Leningrad Cowboys go America

(Leningrad Cowboys go America)Locandina

Regia di Aki Kaurismäki

con Matti Pellonpää (Vladimir, il manager), Kari Väänänen (Igor, lo scemo del villaggio), Sakke Järvenpää, Heikki Keskinen, Pimme Korhonen, Sakari Kuosmanen, Puka Oinonen, Silu Seppälä, Mauri Sumén, Mato Valtonen, Pekka Virtanen (Leningrad Cowboys), Nicky Tesco (il cugino reietto), Olli Tuominen (Svengali), Kari Laine (il barbiere), Jim Jarmusch (venditore di automobili a New York).

PAESE: Svezia, Finlandia 1989
GENERE: Commedia
DURATA: 78’

I russi Leningrad Cowboys, sgangherati suonatori dai capelli e le scarpe a punta, lasciano la tundra per cercare successo negli Stati Uniti. Guidati da un manager un po’ furbino e con il bassista, ghiacciato, in una cassa da morto, imparano tutti i generi made in USA e tentano la fortuna, ma la gloria arriverà soltanto una volta giunti in Messico…

Scritto dal regista con Sakke Järvenpää e Mato Valtonen (che interpretano anche due membri della band) è una deliziosa e piacevole commedia on the road che somiglia ad una rilettura di The Blues Brothers attraverso gli occhi di Jim Jarmusch (che, non a caso, appare in un cameo). I modelli sono dunque illustri e decisamente “occidentali”, ma Kaurismaki proietta nella trama un umorismo disilluso e surreale tipico del nord-est europeo, qualche volta un po’ troppo demenziale ma quasi sempre irresistibile. La sua è una comicità minimalista, fatta di piccoli dettagli e di poche parole, incline al grottesco ma molto lucida nel raccontare irridendola un’America effimera e chiusa, sconfitta e sempre più impaurita dal cambiamento, mai davvero cattiva ma perennemente indifferente ed attonita. Certo, anche i Leningrad Cowboys sembrano indifferenti e passivi, ma il loro slancio musicale ne fa personaggi strambi ma interessanti, tristi ma eccezionalmente vivi. La mano di Kaurismäki si scorge nelle caratterizzazioni, nella costruzione narrativa frammentata (i vari capitoli, più che scene, sono parentesi), ma anche in una regia simbolista ed essenziale che evita qualsiasi virtuosismo e osserva le vicende di questi nove (+ 1) folli con occhio antropologico e divertito. Il finale, in cui i Leningrad diventano famosi in Messico e il loro manager li abbandona, è malinconico (per ciò che suggerisce sugli USA) e poetico (per come lo suggerisce) al punto giusto. Grazie al successo del film, il fittizio gruppo musicale dei Leningrad Cowboys (composto da alcuni membri degli Sleepy Sleepers con altri musicisti) è diventato un gruppo vero, tutt’ora in attività. Il film ha avuto un seguito nel 1994 dal titolo Leningrad Cowboys meet Moses. Divertente, trascinante, da vedere.

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