri che secondo noi non dovrebbero mancare nella biblioteca di ogni vero amante del cinema. Mi viene in mente il romanzo-intervista di Truffaut a Hitchcock, ma anche Introduzione alla storia del cinema di Bertetto. Io, ciccione di Jerry Stahl è senza dubbio uno di questi, per almeno tre motivi. Primo, perché rende giustizia ad un personaggio fondamentale della storia di Hollywood troppo presto dimenticato. In pochi lo sanno (o se lo ricordano), ma Roscoe Arbuckle, soprannominato Fatty (=ciccione), fu il più geniale precursore della comicità muta: non solo ottenne grandi riconoscimenti per le sue performance comiche, atletiche e registiche, ma fu addirittura il maestro di gente come Charlie Chaplin e Buster Keaton. Secondo, perché racconta meglio di qualunque cronaca l’epoca d’oro di Hollywood, fatta di arroganti produttori e frivole attricette, talentuosi performer e registi viziati. Terzo, perché è un libro scritto dannatamente bene, uno di quei romanzi che si fanno letteralmente divorare; e non è cosa da poco, se si pensa a certi best seller odierni in cui non solo mancano i contenuti, bensì addirittura le basi sintattiche e grammaticali. Stahl compone un’autobiografia romanzata (“un’autobiografia non autorizzata”, dice nella premessa) che però attinge alla verità storica delle cronache, delle interviste, degli articoli di giornale. Grazie ad un lavoro di documentazione minuzioso e vastissimo, ricostruisce la personalità di questo geniale artista che trascorse un’esistenza triste e dolorosa, perennemente vittima di una società malata che allontana il diverso (e quindi anche il “grasso”). E Hollywood diventa illusione, l’illusione di farsi rispettare grazie al talento in barba alle derisioni e alle umiliazioni dettate da un corpo non proprio perfetto.

Fatty_Arbuckle_01Ma, si sa, la fabbrica dei sogni è maestra nello sfruttare per poi distruggere. Nel 1921 Arbuckle divenne la prima vittima ufficiale delle campagne moralizzatrici che investirono il mondo del cinema, troppo “scollacciato e lascivo”: accusato ingiustamente dello stupro e dell’omicidio dell’attrice Virginia Rappe, venne incarcerato e sottoposto a diversi processi; l’ultimo lo proclamò innocente, ma come spesso accadeva (e accadrà sempre) in questi casi la sua carriera fu distrutta per sempre. Morì a 46 anni distrutto dall’alcol, dalle droghe, dal male di vivere. Stahl evita qualsiasi pietà o catarsi, tocca l’animo del lettore e raggiunge picchi di poesia inaspettati: si veda la maniera dolce e solenne con cui descrive l’amicizia di Roscoe con Buster Keaton, l’unico artista che gli fu amico fino alla morte. Un libro struggente, meraviglioso, emozionante. Anche perché nella storia di questo omino omone buono e altruista, che non sopportava di essere diventato famoso con un nome che richiamava il difetto che egli stesso odiava di più, rimane una storia più attuale che mai: il trattamento che gli venne riservato ci dice molto su ciò che siamo stati, ma anche su ciò che siamo. Cannibali pronti ad uccidere soltanto perché in televisione (e sui giornali) ci dicono che è giusto farlo. Un libro imperdibile, un capolavoro. Speriamo che sulla figura di Arbuckle esca presto anche un film (Johnny Depp ha comprato i diritti): sembra incredibile, ma nessuno lo ha ancora girato. Peccato, perchè sarebbe un modo perfetto per ringraziare uno degli uomini che il cinema l’ha inventato.

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